JOYCE CAROL OATES.
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RAGAZZA NERA, RAGAZZA BIANCA.
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Traduzione di: Delfina Vezzoli.
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2014. Arnoldo Mondadori Editore, MILANO. 
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Filadelfia, 1975. In un campus prestigioso e progressista, una ragazza viene trovata morta in circostanze non troppo chiare. Di Minette Swift si sa che era una studentessa dal carattere deciso, scostante e facilmente suscettibile. Ma soprattutto era una delle poche ragazze di colore in quella scuola all'avanguardia.
Genna He ett-Meade era la sua compagna di stanza e, all'opposto, una personalit tranquilla, accomodante: una ragazza dell'upper class che tenta in tutti i modi di riparare agli involontari privilegi che la sua educazione elitaria le ha assicurato.
Le due non sono propriamente amiche, ma in qualche modo dividono una parte delle loro giornate. Cos, quando a met del loro primo anno Minette diventa improvvisamente il bersaglio di un'ondata di offese e molestie razziste, Genna sente il dovere di proteggere l'amica, costi quel che costi...
Quindici anni dopo, tormentata dal ricordo di quella morte, Genna prover a ritornare indietro a quei mesi, alle settimane, fino a ricostruire le poche ore che hanno preceduto la morte tragica di Minette. Guardando in faccia la propria identit, chiedendosi quanto le strutture sociali in cui lei stessa era immersa abbiano avuto a che fare con quella morte. Genna si trover costretta a rimettere in discussione la sua famiglia, a cominciare dal padre, un avvocato di spicco nella difesa dei diritti civili. Fino a che punto le sue battaglie radicali - compresa la difesa di sospetti terroristi ricercati dall'FBI - hanno condizionato lo sguardo della figlia sulla vita? Quanto profondamente possono essere messe alla prova le nostre convinzioni pi tolleranti in un mondo pervaso da una morale grigia e opportunista?
Joyce Carol Oates torna a indagare la doppia anima degli Stati Uniti, alle prese con i sentimenti del dopo Vietnam, con le questioni razziali e i diritti civili. Un feroce ritratto in bianco e nero di una nazione lanciata verso il progresso democratico e fatalmente dimentica dei propri pi oscuri fantasmi.
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L'AUTRICE.
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Joyce Carol Oates  nata a Lockport, Stati Uniti, il 16 giugno 1938. Dopo essersi laureata comincia la sua fertilissima attivit di autrice e si stabilisce con il marito a Detroit. Insegna quindi all'Universit di Windsor in Canada e dal 1978 al 2014 all'Universit di Princeton. Dal 1978  anche membro dell'American Academy of Arts and Letters nonch Professor Emerita in the Humanities col corso di Scrittura Creativa. Successivamente  professore alla University of California di Berkeley, dove insegna "short fiction".
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Gi nel 1970 venne consacrata come una delle massime scrittrici del suo paese con il National Book Award, il pi importante premio letterario degli Stati Uniti ed ha vinto anche numerosi altri premi letterari, inclusi due O. Henry Award, la National Humanities Medal e il Jerusalem Prize;  stata inoltre finalista del Premio Pulitzer.
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Autrice e intellettuale americana eclettica, tra le pi prolifiche della letteratura americana. Ha frequentato ogni genere letterario in prosa e in versi: romanzi, racconti, narrativa per l'infanzia, poesie, drammaturgie, saggi; ha pubblicato nell'arco di sessant'anni oltre cento libri. Come ha osservato lo scrittore John Barth "L'opera di Joyce Carol Oates copre ogni angolo della mappa estetica". Oggi  unanimemente annoverata tra i pi importanti autori mondiali.
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In memoriam, Minette.
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Ho deciso di iniziare un testo senza titolo. Sar un'esplorazione, penso. Un'indagine sulla morte di una mia compagna di stanza al college, Minette S ift, che mor in questa stessa settimana di quindici anni fa, alla vigilia del suo diciannovesimo compleanno, l'11 aprile 1975.
Minette non mor di morte naturale e non mor di una morte facile. Ogni giorno della mia vita, dopo la morte di Minette, ho pensato a lei nella morsa atroce dei suoi ultimi istanti, perch io avrei potuto salvarla, ma non l'ho fatto. E nessuno l'ha mai saputo.
Il coroner della contea di Montgomery, Pennsylvania, stabil senza ombra di dubbio l'esatta causa clinica della morte di Minette e chi ne fosse responsabile, ma questi fatti non sono oggetto della mia indagine.
Perch i fatti possono essere distorti, possono mentire. La pi insidiosa delle bugie  l'omissione.
Molti fatti furono omessi, e altri occultati, all'epoca della morte di Minette. Io fui tra coloro che nascosero i fatti perch c'era il desiderio di proteggere il mio nome, e c'era il desiderio di proteggere Minette dopo la sua morte.
C'era il desiderio non dichiarato di proteggere la famiglia di Minette e c'era il desiderio non dichiarato di proteggere lo Schuyler College. C'era il desiderio - non dichiarato, disperato - di proteggere le facce bianche che circondavano Minette.
Quindici anni! Sono viva da tutto questo tempo. Ho vissuto, mi sono anche fatta una reputazione professionale nel mio campo, mentre Minette  Swift  morta. Io sono invecchiata, mentre Minette  rimasta ferma ai suoi diciannove anni. Io sono una donna di mezz'et, Minette  ancora una ragazza.
Mi interrogo su una simile stranezza. Chi merita di vivere, chi merita di morire. Mi chiedo se ci sia giustizia in questo.
Alcune verit sono bugie diceva mio padre, Maximilian Meade. Mio padre era famoso per simili affermazioni provocatorie, che facevano infuriare alcuni di noi. Nessuna verit pu essere una menzogna  il mio vero credo.
E adesso inizier il mio testo senza titolo, in nome della giustizia.
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PRIMA PARTE.
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La crepa.
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Ohhh oddio. 
Fui svegliata da questo grido. Mi svegliai all'istante.
Doveva essere stata Minette, la mia compagna di stanza. Al di l della porta della mia camera da letto. Minette Swift, nell'altra stanza. Non era la prima volta che venivo svegliata bruscamente da Minette che parlava da sola, a volte rimproverandosi, o pregando. Ohhh oddio era uno dei suoi mezzi grugniti / mezzi gemiti.
Scesi subito dal letto e aprii la porta.
Minette...? 
La mia compagna di stanza era in piedi, di spalle, del tutto inconsapevole della mia presenza. Era immobile, come paralizzata. Aveva la testa gettata all'indietro a uno strano angolo e stava fissando la finestra sopra la sua scrivania, dove era apparsa una crepa nella met superiore del vetro. Minette si gir distrattamente verso di me, con l'aria di non avermi sentito. I suoi occhi erano spalancati in un terrore muto dietro gli occhiali infantili di plastica rosa e le sue labbra si muovevano senza emettere un suono.
Minette? Che succede? 
Dovetti supporre che si trattasse della finestra. Era uno shock vederla, faceva scattare una reazione viscerale: l dove non c'era stata alcuna crepa, adesso c'era un'elaborata incrinatura simile a una ragnatela che sembrava potesse rompersi al minimo tocco, cadendoti in frantumi sulla testa.
La sera precedente c'era stata l'allerta per un violento temporale su gran parte della contea di Montgomery, Pennsylvania, che aveva incluso i 485 ettari di terra sugli argini dello Schuylkill che appartenevano allo Schuyler College dove io e Minette eravamo matricole. I bollettini meteorologici locali avevano reiterato l'allerta per ore, e quando io e Minette avevamo finalmente spento le luci il peggio del temporale sembrava passato.
Ciascuna delle due aveva una piccola stanza da letto che si apriva su uno studio arredato con parsimonia. Ciascuna aveva una scrivania fornita dal college e ciascuna scrivania si trovava esattamente sotto una finestra incassata nelle pareti perpendicolari. Era la finestra di Minette, la pi grande delle due, quella che durante la notte era stata danneggiata dalle violente raffiche di vento.
Quantomeno, diedi per scontato che fosse stato il vento a provocare il danno.
Ma Minette sembrava spaventata, diffidente. Doveva aver sentito la mia domanda e doveva avermi vista, ferma a pochi passi da lei, ma mi ignorava e continuava a fissare la finestra sbattendo gli occhi come una bambina ostinata. Minette era una persona su cui le emozioni avevano una presa potente, e anche quando l'emozione svaniva, anche dopo che era svanito l'effetto dell'adrenalina, sembrava che volesse rimanere aggrappata al suo stato di eccitazione. Sorprenderla in momenti del genere equivaleva a sentirsi non solo indesiderati, ma anche invisibili.
Ha dimenticato di non essere sola pensai. Avrei dovuto girarmi con discrezione dall'altra parte come avevo imparato a fare da bambina quando non volevo vedere il comportamento stravagante degli adulti, risparmiando sia loro che me.
Io sono nata nel 1956. A mia madre piaceva parlare di me come di una figlia dell'amore degli anni Sessanta, il decennio che aveva segnato la generazione dei miei genitori.
Alla fine Minette si decise a parlare, pianissimo. Era tipico da parte sua rispondere a una domanda con un mormorio pressoch impercettibile, dopo una pausa talmente lunga da farti dimenticare cosa avevi chiesto.
... ma non ce l'hai gli occhi? 
Nel senso che potevo vedere da me cos'era successo. La finestra di Minette era incrinata.
Dev'essere stato il temporale, Minette  dissi. Non avvicinarti troppo, il vetro potrebbe rompersi... 
Non intendevo essere autoritaria. Era solo il modo di fare ansioso e brusco tipico di mia madre.
Minette trattenne il fiato. Diede uno strattone alla cintura della vestaglia per assicurarsi che fosse abbastanza stretta. (Lo era. Era strettissima. Le cinture e le fasce di Minette erano sempre tirate fino ai limiti della sopportazione.) Disse, di nuovo pianissimo, ma ridendo, come a riconoscere l'umorismo nero della situazione: Non mi  nemmeno passato per la testa. Non sono mica una dannata vecchia rimbambita . Dietro le lenti degli occhiali di plastica rosa, gli occhi di Minette brillavano di un'intensa irritazione, come se avessi insinuato che poteva compiere un'azione non solo pericolosa, ma anche degradante.
Minette  Swift doveva essere molto arrabbiata. Aveva detto dannata. Minette 
Swift era figlia di un ministro del culto e una devota cristiana che non imprecava mai e si sentiva offesa da quelle che lei chiamava parolacce in bocca agli altri.
A Haven House e in generale allo Schuyler College, nell'autunno del 1974, Minette  Swift si sentiva spesso offesa.
Dissi a Minette che avrei segnalato la finestra incrinata alla consigliera residente, Dana Johnson. Asciugandosi gli occhi, Minette mormor un Grazie pressoch impercettibile. I suoi capelli crespi brillavano come fili metallici nella luce del sole che entrava a fiotti dalla finestra bagnata dalla pioggia della notte precedente, e la pelle liscia e scura del suo viso era corrugata in solchi sottili sulla fronte. Mi sarebbe piaciuto toccarle il braccio, assicurarle che non c'era nessun pericolo nella finestra incrinata, ma non osavo avvicinarmi, sapevo che non era il momento giusto.
Eravamo compagne di stanza, ma non ancora amiche.
Mentre Minette usava il bagno in corridoio, trascinai la sedia della mia scrivania sotto la finestra per esaminare la crepa. Assomigliava davvero a una ragnatela, intricata nel disegno, al pari di un merletto, meravigliosamente chiazzata di gocce d'umidit simili a gemme e illuminata dalla luce cruda del sole. Provai la tentazione di toccarla, per vedere se si sarebbe rotta.
Premetti il palmo della mano contro la crepa, allargando le dita.
Per il vetro non si ruppe.
Qualche metro oltre la finestra c'era una vecchia quercia con grossi rami nodosi. Uno si era spezzato durante il temporale e penzolava rotto, il legno pallido e scorticato simile a un osso che perfora la pelle. Mi suscit il ricordo sgradevole di una delle fotografie di mio padre, sulla parete del suo studio nella nostra casa di Chadds Ford: la foto incorniciata di un giovane nero che era stato pestato a sangue dai poliziotti antisommossa di Los Angeles, pesantemente armati, nell'aprile del 1968, dopo l'uccisione del reverendo Martin Luther King Jr. Il giovane nero giaceva sull'asfalto sporco grondando sangue dalle ferite alla testa, contorcendosi per il dolore, l'osso nudo e bianco del braccio destro che trapassava la carne sul gomito. Ogni volta che entravo nello studio di mio padre in sua assenza, quella fotografia attirava immediatamente il mio sguardo, sebbene ogni volta ordinassi a me stessa: No! Non guardare!.
Sembrava evidente che il ramo rotto della quercia aveva sbattuto contro la finestra di Minette durante la notte. Eravamo state fortunate, il vetro non era andato in frantumi esplodendo nella stanza.
La scrivania di Minette era meravigliosamente ordinata. C'era una precisione geometrica nel suo aspetto, come un quadro di Mondrian. I libri di testo erano posati sul ripiano in verticale, un accorgimento molto sensato che permetteva di vedere i dorsi, e non gettati alla rinfusa tra carte o indumenti vari sparpagliati in giro, come nella maggior parte delle residenze di un college. La macchina da scrivere elettrica Smith Corona appena comprata da Minette veniva tenuta chiusa - per proteggerla dalla polvere - quando Minette non la usava. Le foto di famiglia erano disposte in un arco avvolgente: Minette e i genitori, Minette e la sorella minore, Minette alle superiori, che sorrideva radiosa in tocco e toga fluttuante talmente bianchi da sembrare accecanti. Mi sorprendeva che Minette potesse sorridere con tanta gioia, senza difese, perch i sorrisi della mia compagna di stanza erano rari in mia presenza.
Sorridi! Basta scoprire i denti. E' facile. Guarda me.
Il consiglio di mia madre. Non conoscendo Veronica si sarebbe potuto pensare che stesse scherzando.
In piedi sulla mia sedia al di sopra della scrivania di Minette, mi girai a esaminare il nostro studio. Era una nuova prospettiva. La mia scrivania, le librerie, gli arredi erano nella parte meno gradevole della stanza, la mia finestra era decisamente pi piccola di quella di Minette e lasciava entrare meno luce. All'inizio del mese, quando le matricole avevano iniziato ad arrivare nel campus dello Schuyler, io ero stata la prima a occupare la suite e mi era parso naturale prendere possesso della parte meno gradevole della stanza. A casa nostra, a Chadds Ford, Pennsylvania, nel Maniero francese notoriamente malandato su una tenuta di ventiquattro ettari, vivevo in una grande stanza dai soffitti alti quasi quattro metri con sei finestre spaziose, un pavimento di legno, senza moquette, scalfito e rigato come una pista da pattinaggio, radiatori che col freddo sbatacchiavano e ghirigori di brina sui vetri, una stanza di mobili strambi e scompagnati e scaffali, mucchi, pile di libri, uno stile di vita altrettanto spartano delle vite dei miei genitori, Veronica e Max. In collegio nel Massachusetts mi ero fatta un punto d'onore di vivere in spazi angusti senza lamentarmi, e a Haven Hall, con le sue allieve meritevoli e studentesse residenti con borse di studio in cambio del lavoro nel campus, ero ansiosa di sistemarmi in uno spazio analogo perch non sopportavo l'idea di poter essere percepita come la ragazzina bianca viziata e privilegiata del mio corso di laurea.
Veronica mi aveva aiutato a trasferirmi a Haven House e aveva approvato le mie scelte. Sapevamo entrambe che la mia compagna di stanza era un'allieva meritevole di  WWashington, figlia di un ministro nero del culto, anche se non avevamo ancora conosciuto Minette  Swift e la sua famiglia. Speravo che Veronica avrebbe parlato del mio altruismo a mio padre (che all'epoca era nel tribunale federale di Los Angeles a discutere una causa di diritti civili). Era motivo di vergogna e dispiacere per i miei genitori che mio fratello maggiore, Rickie, si fosse allontanato dagli ideali dei Meade per prendere una laurea in economia e finanza alla Pennsylvania University; che Rickie fosse indifferente a giustizia sociale - rivoluzione - difesa degli oppressi - e aveva addolorato mio padre il suo palese sostegno alla guerra del Vietnam (che rendeva il mondo sicuro per la democrazia e il capitalismo) anche se, naturalmente, Rickie non si era arruolato in nessun reparto delle forze armate. Veronica e Max avevano pi motivo di riporre le loro speranze in me e desideravano andarne fieri, sebbene io sapessi di non essere un ricettacolo del tutto affidabile per simili speranze. (Ero impulsiva, ma timida. Ero benintenzionata, ma goffa. Volevo fare la cosa giusta, ma non sapevo mai come.) Tuttavia, immaginai Veronica che quella sera diceva a Max al telefono: Nostra figlia  una di noi, ha l'istinto della generosit. Oh, Max, Genna  il non plus ultra!.
E Max avrebbe detto: Perch ti sorprende? Genna  la nostra gemma.
La finestra sopra la mia scrivania dava sul vecchio muro di mattoni scalcinati della residenza vicina, la finestra di Minette, radiosa nel sole del mattino, aveva una vista aerea dello storico campus dello Schuyler: un angolo della corte quadrangolare di alti platani simili a sculture e del prato ben curato; la torre campanaria della cappella del diciottesimo secolo, di un bianco abbacinante; la facciata di antichi mattoni della Residenza Federalista un tempo appartenuta al fondatore del college, la Casa del Presidente, a volte chiamata Casa di Elias Meade.
Il cognome  Meade? Una coincidenza?
Era raro che qualcuno lo chiedesse. Di solito sussurravo un s. Non sopportavo di essere nota come una discendente del fondatore del college.
Minette non l'aveva mai chiesto. Credo che per un po' non ricordasse nemmeno il mio nome, perch i nomi della maggior parte della gente sembrava le sfuggissero, inosservati, privi d'importanza. Nei nostri primi giorni da compagne di stanza mi era capitato di sentirmi in imbarazzo nell'accorgermi che Minette mi osservava talmente poco da riuscire a scambiarmi per un'altra ragazza dai capelli rossi di Haven House e andare a sedersi con lei nella sala da pranzo. La prima volta che ci eravamo incontrate, quando Minette si stava trasferendo nei nostri alloggi, lei era stata distratta dalla presenza dei suoi genitori nello spazio ingombro e non aveva fatto caso a quale parte della stanza avevo lasciato per lei. Le sue prime osservazioni sull'alloggio e su Haven House furono affannate e veementi. E questo qui sarebbe il grande monumento storico? Dio del cielo, a me sembra pi un rudere sul punto di crollarci in testa!  Le scale ripide e strette per l'ultimo piano avevano quasi sfiancato lei e i suoi genitori, e la strana pendenza del soffitto della sua camera sembrava roba da film di fantasmi. I coniugi  Swift erano preoccupati che la figlia dovesse abitare all'ultimo piano di una casa con la struttura di legno, e se ci fosse stato un incendio? La scala antincendio fuori della finestra era arrugginita e sembrava che si sarebbe disintegrata se ti fossi azzardato a usarla.
Visto? Mi tocca vivere nel Rifugio.* Grazie alla borsa di studio. 
Persino la borsa di studio di Minette  Swift, che le permetteva di frequentare un prestigioso college di arti liberali con una retta altrettanto alta di quelle delle universit della Ivy League, sembrava essere una persecuzione.
Vedendo la mia espressione sconcertata, Minette si ammorbid, e soggiunse con una risatina: Sono riconoscente,  naturale. Santo cielo, s .
Mi fece quasi l'occhiolino. Per, nello stesso istante, distolse lo sguardo, prima che potessi reagire.
Minette  Swift! Il suo viso mi affascinava. Era il viso pi straordinario che avessi mai visto da vicino, su una persona cos giovane: intenso, scolpito, rotondo, piuttosto piatto, con la pelle scura che sembrava tesa fino allo spasimo. Avevi l'impressione che, se avessi osato toccare quella pelle, le dita si sarebbero ritratte, ustionate. I capelli erano rigidi, a forma di cuneo, e le sbucavano dalla testa come fili metallici, profumati di oli naturali. Gli occhi erano piccoli, infossati e sfuggenti, eppure bellissimi, con ciglia folte. Gli occhiali di plastica rosa conchiglia le conferivano un'espressione di pudica innocenza da bimba delle elementari. La prima volta che avevo visto Minette  Swift, alla Giornata dell'orientamento, prima di sapere che saremmo state compagne di stanza, Minette indossava una delle sue camicette di cotone a maniche lunghe, inamidata e di un bianco abbacinante, e aveva una croce d'oro al collo; la gonna era grigia come limatura di ferro, tesa poco elegantemente sui fianchi; la vita, larga e grassoccia, era tuttavia stretta da una cintura di pelle nera che aveva tutta l'aria di ostacolarle il respiro. Tranne che per i fianchi larghi e il seno abbondante, Minette avrebbe potuto essere una scolaretta precoce di dodici anni vestita dalla mamma per un'occasione speciale. Non era per niente simile alle eleganti ragazze nere che erano state mie compagne di corso alla Corn all Academy, figlie di avvocati, medici, politici e facoltosi uomini d'affari.
Fin dall'inizio, Minette era stata un enigma per me, un rompicapo, una visione abbagliante. Mi sentivo impacciata in sua presenza, non sapendo quando era seria e quando non-cos-seria. Minette faceva delle osservazioni spiritose, ma senza sorridere; era il suo modo di corrugare la fronte, se ridevo, come a rimproverarmi per la mia reazione, ma forse era un rimprovero scherzoso, che non riuscivo a decifrare. Era come se stessimo giocando a basket e, mentre palleggiava allontanandosi da me che la tallonavo, Minette si fermasse di colpo per girarsi e farmi un passaggio, o fingere di farlo, cosicch io inciampavo nei miei piedi. E altre volte, quando cercavo di parlare con Minette, lei sembrava a disagio e rispondeva a monosillabi. Non potevo fare a meno di chiedermi se non sarebbe stata pi felice con un'altra compagna di stanza, magari con una ragazza dalla pelle scura, invece che con me.
Far in modo di piacerle pensavo. Ci riuscir!
Alla fine Minette mi disse che, tranne che al campeggio estivo, non le era mai toccato dividere la stanza con nessuno. Toccato dividere fu pronunciato con un tono che intendeva essere neutro, ma le labbra di Minette si arricciarono in modo sprezzante. (Tantomeno le era toccato dividere la stanza con una ragazza bianca, supposi.) Si era diplomata con onore alla Booker T.  Washington, una scuola d'arte, scienze e musica - Praticamente la migliore, tra le scuole pubbliche - nella capitale e aveva sempre vissuto a casa. Allo Schuyler College, Haven Hall era una delle residenze pi antiche, famosa per essere la pi integrata nel mettere insieme giovani donne di diverse razze, religioni, culture e provenienza etnica; Haven Hall era pubblicizzata come un rifugio per gli studenti pi seri e intelligenti. Tuttavia Minette non sembrava particolarmente colpita, come, nel suo modo buffo e spesso sarcastico, non sembrava particolarmente colpita dalle tradizioni e dai rituali dello Schuyler College. Sai come chiama questa roba mio pap? Corbellerie bianche.  Minette scoppi a ridere e io cercai di imitarla, non sapendo se era la reazione giusta. Perch non ero forse bianca anch'io, e parte della battuta? Oppure, dal momento che Minette si stava confidando con me, cosa che faceva di rado, era forse possibile che per l'occasione fossi non del tutto bianca, e pertanto privilegiata? Anche alla scuola preparatoria che ho frequentato c'erano tutte queste tradizioni e alcune erano okay, ma altre...  La mia voce si affievol e mi sentii dire, con zelante imbarazzo: ... Erano quelle che le ragazze chiamavano stronzate .
Le ragazze, come se anche in questo momento di impacciato cameratismo non mi riuscisse di dire noi.
Minette rise. Gi. Stronzate bianche. 
Risi con Minette, s, penso di aver riso, anche se non so bene cosa ci fosse da ridere, ma risi.
In realt, mi ero sempre sentita privilegiata per essere una studentessa della mia scuola preparatoria e mi sentivo senz'altro privilegiata per essere una studentessa dello Schuyler. Max e Veronica me lo avevano martellato in testa fin da quando ero stata in grado di comprendere le parole, che avrei fatto meglio a essere grata per qualunque cosa avessi in questo mondo di tragiche ingiustizie aggravate dall'umana avidit (come diceva Max), ed ero stata educata a finire ogni pasto che iniziavo e, nei limiti del possibile, a lasciare tutto in ordine in qualsiasi cucina in cui veniva preparato il pasto. Sebbene Max permettesse a Veronica di servirlo e di tenere le sue cose relativamente in ordine, credeva per principio che fosse immorale, che fosse osceno permettere a chiunque di servirlo. La propriet della famiglia Meade a Chadds Ford comprendeva un vecchio palazzo baronale di almeno venti stanze e un'ex scuderia trasformata in casa per gli ospiti, eppure i miei genitori erano restii ad assumere e sfruttare mano d'opera locale per la manutenzione di queste propriet; i terreni erano incolti; rami e talvolta interi alberi caduti giacevano sparpagliati a terra per mesi. L'idea era evitare un inutile spreco di risorse e mano d'opera vivendo in modo frugale e provvedendo a noi stessi senza aiuti esterni quando potevamo.
A differenza di Minette, io non frequentavo lo Schuyler con una borsa di studio. La mia retta veniva pagata per intero. (Dai miei genitori? O da un altro membro della famiglia Meade? Questo non era chiaro.)
Badai a riportare la sedia alla mia scrivania e a rimetterla esattamente dov'era. Se Minette avesse sospettato che mi ero issata al di sopra della sua scrivania, si sarebbe offesa. Anche se spesso, in sua assenza, sgusciavo dalla sua parte dello studio non tanto per toccare qualcosa, ma solo per stare nello spazio di Minette come se in qualche modo, per magia, potessi capire com'era essere Minette  Swift, per la quale un ritratto di Ges Cristo era incorniciato come le sue foto di famiglia e sistemato nella fila ordinata sulla scrivania.
Il Ges Cristo di Minette era, strano a dirsi, un uomo caucasico dalla pelle pallidissima, con lunghi capelli scuri e ondulati, focosi occhi neri e labbra rosse. Indossava quella che sembrava essere una tunica di satin viola e la mano destra era sollevata in una benedizione simile a un saluto.
Talvolta, alla sua scrivania Minette bisbigliava o mormorava sottovoce. Sapevo che non avrei dovuto ascoltare, erano cose personali, probabilmente preghiere. La preghiera di Minette prima di mangiare era un semplice Grazie, Ges, sussurrato a occhi bassi.
A volte, mentre fantasticavo alla mia scrivania, alzando gli occhi restavo ipnotizzata da un poster sulla parete di fianco alla scrivania della mia compagna di stanza: una bellissima croce dorata alta almeno un metro e venti, larga sessanta centimetri, su uno sfondo luminescente, e in primo piano la scritta in lettere rosso sangue:
IO SONO LA VIA LA VERITA' E LA VITA.
CONFRATERNITA DELLA GIOVENTU' CRISTIANA
6 giugno 1974.

 WWashington, DC.
Max, che detestava il cristianesimo, considerava una tragica farsa il fatto che, per un crudele caso della storia, i neri africani, catturati e portati in America come beni mobili, convertiti forzatamente alla pseudo-religione ipocrita degli schiavisti bianchi, non avessero ripudiato quella fede quando erano stati liberati. Era assolutamente sconcertante, sbalorditivo! Era uno stramaledetto rompicapo. Una delle ironie del cristianesimo era che, naturalmente, nella sua fase iniziale e pi vigorosa, era stata una religione di schiavi, una religione rivoluzionaria, ma si era presto trasformata in una religione di rapaci padroni bianchi privi di ogni carit cristiana, specialmente nei confronti di chi aveva la pelle pi scura della loro. In particolare, Max era sconvolto dalla disponibilit, dallo zelo infantile di tanti neri americani nello schierarsi a favore di una religione che predicava il pacifismo (mentre faceva la guerra), il paradiso dopo la morte (mentre arraffava e sfruttava le risorse del mondo), il fuoco dell'inferno per i dannati (mentre i credenti immaginavano se stessi salvati): in poche parole, l'oppio dei popoli, come la chiamava Marx.
Capivo che Max aveva probabilmente ragione. Tuttavia speravo che Minette desiderasse convertirmi. Quando la vedevo concentrata sulla Bibbia prima di dormire, quando sentivo il mormorio delle sue fervide preghiere, frammenti di canti gospel e inni che cantava sottovoce con tanto piacere, provavo un moto d'invidia e di speranza. Chiaramente, doveva esserci qualcosa di pi di quel che sapeva Max.
Minette? Sei qui...? 
Ma quando tornai dopo aver segnalato la finestra incrinata alla nostra consigliera residente, Minette non si vedeva da nessuna parte. Avevo avuto l'impressione che mi avrebbe aspettato nel salottino, ma se n'era andata.
Mi precipitai nella sala da pranzo, due isolati pi in l. Come era tutto bello e luminoso, dopo il temporale della sera prima. L'aria stessa sembrava lavata di fresco. Goccioline d'umidit brillavano sulle foglie, sul selciato. Ovunque ci fossero detriti del temporale saltavo sul marciapiede. Il cuore mi batteva nel petto con uno strano incanto. La Via. La Verit. La Vita. Sebbene non potessi credere nel salvatore di Minette  Swift, forse potevo credere in un altro tipo di redenzione. Pensai: Posso essere una persona buona. Posso essere uno strumento di felicit per gli altri. Io e Minette avevamo condiviso la coda dell'uragano Audrey, che al suo peggio, sulla costa della Carolina del Nord aveva soffiato a 180 chilometri l'ora. Non avevamo corso seri pericoli (giusto?) ed eravamo state in stanze separate per gran parte della notte, per eravamo vicine e un giorno avremmo potuto ricordare l'esperienza...
Io ero una ragazza impetuosa con occhi vivaci e una crespa criniera di capelli color albicocca bruciata, simili a denti di leone. Smilza, dinoccolata, agile come un piccolo levriere, diceva Max. Chiunque mi sorridesse, ricambiavo il sorriso.
Amami! Fidati di me! Mi sento cos sola!
Sulle prime, nella sala da pranzo, non riuscii a trovare Minette. Infine la localizzai, e cercai di non essere delusa che si fosse seduta a un tavolo lontano, dando le spalle alla stanza. Vuole stare da sola pensai. Tuttavia portai il mio vassoio della colazione da lei.
Le ragazze di Haven Hall sedevano spesso insieme. Non Minette, per, che si teneva a distanza dalle nostre vicine. C'era stato pi di un commento a proposito del fatto che Minette  Swift non faceva alcuno sforzo per stringere amicizia con altre ragazze nere. Una volta, nella sala da pranzo l'avevo vista fulminare con lo sguardo una delle ragazze nere popolari nel campus, che aveva osato rivolgerle la parola come se la conoscesse. Minette  Swift detestava quella che definiva familiarit, invadenza.
Quando mi sedetti a tavola di fronte a lei, Minette mi guard storcendo un po' le labbra e borbottando un Ciao. Come avrebbe potuto salutare una sorella, senza mostrare alcun entusiasmo e tuttavia senza essere sprezzante. Il testo di geometria analitica di Minette era aperto accanto al suo vassoio della colazione e lei era intenta a sottolineare le equazioni aggrottando la fronte.
Minette andava fiera di aver scelto matematica come materia principale, in vista di iscriversi a legge. Mi aveva detto che suo padre voleva diventasse un avvocato fiscalista perch lo potesse aiutare con le finanze della sua chiesa, la Temple Vale of the  orld Tabernacle of Jesus Christ. Questa chiesa, mi aveva detto Minette, diventava ogni anno pi grande. Era cruciale per Minette eccellere in matematica, ma con suo grande sgomento aveva preso solo una sufficienza risicata, un C-, nel primo test di geometria e calcolo propedeutici, il voto pi basso mai preso in matematica.
Impulsivamente, dissi a Minette che la matematica non era il mio forte. Ero riuscita a prendere degli A alla scuola preparatoria, ma non avevo alcun dono naturale. Se lo avessi avuto, avrei cercato di aiutarla.
Minette mi guard con autentica sorpresa. Come se la mia offerta, che non era una vera offerta, l'avesse commossa profondamente. Con un mormorio quasi impercettibile, bisbigli: Grazie. Poco dopo, quando pensavo che l'argomento fosse chiuso, soggiunse con voce zelante, evitando il mio sguardo, che Ges era tutto l'aiuto di cui aveva bisogno, per qualsiasi cosa nella vita.
Poi, quando le dissi che avevo segnalato la crepa nella finestra alla nostra consigliera residente, Minette aggrott la fronte, rabbrivid e storn gli occhi. In modo quasi impercettibile, sussurr quello che parve un Grazie.
Ricordai che Max mi aveva avvertito, appena saputo che avrei diviso gli alloggi con una ragazza nera di  Washington, DC, che c'erano zone, nella vita della mia compagna di stanza, la vita del suo ambiente familiare, delle quali non dovevo impicciarmi perch rischiavo di scoprire qualcosa che mi avrebbe turbato.
Cosa intendesse dire, Max non lo aveva chiarito. Era il suo modo di accennare a minacce e disagi senza dare spiegazioni. Come se il mondo, apparentemente cos chiaro e innocente nei suoi aspetti esteriori, contenesse fessure segrete, crepe, interni inimmaginabili, opachi alla nostra conoscenza.
Pensai: Una finestra incrinata. Una finestra rotta. Vetri che vanno in frantumi.
Pensai: E' spaventata. Devo aiutarla.
Seduta con Minette nella sala da pranzo, mi sentivo a un tempo protettiva e impacciata. Sebbene capissi che probabilmente voleva concentrarsi sul suo testo di matematica, provavo il bisogno di fare conversazione con lei. Le chiesi se era riuscita a dormire un po' la notte prima con tutto quell'ululare del vento e Minette ciondol la testa in un modo che poteva voler dire forse s, e forse no. Mi sentii sciocca a parlare del tempo come una per cui le parole avevano solo un significato letterale, mentre conversavo con una per cui le parole avevano significati pi profondi e segreti, tuttavia non riuscivo a sopportare di starmene seduta in silenzio con Minette, come se tra noi ci fosse un'incrinatura. Quando era agitata, Minette mangiava in modo compulsivo: cospargeva di burro parecchie spesse fette di french toast e le inzuppava con sciroppo d'acero, e ci beveva insieme un bicchiere di latte intero e due o tre tazze di caff completo di panna e zucchero. Le sue mascelle lavoravano alacremente anche mentre era china su un libro di testo e un foglio di quaderno piegato a met per il lungo, fitto di equazioni.
Desiderai nuovamente saperne di pi di matematica, e che io e Minette seguissimo lo stesso corso e potessimo commiserarci a vicenda.
Proprio allora due ragazze di Haven House con le quali ero in rapporti amichevoli (oh, io ero amichevole con chiunque mi incoraggiasse con un sorriso!) vennero a sedersi al nostro tavolo. Erano ragazze bianche che, come me, provavano una certa soggezione nei confronti di Minette  Swift, e i cui tentativi di fare amicizia con lei erano stati accolti con una freddezza che a volte era educata, altre volte non troppo. Minette not a malapena la loro presenza e non prese parte alla nostra conversazione sull'uragano Audrey. Dissi loro della finestra incrinata, dove aveva sbattuto un ramo spezzato. Sembrava che Minette non avesse ascoltato, ma un momento dopo chiuse il libro, spinse indietro la seggiola e port via il suo vassoio senza dire una parola. Aveva la faccia chiusa come un pugno, sembrava furibonda. Piantate in asso, noi tre la guardammo andar via, sconcertate.
Tre ragazze bianche. Che guardavano una ragazza nera andar via, sconcertate.
Ha qualche problema Minette, stamattina? 
Stamattina! Tutte le mattine. 
Mi affrettai a dire: Il temporale l'ha tenuta sveglia. Ha paura degli uragani. La sua famiglia  della Carolina del Sud... .
Ragazze di Haven Hall talvolta mi chiedevano della mia compagna di stanza: com'era quando riuscivi a conoscerla? Ero evasiva nel rispondere. Non volevo confessare che non ero ancora riuscita a conoscere la mia compagna di stanza e a volte avevo l'impressione, col passare delle settimane, di conoscerla sempre meno.
Tra le matricole dello Schuyler, Minette  Swift stava emergendo come una specie di enigma: una ragazza nera che non si comportava da nera. Una ragazza dalla forte personalit che in generale era ammirata e rispettata, ma, per il momento, non molto amata.
Ero sconvolta, vedendo che Minette era arrabbiata. Lasciai la mia colazione praticamente intatta e mi affrettai a seguirla. A un tavolo vicino alla porta dove venivano impilati i vassoi, Minette stava avvolgendo gli avanzi del suo french toast sciropposo in tovagliolini di carta, da portarsi in camera. Vedendomi, fece una smorfia e si spinse gli occhiali di plastica rosa sull'attaccatura del naso. Le tremava la voce. Ma perch? Perch glielo hai detto? Perch dare questa soddisfazione a quelle l? 
Minette sembrava ferita, contrariata. Non avevo idea di cosa stesse parlando.
Soddisfazione? Quale soddisfazione? 
Scusa tanto, eh, ma lo sai benissimo. 
Minette si gir dall'altra parte, sforzandosi di non piangere. Non l'avevo mai vista cos scossa e in seguito avrei ricordato che quella era l'ultima volta che avevo visto la mia compagna di stanza cos indifesa e vulnerabile. Avrei ricordato questo scambio e pensato: Si fidava di me e io l'ho delusa. Per ignoranza, per stupidit.
Lasciai la sala da pranzo in fretta e furia, con Minette. Volevo scusarmi ma non sapevo per cosa. Dove avevo sbagliato? Minette detestava l'idea che si parlasse di lei, forse era questo il problema. Aveva una sorella minore di nome Je el che era sempre a impicciarsi degli affari miei e in momenti del genere avevo l'impressione che Minette mi considerasse una specie di Je el, con esasperazione, ma non senza affetto, almeno cos speravo.
Tornammo in silenzio alla residenza. Ero sbalordita dall'entit dei danni del temporale, che erano molto pi gravi di quanto avessi notato lungo il tragitto verso la sala da pranzo. Molti dei vecchi platani maestosi erano stati spezzati. Un bellissimo albero di ginepro giaceva a terra, caduto in un mucchio ignominioso. Una squadra di pronto intervento aveva innalzato delle barriere in una strada dove era caduta una quercia gigantesca. Ovunque c'erano pezzi d'albero staccati dalla pianta, foglie bagnate sospinte in canali di scolo, fessure e angoli. E foglie bagnate appiccicate alle nostre scarpe come lingue.
Minette camminava spedita, gli occhi puntati davanti a s, risoluta, senza quasi badare ai danni del temporale. La fronte dolorosamente corrugata, sembrava persa nei propri pensieri. Cominciai a preoccuparmi, sembrava stessi perdendo la mia compagna di stanza. Ero decisissima a essere allegra: durante gli anni in collegio avevo combattuto la nostalgia di casa, la solitudine, il dolore e la paura generica di tutto quello che poteva accadere continuando a restare allegra, che significava principalmente parlare, sorridere e parlare, facendo uscire gli altri dal loro guscio, nel tentativo di rallegrare anche loro.
Ancora una volta, dissi a Minette che la sua finestra sarebbe stata riparata alla perfezione, sarebbe tornata come nuova, probabilmente quello stesso pomeriggio.
Minette mi guard negli occhi. Le labbra carnose tremarono.
Se lo dici tu! Per quel che serve, tanto la romperanno di nuovo. 

 Haven in inglese significa porto sicuro, o rifugio. [Tutte le note a pi di pagina sono a cura della traduttrice.]

Quand' che conosceremo la tua compagna di stanza, Genna? Per il Ringraziamento? A Natale? Sarebbe meraviglioso se anche i genitori di Minette venissero a farci visita. Abbiamo un sacco di spazio, ci piacerebbe moltissimo conoscere gli  Swift. Spero tu abbia fatto capire a Minette quanto sarebbe gradita la sua presenza a Chadds Ford!

Vergogna.
Nello stordimento della tarda estate del 1974. Nella casa per lo pi vuota di Chadds Ford. La voce rotta e rauca di mio padre veleggi su per le scale, ordinando a me, sua figlia, di scendere immediatamente. Questa  un'occasione storica.
Anche nel suo febbrile stato di aspettativa, Maximilian Elliott Meade non poteva esimersi dall'osservare una perfetta propriet di linguaggio: un'occasione storica e non una ricorrenza storica.
Nella stampa popolare, Maximilian Meade era stato a lungo ridicolizzato come un avvocato-drogato-radical-hippy che si era fumato tanta di quell'erba con i suoi clienti sbomballati negli anni Sessanta da essersi fuso il cervello. Cos si tendeva a dimenticare che Max si era laureato summa cum laude a Harvard e aveva servito con distinzione nell'intelligence dell'esercito statunitense come decodificatore durante la Seconda guerra mondiale. Si tendeva a dimenticare che il suo primo libro pubblicato era la tesi di dottorato a Harvard, L'identit in democrazia: la libert in pericolo, e che una volta aveva tenuto una conferenza su la consapevolezza politica radicale di Hegel, Feuerbach, Marx, Engels e Nietzsche in enormi dibattiti pubblici alla Columbia University ai vecchi tempi bui in cui faceva parte del corpo docente e per sua ammissione sperava ardentemente di essere titolare di cattedra in scienze politiche e non un attivista combattente in legge.
Era la sera dell'8 agosto 1974. Max era ai piedi delle scale a gridare: Porta qui il tuo bel culetto, ragazza,  quasi iniziato.
L'idea era che avresti dovuto notare l'agilit con cui Max Meade passava dall'impeccabile propriet di linguaggio britannica allo sboccato vernacolo americano: porta qui il tuo bel culetto.
Volevo oppormi! Mi sarebbe piaciuto calarmi da una delle mie finestre prive di zanzariera sullo sgretolato tetto d'ardesia di quel vecchio rudere di casa e strisciare a quattro zampe fino al colmo del tetto e premermi le mani sulle orecchie per azzerare la voce di pap. Perch volevo gridare perch devo venire di corsa. Me ne infischio della tua storia e anche di te.
Non era vero niente. Neanche un po'. Non avrei potuto crederci nemmeno per il pi fugace degli istanti.
Naturalmente sapevo: quella sera era un momento a lungo atteso nella casa di Chadds Ford come in innumerevoli altre case d'America. Sarebbe stato un momento sacro. Sarebbe stato un ricordo condiviso di incomparabile significato. Qualunque cosa stessi fingendo di fare nella mia stanza dietro la porta chiusa (il mio diario su un vecchio libro mastro macchiato d'acqua che avevo trovato in soffitta, libri in brossura sparpagliati sul letto, ai cui margini scrivevo annotazioni da scolaretta che un giorno sarebbero state trovate da qualcuno doverosamente colpito) erano deboli difese contro le chiamate di Max. Per quest'occasione storica, Max, ci teneva lo sapessimo, aveva interrotto i suoi viaggi ed era tornato a casa. Ovunque Max Meade fosse stato, quale che fosse la localit confidenziale/riservata, Max l'aveva lasciata d'improvviso per tornare a casa.
Generva stava chiamando adesso. Generva quando esigeva immediata obbedienza filiale.
Bimba-Genna! quando mi punzecchiava. Genna significava paparino spensierato, bonario e strampalato di cui era assurdo avere paura.
Dopo pochi minuti che ne avevi fatto la conoscenza, Max Meade ti spiegava con la sua voce da carta vetrata: era sopravvissuto a un pestaggio sanguinoso all'et di ventisei anni a East Bruns ick, Ne  Jersey, la notte del 6 ottobre 1949. Assistente di scienze politiche alla Columbia, era andato con una decina di altri a contestare una marcia del Ku Klux Klan ed era stato aggredito, buttato a terra, calpestato e preso a calci nella trachea da membri del gruppo mentre poliziotti in uniforme si tenevano a distanza e da allora la sua voce non era esattamente una voce umana, ma un bisbiglio implorante e stridulo simile al rumore di due fogli di carta vetrata sfregati l'uno contro l'altro.
Quel suono di carta vetrata l'avrei sentito per tutta la vita. Se non in presenza di Max Meade, in sua assenza.
Gen-na! Gennnn-na! Ultima chiamata.
Lasciai cadere il mio libro mastro - diario. Scalciai via i libri in brossura. Sebbene mio padre mi spaventasse a morte quando era Mad Max, il pazzo scatenato Max, potete star certi che quelle scale le scesi volando.
Ohhh, s, quando Mad Max le chiamava, le ragazze arrivavano al volo.
Occasione storica.
Da ricordare per tutta la vita, Genna.
Da condividere. Solo noi. Il trionfo della giustizia.
Otto agosto 1974. Il trentasettesimo presidente degli Stati Uniti si stava dimettendo dal suo incarico sulla rete televisiva nazionale. Ammetteva la propria vergogna sulla rete televisiva nazionale. Una cosa inaudita! Senza precedenti! Niente di simile era mai successo nella nostra tormentata storia americana! Per anni Max Meade e i suoi compagni avevano sognato che il presidente criminale cadesse in disgrazia, e adesso il miracolo era imminente!
Non ero una bambina. Avevo diciotto anni. Di l a sette settimane e cinque giorni (depennavo i giorni sul mio calendario) sarei partita per lo Schuyler College che era una delle universit femminili pi esclusive e accademicamente esigenti del Nordamerica, salvo che, naturalmente, ero anche una figlia. Ero la figlia di Maximilian Meade, e quando pap mi afferr la mano stringendola cos forte da far scricchiolare le ossa, la mia unica reazione percettibile fu una risata con smorfia: Pa-p! .
Nella sala tv, come a volte veniva chiamata, tra un caos di giornali, posta scartata, buste di manila e fascicoli vari, bicchieri, piatti, posate e portacenere sporchi, in una confusione di mobili scompagnati e tappeti consunti e piccoli convogli di zanzare e moscerini vaganti (niente aria condizionata nella vecchia casa di Chadds Ford, finestre prive di zanzariere tenute incautamente aperte) ci riunimmo per guardare la cerimonia della vergogna.
Giustizia, finalmente!
Salvo che Veronica stava armeggiando inutilmente col televisore. Sulle ginocchia nude sul nudo pavimento di legno duro. La maldestra, agitata Veronica borbottava: Oddio, dov' quel canale? Non  il canale di  ilmington... . La faccia da bellezza in disarmo di Veronica He ett-Meade e i capelli neri tinti di fresco in una cascata di erotico abbandono sulla schiena. In quella che, a dispetto della pubblica vergogna del presidente, era una serata estiva qualunque e caldissima nella rurale Chadds Ford, Veronica indossava uno dei suoi caftani orientali, di stoffa luccicante allegramente decorata con piccole lune d'oro, di vetro e di specchietti attraverso la quale, se non distoglievi lo sguardo abbastanza in fretta, potevi vedere i suoi piccoli seni tremuli e puntuti (davanti) e (dietro) le piccole vertebre tremule e bianche come cera della sua spina dorsale. Nella parte inferiore del corpo Veronica indossava gli slip di un bikini zebrato. (Erano arrivati in una confezione in scatola da un negozio di biancheria intima di Parigi, il regalo di un amico. Veronica me ne aveva girato un paio, che avevo buttato via disgustata.)
Dato che i miei genitori snobbavano la televisione, come snobbavano la maggior parte dei prodotti dell'America capitalistico-consumista, possedevamo solo un piccolo apparecchio inaffidabile dell'epoca precedente al colore. Perch chi poteva desiderare la volgarit della tv a colori in questa cultura degradata? Max Meade aveva pensato che l'unico valore della tv a colori sarebbe stato, ai tempi della guerra del Vietnam, riuscire a vedere il colore autentico del sangue nei filmati dei notiziari, se desideravi vedere la guerra portata a casa tua, e se potevi fidarti dei reportage statunitensi. (Di alcuni reporter ti potevi fidare, anche se della maggior parte non potevi.) Tuttavia, come un undicenne agitato, Max adesso stava implorando Veronica di trovare un'immagine pi chiara, di sintonizzare quel maledetto coso, e sbrigati! - passandosi rapidamente le mani sulla testa glabra, alla maniera di un uomo che cerca disperatamente di apparire calmo.
La testa glabra di Mad Max. Era notevole. Mentre negli anni Sessanta Max aveva portato i folti capelli color albicocca bruciata alla vichinga, lunghi fino alle spalle, adesso per vanit si radeva la testa: anche se non accuratamente e non a intervalli regolari. Aveva cinquantatr anni e la faccia simile a un pallone che ha preso troppi calci. Il suo stile era noncurante, sbadato. Il suo stile era ficcare la mano in un armadio e arraffare la prima cosa che gli capitava a tiro. Infilare i piedi nelle calzature pi vicine. Era una forma di vanit che si poteva scambiare per indifferenza alla visione che il mondo aveva di lui.
Mi inginocchiai accanto a Veronica per darle una mano col televisore. Badai a non urtare la mia suscettibile madre, che si offendeva facilmente se subentravi in uno dei suoi compiti domestici. Da vicino, sentii odore di  hisky nel suo alito. Era un dolce odore familiare che preferivo all'odore rancido del suo fiato dopo un sonno sudaticcio di dodici ore, indotto dai barbiturici. Scotch  hisky significava festeggiamenti, un'occasione storica e non semplicemente privata.
Infatti, c'erano bicchieri sul pavimento. Max e Veronica avevano iniziato i festeggiamenti per la vergogna del presidente prima che la loro figlia entrasse in scena.
Mentre armeggiavo con i pulsanti, ecco che sullo schermo zigzagante apparve la figura distorta del presidente. Sembrava scrutare il vuoto attraverso gli occhiali da lettura. Come in un collage pop art volutamente comico, il presidente era triplicato: la sua immagine traballante balz in avanti, poi apparve un'altra immagine traballante e balz in avanti, e poi un'altra ancora usc dalla misteriosa anima squilibrata dell'apparecchio. Riuscii a stabilizzare e a definire il quadro. Il presidente era un uomo vecchio, dalla faccia stanca, si provava un moto di piet per lui. Si vedeva un'anima umana rivoltata come un calzino sporco.
Veronica rise, asciugandosi gli occhi. Che sciocca era, lo sapeva.
Si affrett a dire che era per Pat Nixon che le dispiaceva. Quelle tragiche donne di Nixon, guarda che facce!
Com' che ricordiamo tanto pi intensamente la vergogna che non l'orgoglio? La nostra vergogna pi della vergogna di altri.
I miei ricordi dei miei genitori si confondevano con i sogni. I miei sogni sui miei genitori si confondevano con i ricordi.
E' successo, se ne sono andati aveva detto mio fratello.
A meno che mio fratello non avesse detto: Non so cosa cazzo  successo, dove sono andati.
Questo molto tempo fa. Sette anni prima. Avevo gi scoperto cos'era la vergogna. Cos' la vergogna. Mia madre era mamma allora. Fu solo pi tardi che divenne Veronica. And via e quando torn non era pi mamma e si arrabbiava se veniva chiamata mamma e non voleva essere toccata perch non voleva contaminarmi perch mi amava tanto, E tu lo sai, Genna! Dimmi che lo sai.
Malattia era un termine dell'epoca. Se avevi una malattia ci sarebbe stata una ricetta per curarla. Se la societ era malata di sicuro c'era una ricetta. Si trattava solo di trovare quella giusta e applicarla.
Dieci anni, poi ne avevo undici. Alla scuola diurna di Chadds Ford, dove frequentavo la prima media. Alta per la mia et e si poteva pensare che fossi anche matura, per la mia et. Che non fossi una piscialetto. E nemmeno una scaccolatrice frenetica. Non una ragazzina che poteva recitare le tabelline con una squillante voce da pappagallo ma che non aveva idea di dove fosse andata sua madre. Nessuna idea di dove fosse andato suo padre. Di quando se n'erano andati e quando sarebbero tornati.
Non so perch cazzo dovrei saperlo. Non lo so!
Non riuscivi a capirlo: se Rickie era arrabbiato, o se stava ridendo.
Rickie mi stava aspettando sui gradini sgretolati dell'ingresso principale. Stravaccato e con gli occhi rossi e vitrei, fumando quello che chiamava uno spinello. Il portone era spalancato. Il portone del vecchio maniero che non veniva mai usato, come non venivano mai usati i gradini sottostanti che erano circondati da cardi e alte erbacce andate in seme. Vedevo la vergogna negli occhi di Rickie. Vedevo le sue labbra muoversi prima di udire le sue parole, ed era come guardare attraverso la parte sbagliata di un telescopio, e vedere un'immagine pi dettagliata, ma in miniatura. Non so dove cazzo sono, e me ne vado anch'io. E tu non venirmi dietro.
E poi c'era Max che parlava di vergogna con uno dei vecchi-giovani uomini che solevano venire a stare da noi nella casa di Chadds Ford per un giorno, una notte, una settimana, sei settimane, finch una mattina, di punto in bianco, scomparivano. Salvo che Ansel era riapparso. Ansel, con una faccia cos stretta e dolente che sembrava gliel'avessero stretta in una morsa. Ansel con ispidi capelli neri ingarbugliati e un ciuffo stracciato di barba. E c'era mio padre che diceva che Ansel aveva fatto la cosa giusta. Ansel, e i suoi compagni. Mio padre con la sua voce roca a dire che, se ne avesse avuto il coraggio, con le bombe li avrebbe fatti saltare! Se avesse avuto il coraggio di assassinare Nixon, Kissinger, Mitchell. O almeno provarci. Dichiarare guerra aperta. Allora avrebbe saputo, disse pap, di aver fatto qualcosa di buono e durevole per il proprio paese natale e per l'umanit tutta, sarebbe entrato in clandestinit per sferrare azioni di guerriglia e ci che rimaneva della sua vita sarebbe stato riscattato.
Non questa vita di vergogna. Vergogna privilegiata nella pelle di un uomo bianco.
La faccia del presidente! Era scioccante da vedere, perch non era una faccia da tv. Era stanca, vecchia. Il naso aveva una punta bulbosa, le narici erano nere e sgradevoli. Occhiaie livide e mascelle tremule come non se ne vedono in tv. E la bocca raggrinzita come una prugna, da cui lentamente e a fatica uscivano parole vuote.
Un uomo, disse Max disgustato, che caga con la bocca.
Il presidente stava parlando. Il presidente stava aggrottando la fronte al di sopra dei suoi occhiali da vecchio. Dichiarando, con rabbioso fervore Non sono un rinunciatario e Max lo schern ridacchiando: S che lo sei! Lo sei eccome, brutto bastardo, e il presidente stava dicendo Errori s, ma mai a mio personale vantaggio e Max si mise a ululare: Bugiardo! Fottuto bugiardo! Ti sei arricchito insieme a quei criminali dei tuoi compari del cazzo e lo sai benissimo! E il presidente stava dicendo con caparbia determinazione Per il bene del paese mi dimetto dal mio incarico e Max ululava: Per evitare l'incriminazione, brutto bastardo! Per evitare un processo! E il presidente stava dicendo con la caparbia determinazione di chi si sente nel giusto, lanciando occhiate di fuoco attraverso gli occhiali da vecchio uomo per bene Alla lotta personale per la mia difesa antepongo il bene del paese, dimettendomi dal mio incarico e Max ululava: Per evitare la prigione, brutto bastardo, brutto bastardo bugiardo potrei strapparti la laringe a morsi, fissando lo schermo che ricominciava a tremolare come a farsi beffa della frustrazione di Max Meade.
Max aveva smesso di dondolarsi sui talloni. Il bicchiere di  hisky quasi vuoto gli sarebbe caduto di mano se Veronica non glielo avesse tolto, a sua volta con dita tremanti. Max stava gemendo: Oddio, oddio, non ci posso credere.
Il presidente aveva concluso il suo discorso. Il presidente stava sudando copiosamente. Il presidente sembrava un uomo che se l' fatta nelle mutande ed  seduto sui suoi escrementi ma vuole credere che nessuno se ne sia accorto, perch se nessuno se n' accorto...  successo? No che non  successo! Il presidente si ritirer con un sorriso. Il sorriso coraggioso del leader ferito. Uomo di grande dignit. Uomo di grande coraggio. Costretto a rassegnare le dimissioni dai suoi avversari politici, tutto qui. Non un uomo che si  coperto di vergogna. Il presidente si gira a salutare TV America, con un sorriso vero adesso. E' il sorriso di una testa di morto, eppure  un sorriso vero. E' un sorriso di trionfo. E' un sorriso di vittoria. Entrambe le braccia si sollevano all'improvviso, disarticolate come le braccia di una marionetta. Entrambe le mani sfoggiano la V di Vittoria, al pari di un ragazzino che faccia un gesto osceno.
Ed ecco la cosa scioccante: Max si sporse in avanti e sput sullo schermo.
La nuca di Max era livida e increspata per la rabbia. La testa calva striata di vene era arrossata e coperta di chiazze per la rabbia. Mi stavo ritraendo dallo spettacolo. Troppo spesso avevo visto i miei genitori in uno stato emotivo prossimo alla detonazione. Non ero sicura di cosa avevo effettivamente visto alla tv. Non ero sicura della vergogna di chi fossi stata testimone. Mentre Max infuriava, Veronica si mise ad armeggiare per spegnere il televisore. Perch, in un modo o nell'altro, Veronica stava subendo l'impatto maggiore della rabbia di Max. Veronica che si asciugava gli occhi che colavano mascara: Perdonami, caro! Non posso farci niente, lo sai come sono ridicola. Non  per lui che mi si spezza il cuore, ma per la moglie e la figlia - mentre Max, nella sua furia, le dava una gomitata nella schiena, facendola ribaltare in un capitombolo infantile di gambe nude, piedi nudi non molto puliti, un groviglio di lucidi capelli neri e un pathos di mussola trasparente.
Riuscii a tagliare la corda. A lungo avrei ricordato lo sputo di mio padre che colava come lacrime creando un rivolo nella patina di polvere sullo schermo del televisore.
Il giorno dopo Max venne a scovarmi. Non Mad Max, il pazzo dagli occhi rossi furibondo come  otan, ma l'altro Max. Il fiato di questo Max non era infuocato di liquore, ma odorava compitamente di collutorio. La sua grossa testa calva non pulsava pi in modo martellante, al pari di un pene gonfio di sangue.
Genna! Tesoro.
S?
Sorrisi con calma celestiale. Sapevo che, per conquistare il cuore di Max Elliott Meade, anche le ragazze pi carine (e io non ero tra queste) dovevano parlare con compostezza, con candore.
Perch questo era l'uomo che aveva scritto con tanta eloquenza e forza di persuasione dell'inestricabile componente etica di tutte le azioni politiche - della ricerca del principio archimedico, qual  la verit per la quale sono pronto a morire?. Aveva insegnato ai suoi giovani discepoli adoranti degli anni Sessanta il principio kierkegaardiano l'individuo  la pi alta delle verit e il suo coraggio nell'opporsi al governo federale degli Stati Uniti nei tribunali era stato impressionante. Non riuscivo a sopportare che il presidente cattivo nell'atto stesso di diventare ex presidente avesse preso a calci mio padre nella pancia, facendo s che dalla sua bocca uscisse un vomito terribile.
Negli occhi di Max c'era l'ammissione della vergogna, e nemmeno lui riusciva a sopportarla.
Dicendo con calma: Nixon sar assolto, mentre lui non avrebbe assolto nessun altro. Sar assolto dal suo lacch, il vicepresidente,  ovvio. Per noi  sufficiente che quel criminale si sia dimesso con vergogna . Max pronunci queste parole come se parlasse in un registratore. Perch aveva davanti la sua Brunilde, avida di ascoltare e registrare.
La voce rotta e gutturale calma: Tu sei troppo giovane per essere toccata dalla vergogna della nostra generazione, Genna. Ma puoi condividere la nostra rigenerazione .
Max mi sfior la spalla, esitante. Sorrisi felice. Come se capissi. Avevo un desiderio disperato di credere.

Passaggio segreto.
La prima volta che vidi Minette  Swift non conoscevo ancora il suo nome. Non sapevo che saremmo diventate compagne di stanza. La campana della cappella dello Schuyler stava suonando a distesa sopra le nostre teste.
Quasi inconsapevolmente, l'avevo guardata. Un viso scuro e impassibile, una ragazza nera della mia et. Stava uscendo dalla cappella dello Schuyler College parecchi metri davanti a me, insieme alla sua famiglia, i genitori e la sorella minore. Pensai di poter riconoscere la somiglianza di famiglia tra loro, o almeno volevo crederlo, ma doveva trattarsi del fatto che erano neri in mezzo a una moltitudine di bianchi e io ero bianca, e sentivo acutamente quanto potesse essere, dovesse essere, evidente il colore della propria pelle, in un posto pubblico.
In mezzo a tanto biancore. Un bianco abbagliante come l'interno della cappella un tempo quacchera con le sue spartane pareti bianche, il pavimento di legno e i banchi e le alte finestre i cui vetri antichi emettevano una curiosa luce ondeggiante come sott'acqua. La campana faceva un suono cos assordante sopra di noi che il cuore cominci a battermi all'impazzata.
La rettrice dello Schuyler College aveva appena pronunciato un vivace discorso di benvenuto per le allieve del 1979. Ci aveva detto che la generazione di donne cui lei apparteneva, come laureata del Radcliffe College nel 1952, aveva dovuto essere di femministe che esploravano un territorio selvaggio. Le laureate del 1979 sarebbero state i coloni e i mietitori.
Era stato un discorso stimolante. Pi volte avevamo interrotto questa donna meravigliosa che non sembrava pi vecchia della maggior parte delle nostre madri, per applaudire. Anche se la possibilit di laurearmi allo Schuyler College, dalla prospettiva del mio primo giorno di universit, sembrava remota e improbabile quanto un racconto di fantascienza.
Mi sentivo al sicuro! Quattro anni erano tutta una vita.
Stavo guardando Minette  Swift di profilo. Minette  Swift accanto a un uomo dalla fronte bombata, la pelle ancora pi scura della sua, di costituzione robusta, un uomo vigoroso di mezza et, non bello ma maestoso, con un grosso naso che sembrava appiattito a forza. Ecco un individuo dal portamento dignitoso. Se nella cappella a predominanza bianca questo nero era stato indotto a sentirsi acutamente consapevole della propria pelle, non era una consapevolezza imbarazzata, semmai suggeriva orgoglio. Compresi che doveva essere un personaggio pubblico di qualche tipo perch mi ricordava Max: un politico? un sacerdote? ex atleta? uomo di spettacolo? Se era un uomo d'affari, aveva successo. Era abituato a essere trattato con cortesia, con deferenza persino. Nessuno lo avrebbe intimidito. Se sorrideva, era un sorriso che doveva essere meritato, perch non veniva dispensato alla leggera. In quell'umida giornata settembrina indossava un elegante completo su misura di gessato blu che gli stava a pennello, come un guanto sul torace muscoloso. Luccichii d'oro balenavano ai polsini della camicia bianca inamidata. La cravatta mandava bagliori di bronzo. C'era un baluginio dorato nei denti. Gli occhiali da vista erano piantati sull'attaccatura del naso grosso e piatto come fossero incastonati nella carne: perfettamente rotondi, cerchiati d'oro, con lenti che ingrandivano lo sguardo calmo e valutatore dei suoi occhi. Una volta fuori dalla cappella, si ferm a togliersi la giacca con una sorta di lentezza cerimoniale e si asciug il viso con un fazzoletto bianco, in modo decoroso. Non c'era fretta in nessuno dei suoi gesti, nessun segno di disagio o irritazione. Vidi la moglie prendergli la giacca come una domestica, senza che le venisse chiesto; vidi con quanta cura se la ripieg sul braccio.
A questo punto lo stavo fissando cos intensamente, che qualcosa mi disse: Adesso ti vedr, guarder proprio te!.
Mi preparai a stornare gli occhi in fretta e provai una punta di delusione quando il distinto signore nero non mi degn di uno sguardo.
Sua moglie era meno notevole. Pelle pi chiara, bella faccia incipriata e lucido rossetto scuro. I capelli erano parzialmente stirati. Il seno abbondante e i fianchi larghi tendevano il tailleur di maglia color lavanda, la gonna era stazzonata nel punto in cui era stata seduta nel banco stretto e scomodo. Era molto accaldata, aveva mezzelune di sudore sotto le braccia. Naturalmente indossava le calze, e scarpe scollate di pelle nera con i tacchi alti. In testa, un cappello nero di paglia a larga tesa che sembrava laccato. Era vestita per la chiesa, per un'occasione festosa, non priva per di una certa tensione, perch aveva un'aria preoccupata. Nella cappella e adesso fuori, era impegnata in uno scontro di volont materna con l'irrequieta figlia minore, una ragazza dinoccolata sui tredici anni con treccine rigide e una bocca sprezzante, calzette bianche e scarpe lucide di pelle nera. E c'era la figlia maggiore, calma e padrona di s, e ancor prima di sapere il suo nome, decisi che l'avrei conosciuta, sarebbe stata mia compagna di classe e forse mia amica. Minette, che non era morbida e grassoccia come la madre ma soda e compatta come il padre. A mo' di uniforme scolastica, indossava una camicetta bianca a maniche lunghe ornata da occhielli impunturati, e un'alta cintura di pelle nera cos stretta che le strizzava la vita. Portava le calze e scarpe a tacco alto, l'unica tra le ragazze del corso di laurea del '79. E quegli occhiali di plastica rosa conchiglia che pareva dovessero pizzicarle la faccia. Lei!
C'era sempre questo strano riserbo in Minette  Swift, un irritante senso di astrazione, di distacco. Come se fosse indifferente allo sguardo degli altri. Solo il padre era reale per lei, la madre era stata superata. Ma il padre non sarebbe stato superato e il suo potere non sarebbe stato aggirato.
Prima pensai: Ha un padre e lui la ama.
Poi pensai: E' la figlia. E' sua.
Vidi che anche Veronica stava guardando la famiglia nera. I loro abiti e i loro modi li distinguevano nella folla. A differenza degli altri neri che partecipavano agli eventi della Giornata dell'orientamento, avrebbero potuto essere negli anni Cinquanta o prima, un'illustrazione di Norman Rock ell per il vecchio Suturday Evening Post. Appartenevano all'epoca di Martin Luther King Jr. Non all'epoca dell'assassinio di King, di Malcolm X, Elijah Muhammad, Muhammad Ali, Angela Davis. Erano di un'epoca in cui la famiglia prevaleva ancora.
Ero terrorizzata da quello che poteva fare mia madre. La mia mamma hippy di mezz'et. Era capacissima di abbordare dei perfetti sconosciuti come un comitato d'accoglienza, sfoggiare il suo sorriso abbagliante-seducente e presentare entrambe, se stessa e me: Siamo le He ett-Meade. In teoria le sarebbe stato chiesto se avevamo qualche legame di parentela con la famiglia Meade, con il fondatore dello Schuyler College e/o il controverso attivista Maximilian Meade, e Veronica, dopo un attimo di esitazione, avrebbe ammesso che s: Per matrimonio, io. Per sangue, mia figlia. Per fortuna il pi delle volte questa domanda non veniva posta.
Poich Veronica era sul punto di seguire l'istinto, gli occhi fissi sul padre nero dal viso tondo che al momento stava conferendo con la figlia maggiore a proposito del programma della Giornata dell'orientamento, la avvertii: Veronica, no . Non sopportavo l'idea che la mia sensibile genitrice facesse una figuraccia e venisse snobbata, avevo gi assistito a episodi del genere in passato.
Alcuni proprio nella nostra casa di Chadds Ford.
No cosa!  Veronica rise di me, seccata.
Non andare a parlare con loro. Non farlo e basta, per favore. 
La famiglia nera si stava allontanando. Verso la parte opposta del prato. Avevo osato prendere il polso di Veronica.
Un polso esile, un osso sporgente. Sapevo che, nella parte inferiore del polso, pulsava una turgida vena azzurra.
Tu  Veronica si stacc da me, offesa, tu sei ridicola. Sei paranoica  toccandosi i capelli nerissimi, lucidissimi, attorcigliati in un nodo fantastico, ancorch disordinato, in cima alla sua testa da Nefertiti come un maledetto cane per ciechi che non lascia fare sei passi al padrone per paura che inciampi. 
Era un classico scatto da Veronica. Stravagante, brillante-squilibrato. Prendere acidi negli anni Sessanta aveva ristrutturato il cervello di mia madre in modi che talvolta erano sorprendenti e originali, anche se il pi delle volte no.
Dissi a Veronica che i cani per ciechi sono animali nobili. E la paranoia al servizio del buonsenso  una cosa buona.
Paranoia! Come se ne sapessi qualcosa! Parli come tuo padre. Quello di adesso, non l'originale. 
Veronica parl col tipo di violenta protesta che chiede di non essere presa sul serio. Anche la sua rabbia aveva un'aria da bambina ferita che vuole essere perdonata.
Quello di adesso significava Max Meade negli anni Settanta. L'originale era Max Meade negli anni Sessanta. A me non sembrava ci fosse una gran differenza tra i due, come credeva Veronica, ma io ero solo la figlia di Max.
La famiglia nera era scomparsa. Eravamo circondate per lo pi da facce bianche. Ragazze della mia et in compagnia di genitori, fratelli, parenti. Provai un involontario moto d'invidia vedendo le mie future compagne di scuola con le famiglie, i padri. Non potei fare a meno di guardarmi intorno per vedere quante erano in compagnia delle madri soltanto.
Anche se bisogna dire che nessuna madre era come Veronica He ett-Meade.
Per la Giornata dell'orientamento allo Schuyler College, Veronica indossava: un abito cremisi lungo fino ai piedi che assomigliava in modo sconcertante a una camicia da notte, con un incredibile scollo a V che mostrava la parte alta dei suoi pallidi seni a pera, la mussola sottile striata di fili d'argento simili a nervi scoperti; gioielli d'argento, che tintinnavano; un trucco stravagante, che includeva occhi da Cleopatra con ombretto turchese; sandali infradito sui piedi nudi, pallidissimi. Infine c'era il fantastico nodo in cima alla testa da cui sfuggivano viticci e ciuffi di capelli nero-lucidi, c'erano unghie delle mani e dei piedi con uno squillante smalto cremisi. Effluvi ansiosi al borotalco e profumo aleggiavano sulla scia della donna.
Quando era ancora la mamma, mi amava, penso. Io so che la amavo.
Dopo, come Veronica, mi aveva confidato con l'aria di chi impartisca saggezza che l'amore  un'illusione dell'ego, non pi consistente del vapore.
Se io scompaio, i tuoi sentimenti per me scompariranno. Perch non avranno pi una fonte. Se io muoio, non dovresti affliggerti. Se tu muori, non mi affligger. Lo prometto!
Veronica si stava schermando gli occhi, guardando l'orologio sulla torre di Schuyler Hall mentre ci passavamo sotto. Vagamente, ci stavamo muovendo verso la residenza privata della rettrice dove, a mezzogiorno, eravamo attese per il pranzo. Veronica controll il suo orologio con quello della torre: Se qui sono le dodici e dieci, a Los Angeles saranno le nove e dieci. Max dovrebbe essere in piedi a quest'ora .
... c' qualcosa di strano e meraviglioso nella famiglia. Qualcosa di mostruoso nella famiglia. La famiglia  una creatura dalle molte teste, come l'Idra. La famiglia  il locus dell'ossessione. La famiglia significa possedere ed essere posseduti. La famiglia  il trasferimento di geni da una generazione alla successiva. La famiglia  puro ego. La famiglia  uno scherzo di natura. La famiglia  estinta. La famiglia  vita privata e non c' valore nella vita privata. Non c' valore in nessuna vita. Eccetto che nella vita del Popolo. La vita della Rivoluzione. In un'epoca di Rivoluzione come la nostra, la vita privata ha cessato di esistere come la vita privata cessa di esistere in tempo di guerra.
Queste parole appassionate Maximilian Meade le scrisse a met degli anni Sessanta. Le scoprii in un'antologia di saggi intitolata Mondo in fiamme: saggi del nostro tempo che veniva insegnata nella nostra scuola preparatoria in Massachusetts, nel 1972.
Non mi ero resa conto di aver memorizzato le parole di Max. La voce di mio padre nella mia testa come un incantesimo martellante.
Nessuno alla Corn all Academy aveva bisogno di chiedere se Maximilian Meade era mio padre, in un modo o nell'altro era risaputo. Di noi si conoscono fatti su cui non abbiamo controllo. Nessuno chiedeva cosa ne pensassi delle parole di Max. Bench ci fossero ragazze crudeli alla mia scuola, nessuna sarebbe stata cos crudele.
Fino alla conclusione della guerra del Vietnam, e al crollo dell'opposizione alla guerra, Max aveva creduto che la vita privata fosse essenzialmente irrilevante. Verso il 1974 aveva modificato alcune delle sue convinzioni e viveva di nuovo a Chadds Ford con noi, o con quel che restava di noi. (Rickie se n'era andato, naturalmente. Rickie era andato via di casa quando aveva sedici anni.) Nel 1974, Max era ormai deluso dalla rivoluzione e non pronunciava mai quella parola salvo che tra virgolette, come potremmo pronunciare il nome di un vecchio amore che ci ha tradito, spezzato il cuore, dimostrandosi indegno, il cui nome tuttavia ha ancora il potere di farci tremare la voce.
Che ne dici? Potremmo fingere che sia tutto nuovo per noi. 
Veronica era euforica, in uno dei suoi stati d'esaltazione. La sua pelle umido-pallida-incipriata brillava. Gli occhi lividi-violetti erano umidi. Le dita sembravano incapaci di smettere d'intrecciarsi nel nodo sfatto dei capelli. Aveva evitato il pranzo privato della presidentessa: Ci vuole solo perch siamo Meade. Don-atori del cazzo . Aveva evitato altri eventi del programma della Giornata dell'orientamento dicendo che non poteva reggere ulteriori costrizioni, non poteva sopportare che le parlassero e le dessero il benvenuto: Max dice che le persone che vogliono conoscerti sono persone che di sicuro tu non vuoi conoscere . Invece mi stava guidando attraverso la corte in direzione della Casa di Elias Meade dove, se ci sbrigavamo, potevamo unirci a un gruppo di una dozzina di turisti per una visita guidata del posto.
Proprio l? Ma perch? 
Inutile opporsi. Veronica He ett-Meade aveva una delle sue lune.
Da bambina ero stata portata a visitare la Casa di Elias Meade pi di una volta. Io e mio fratello eravamo stati condotti in numerose propriet, a Philadelphia e nell'area di  ilmington, un tempo appartenute ai miei facoltosi antenati quaccheri, che erano ormai monumenti nazionali aperti al pubblico; ci avevano fatto sapere quanto fosse, o fosse stata, illustre la nostra famiglia. L'austera Residenza Federalista allo Schuyler campus era adesso un museo finanziato dall'universit e dalla National Historic Society dove si potevano ammirare mobili d'epoca, ritratti della famiglia Meade, pubblicazioni e manufatti collegati al movimento abolizionista e alla Underground Railroad utilizzata dagli schiavi per fuggire. Il mio ricordo della casa era vago. Non riuscivo nemmeno a ricordare chi mi ci avesse portato, un'anziana parente dei Meade, credo, una delle vecchie zie di mio padre e non la mia accaldata genitrice.
Anche se adesso, ridendo e tirandomi per un braccio, Veronica stava dicendo: Come se fosse la prima volta, Genna! Come se fossimo estranee al regno dei Meade .
Era cos: io e Veronica eravamo He ett-Meade. Forse era il nostro unico legame madre-figlia.
A questo punto, alle due del pomeriggio, cominciavo a desiderare che mia madre mi lasciasse. Era vero, ero rimasta ferita e delusa che mio padre non ci avesse accompagnate, ma la cosa non mi aveva sorpreso, essere la figlia di Max Meade equivale a essere priva della capacit di sorprendermi ma non di rimanere delusa. Adesso desideravo restare per conto mio, anche soltanto per sentirmi sola. Ne avevo abbastanza della Giornata dell'orientamento. Ne avevo abbastanza di essere salutata da sconosciuti dai sorrisi esuberanti, di strette di mano e Da dove vieni? urlati in faccia. Ne avevo abbastanza di Veronica che sperava di sedurre con il suo belato He ett-Meade e le unghie cremisi-lampeggiante sempre intenta a sistemare i suoi ridicoli capelli neri tinti.
Poi, fuori dalla Casa di Elias Meade, vidi la ragazza nera che non sapevo ancora si chiamasse Minette  Swift. Vidi suo padre che torreggiava al suo fianco, ancora intento a tamponarsi la fronte con un fazzoletto bianco. La madre col cappello di paglia nero e il tailleur di maglia stazzonato e la dinoccolata sorella minore erano appena entrate nella Casa di Elias Meade. La guida del tour ferma sulla soglia teneva la porta aperta in attesa dei visitatori rimasti indietro quando Veronica grid: Ci aspetti! Per favore .
Mi arresi, all'improvviso. Perch dove altro avrei voluto essere, in questo momento, se non nella Casa di Elias Meade?
L'interno della vecchia dimora pittoresca era illuminato dalla luce fioca di lampade a bassa potenza per suggerire il lume di candela. Anche la luce del sole che penetrava obliqua attraverso le finestre dai vetri stretti sembrava pallida e giallastra. I visitatori erano per lo pi adulti, attenti e curiosi. Speravo che Veronica non si sarebbe lanciata in una conversazione con la guida, sommergendola di domande. La donna aveva pi o meno l'et di Veronica, poco meno di cinquant'anni, un caschetto di capelli ramati e un sorriso professionale. Nonostante dovesse aver pronunciato innumerevoli volte la sua rapida e brillante presentazione nel darci il benvenuto nel nobile passato degli straordinari Meade, parlava con un'aria spontanea, di piacere autentico. Indossava un blazer di lino verde scuro con profili dorati e una gonna a pieghe coordinata, i colori dello Schuyler College.
Mentre avanzavo lentamente lungo il corridoio e lanciavo un'occhiata all'interno della prima delle stanze isolate dai cordoni, mi scoprii a guardare di sottecchi la ragazza nera con la camicetta bianca inamidata. Riuscii quasi a distinguere cosa le luccicava al collo: una croce d'oro. Di profilo, avrebbe potuto essere scambiata per un ragazzo. Il suo naso era rotondo, con la punta all'ins, il mento era piuttosto pesante. Le labbra erano dischiuse come se i denti fossero troppo grossi. Anche in mezzo alla sua famiglia la ragazza si teneva in disparte, riservata, distaccata. Allora non mi venne in mente che potesse essere ansiosa per il college, al pensiero di essere lasciata l da sola. Appariva cos padrona di s, che non avrei mai pensato: Si aspetta di sentirsi sola in mezzo a estranei. Persone come me.
Cercai di incrociare il suo sguardo, sorrisi, perch evidentemente eravamo entrambe matricole, il corso di laurea del '79. Se mai la ragazza mi vide, se mai il suo sguardo dietro gli occhiali rosa da brava bambina mi registr, nello stesso istante smise di vedermi. E quando, solo qualche ora dopo, ci ritrovammo nella nostra suite al terzo piano di Haven House, non mi riconobbe.
Ed ecco il paradosso dei Meade: erano una delle famiglie pi ricche di Philadelphia, eppure in quanto quaccheri conducevano vite spartane. Anche da giovane, Elias Meade dava via il proprio denaro nella convinzione che Il denaro  una benedizione che in tempi molto rapidi diviene una maledizione. Gli arredi nella Casa di Elias Meade non erano lussuosi come in altre storiche dimore della regione, ma funzionali, ridotti al minimo. La vecchia casa stessa, in stile federalista, era stata ampliata parecchie volte senza alcuna preoccupazione apparente di mantenere la struttura originale, pertanto, ammise la guida, era caotica, scombinata. A parte un pianoforte di vistosa bellezza, di fattura tedesca, presumibilmente suonato dalla prima moglie di Elias Meade, i divani, i sedili imbottiti, i tavoli e le sedie in mostra nelle stanze austere e poco illuminate avevano una semplicit stile Shaker. I tappeti erano logori, i pavimenti di legno duro irregolari. Questi non erano consumatori appariscenti di beni materiali come i loro facoltosi contemporanei, questa era gente spirituale, profondamente idealista! Era gente che credeva nel principio quacchero dell'eguaglianza di tutte le anime davanti a Dio, la luce interiore che ci guida. 
Provai un infantile brivido d'orgoglio. Mi imbarazzava essere una Meade in questo luogo, tuttavia, invisibile e anonima, amavo sentire tali parole. Lanciai un'occhiata alla famiglia nera per vedere come reagivano: il padre ascoltava attentamente e con rispetto, pensai; la madre sorrideva educatamente; la sorella minore, passando un dito illecito sui tasti ingialliti del pianoforte, senza esercitare una pressione sufficiente a produrre un suono, non ascoltava; la sorella maggiore che sarebbe stata mia compagna di corso stava fissando la guida, con aria cupa e meditabonda.
Eguaglianza di tutte le anime. La luce interiore che ci guida. Max diceva che ci sono cose che desideriamo credere ma non possiamo, e ci sono cose che desideriamo non credere, ma crediamo. Io desideravo credere negli ideali quaccheri sebbene non fossi una quacchera e pensassi di non poter credere.
Oh, s. S,  proprio ironico. Molti commentatori hanno osservato quanto sia ironico, e tuttavia meraviglioso...  La guida si stava affannando a rispondere a una domanda di uno dei visitatori, parlando del paradosso per cui Elias Meade, che aveva fatto fortuna come fabbricante di tessuti e infine fondatore del pi importante grande magazzino di Philadelphia, si curava cos poco dei beni materiali, anche di cibo e bevande. (Ormai vecchio e malato, aveva semplicemente smesso di mangiare e se n'era andato come un'apparizione.) La passione della vita di Meade era stata il movimento antischiavista: a partire dal 1854, aveva nascosto innumerevoli schiavi fuggiaschi nella sua casa e in altre propriet altrove, aveva sfidato le autorit e pagato migliaia di dollari di multe per aver violato la legge sugli schiavi fuggitivi del 1850, aveva perfino rischiato la prigione. Il suo primo negozio di tessuti in Chestnut Street, a Philadelphia, era stato incendiato da piromani nel 1851, eppure l'anno seguente Meade divenne il principale finanziatore del Philadelphia Vigilance Committee, che coordinava sistematicamente le manovre dell'Underground Railroad. Gli schiavi che fuggivano dal Sud venivano instradati via Philadelphia e l'area a nord di Boston o la parte settentrionale dello Stato di Ne  York; infine, molti riuscivano a raggiungere il Canada. La prima moglie di Elias Meade, Lucinda, aveva aiutato a fondare la Philadelphia Association for the Moral and Mental Improvement of the People of Color e, dopo la guerra civile e la morte di questa moglie, Meade spos una giovane donna di nome Generva, un'ex domestica che sarebbe diventata un'indomita femminista e un'educatrice della gente di colore.... Adesso eravamo in una galleria di ritratti in pesanti cornici dorate. Numerosi ritratti di Elias Meade in vari stadi della vita, ritratti della prima moglie Lucinda, da sola e con i figli. Quando la guida pronunci le parole gente di colore non potei fare a meno di notare la reazione della famiglia nera, imbarazzata e scontenta. La sorella minore, che era stata in giro per le altre stanze, adesso piant la faccia proprio davanti al ritratto del mio bisnonno Elias Meade nelle vesti di un virtuoso vecchio gentiluomo con folte basette bianche, la pelle di un rosa bollito e gli occhi troppo azzurri, come se intendesse sputargli addosso. I bianchi! Chiss chi si credono di essere, quelli l!
Mi affrettai a distogliere gli occhi, arrossendo.
Avrei voluto protestare: Ma questa era brava gente!. Secondo gli standard del 1974 sembrano altezzosi, ma erano persone buone, generose e altruiste e i negri d'America non avevano amici a parte loro.
Adiacente alla galleria c'era una stanza dedicata interamente a Generva Meade, crociata femminista e educatrice. Era illuminata in modo da suggerire candele votive, come il tempio di una santa. La pi famosa affermazione della mia bisnonna era Tutti uguali agli occhi di Dio, che era il titolo di una delle sue poesie pio-militanti. Nella sala c'erano numerosi ritratti della mia famosa bisnonna che si assomigliavano poco tra loro, salvo che in ciascuno aveva occhi focosi e non sorrideva. In mostra c'erano anche dagherrotipi, fotografie e schizzi di Generva Meade da giovane, nella mezza et e infine come la vecchia signora dai capelli bianchi e ribelli, con le stampelle e in sedia a rotelle che il mondo era giunto a conoscere. C'erano anche caricature di Generva Meade come una femmina squilibrata, una strega in stravaganti costumi (mutandoni al ginocchio, pantaloni maschili, cappelli a cilindro, stivaloni alla coscia) che saltellava intorno a un fuoco insieme a scimmioni negri. C'era un ritratto crudelmente comico di Generva Meade nel 1913 come una vecchia gobba con le stampelle che brandiva un cartello con la scritta DATE IL VOTO ALLE DONNE COS` DIVENTERANNO COME ME.
In teche di vetro c'erano copie delle molte riviste e giornali sui quali Generva aveva pubblicato i suoi versi e saggi da crociata che in alcuni ambienti erano stati accolti con scherno e ridicolizzati, in altri con ammirazione e adulazione. C'erano manoscritti stilati a mano dei suoi molti discorsi e la sua biografia della femminista radicale Victoria  oodhull, Sister Victoria (1901). C'erano pagine sparse di prime stesure e la prima edizione della sua autobiografia, Un giorno nella sera della mia vita, che era stata pubblicata dopo la sua morte nel 1927 ed era ormai un classico del femminismo. (Avevo visto Un giorno nella sera della mia vita nella libreria dello Schuyler College, una lettura obbligatoria per almeno tre corsi.) C'erano vecchie fotografie di studio colorate a mano dei figli di Generva, incluso mio nonno Alden Meade, il padre di mio padre; c'era una foto di prima pagina del Philadelphia Inquirer che ritraeva Generva Meade, Charlotte Perkins Gilman e Harriot Stanton Blatch sul punto di essere ammesse in una sede elettorale di Philadelphia, nel 1912. (Alle donne fu consentito di votare, ma dodici giorni dopo furono arrestate con l'accusa di brogli elettorali.) C'era la famosa fotografia, molto riprodotta, dello storico e attivista nero  .E.B. Du Bois al fianco di una fragile ma indomita Generva Meade con le stampelle, scattata nel 1919 sul palco dell'auditorium della Free Library di Philadelphia. A questo punto la guida stava parlando con ansimante entusiasmo e familiarit di Generva che era stata amica e alleata di Susan B. Anthony e altre illustri femministe e riformatrici, e una sostenitrice finanziaria e rispettata collaboratrice di Du Bois. Generva aveva contribuito a fornire i fondi per Crisis, la pubblicazione ufficiale della National Association for the Advancement of Colored People, e come moglie di Elias Meade aveva avuto molto a che fare con i primi decenni dello Schuyler College. Eravamo di fronte a una servetta incolta che si era istruita da sola, aveva sposato il padrone vedovo ed era divenuta famosa per i propri meriti, impavida nelle controverse cause del femminismo e dei diritti dei negri, ed era vissuta fino a vedere il suffragio delle donne divenire legge nel 1920. La guida parl di Generva come di una giovane bellezza scarna in giovent, ma c'erano scarse conferme di una bellezza convenzionale in quei ritratti. Sembrava aver avuto un viso angoloso e piuttosto asimmetrico, lineamenti non molto delicati, sopracciglia pesanti che quasi si congiungevano all'attaccatura del naso. I capelli erano folti e bassi sulla fronte. C'era un bagliore d'intolleranza negli occhi, che erano infossati e fissi, il che mi ricordava Maximilian Meade, ma non riuscivo a immaginare questa donna tutta d'un pezzo capace di lasciarsi andare a un atteggiamento giocoso come Max faceva spesso, pronto a ridere di se stesso, a chinarsi per abbracciare, solleticare, baciare un bambino.
La mia bisnonna! I suoi occhi fissi e ardenti mi squadrarono e mi liquidarono perch ero solo un individuo, e una combattente come Generva Meade doveva occuparsi delle moltitudini.
La guida stava rispondendo ad alcune domande. Generva era assai pi popolare di Elias Meade. Uno degli interlocutori era Veronica, che voleva sapere perch non veniva mai fornita una data di nascita per Generva Meade, solo la data di morte, il 1927. Ed era vero, come suggeriva una delle caricature, che Generva aveva sangue misto?
Guardai mia madre di traverso, disgustata. Perch faceva una domanda del genere, come se non conoscesse la risposta!
La guida disse: Generva Meade aveva molti nemici. Diffusero ogni sorta di voci false su di lei. La pi insistente era che fosse in parte indiana Dela are. Non si conosce il suo luogo di nascita, e neppure la data precisa. Verso la fine della sua vita, ammise di avere settantanove anni e, in questo caso, doveva essere nata nel 1848. Ma non  mai stato accertato .
Con apparente candore, Veronica disse: Una domestica mezzosangue che sposa il suo ricco padrone quacchero... be', dev'essere stato uno scandalo, cent'anni fa! E' questo il vero motivo per cui la odiavano .
Eravamo in troppi ammassati nella sala, l'aria era diventata calda e viziata e odorava di corpi. Le osservazioni di mia madre mi stavano irritando, non riuscivo a capire che motivo avesse per farle. E perch aveva insistito a rivisitare la Casa di Elias Meade in un giorno che non avrebbe dovuto avere niente a che fare con la storia della famiglia di mio padre.
La guida stava concludendo le sue osservazioni su Generva Meade, crociata femminista e educatrice. La donna parlava con tale spasmodico entusiasmo da far pensare che intendesse ridicolizzare l'argomento: E queste sono le stampelle autentiche di Generva, intagliate in legno di noce americano, sentite come sono pesanti .
Molti visitatori sollevarono le grucce, ridendo meravigliati. La ragazza nera pi giovane insistette nel tentativo di usarle per camminare, barcollando e incespicando attraverso la stanza, finch i genitori contrariati la redarguirono e lei le lasci cadere sul pavimento con un tonfo rumoroso.
Il padre avrebbe incolpato la madre per la cattiva condotta della ragazza. Con un sussurro sonoro, la madre le ingiunse: Je el! Raccogli subito quelle stampelle .
Non potei fare a meno di ridere. Mi piaceva l'atteggiamento di Je el. C'era troppa sobriet qui nella Casa di Elias Meade. Troppo eroismo, troppi martiri dalla pelle bianca.
Mentre il gruppo usciva dalla sala strascicando i piedi, Veronica si chin a sussurrarmi all'orecchio, con tono provocatorio: La famiglia  estinta... ne siamo sicuri? .
Mia madre aveva un modo tutto suo di leggermi nel pensiero. Mi faceva sentire debole, infantile in queste occasioni. Come se i miei pensieri pi intimi, nelle parole di Veronica, venissero derisi.
Come se le parole di Max sulla famiglia, che avevamo sentito pronunciare cupamente un'infinit di volte, venissero derise.
Sul retro della Casa di Elias Meade, nell'oscura regione dai soffitti bassi degli alloggi della servit, la guida stava chiedendo, con entusiasmo da maestrina, se sapevamo cos'era la Underground Railroad. Sulle prime, nessuno rispose. Non la ragazza nera con la camicetta bianca inamidata, che lo sapeva di sicuro; e non io. Poi qualcuno si fece avanti: gli schiavi negri che fuggivano dal Sud si dirigevano al Nord viaggiando sui treni? nascondendosi nei vagoni merci? e venivano nascosti da simpatizzanti bianchi lungo il tragitto finch non erano al sicuro al Nord?
La guida approfond questa risposta, parlando del movimento abolizionista nell'area di Philadelphia, della Societ antischiavista americana e del Philadelphia Vigilance Committee, dei molti negri fuggitivi, indigenti e disperati che Elias Meade aveva aiutato personalmente a raggiungere la libert, che di fatto aveva nascosto proprio in questa casa. Aveva provveduto a farli trasportare di notte al di l dello Schuylkill. Aveva provveduto a farli trasferire in case sicure a  ilkes-Barre e Scranton. La guida snocciolava nomi, date, statistiche. Con fare spigliato e allegro, ancorch sconsiderato, parlava di negri fuggiaschi, schiavi scappati, uomini, donne, bambini di colore. Sebbene fosse indubbiamente consapevole della famiglia nera che la fissava, sembrava dimentica del loro disagio perch la sua era una lezioncina che aveva impartito infinite volte in passato e le parole si erano consumate fino a diventare lisce alle sue orecchie, per niente abrasive. Mentre parlava dell'alleanza di Elias Meade con  illiam Lloyd Garrison, l'eroico editore del Liberator, e di quanto questi uomini coraggiosi avessero fatto per la causa abolizionista, il nero che in seguito avrei scoperto essere il reverendo Virgil  Swift la interruppe irritato: S, signora. Pu darsi, signora. Ma non erano solo i bianchi a provvedere alla ferrovia. Erano anche i negri che aiutavano i negri. Mi dica se c' mai stato qualcuno come Harriet Tubman tra i bianchi! O  illiam Still! Se vuol parlare della ferrovia, cara la mia signora, deve parlare anche di questa gente .
Sembrava parlasse da un pulpito, quel signore nero, tanto la sua voce era profonda, risonante, tremante d'indignazione. Le lenti cerchiate d'oro dei suoi occhiali brillavano. C'era un luccichio dorato nei suoi denti superiori. La guida lo fiss sbattendo gli occhi per la sorpresa. Una donna caucasica di mezza et, dai lucidi capelli ramati, in blazer e gonna a pieghe della scuola, all'improvviso mortificata come se l'avessero denudata. Si capiva che non era mai stata messa in discussione nella Casa di Elias Meade. Il nero l'aveva apostrofata con l'aria di chi  avvezzo ad autorit e deferenza; la donna cap d'istinto che doveva cedergli, ma le parole imparate a memoria non le erano di alcun aiuto. Io sapevo qualcosa di Harriet Tubman, una schiava fuggita dal Maryland che era diventata una leggenda del suo tempo aiutando centinaia di schiavi a raggiungere la libert a rischio della propria vita, ma non sapevo niente di  illiam Still. Avrei voluto dire qualcosa a sostegno del signore nero risentito e della sua famiglia, ma intuivo che qualsiasi interferenza da parte mia li avrebbe irritati; e mi dispiaceva per la donna bianca le cui guance discretamente ritoccate dal fard adesso erano di un rosso intenso, e che sorrideva al suo oppositore come chi si vede rispedire al mittente la propria civetteria.
Harriet Tubman... ma certo! E...  illiam Still. Loro sono... insomma, c'erano molti negri attivi nella Underground Railroad,  naturale... alcuni di loro erano amici e alleati di Elias Meade. Nel suo Abolitionist Record, Mr Meade ha scritto di loro e ha tenuto dei resoconti delle loro vite. Se qualcuno  interessato, ci sono copie del Record di Mr Meade in vendita presso la libreria del college... 
Il nero parve accettare questa debole risposta alle sue obiezioni come le scuse che intendeva porgere. E il momento d'imbarazzo pass com'era venuto.
La visita si stava concludendo nella cucina bassa e soffocante della Casa di Elias Meade dove la guida si chin per aprire lo sportello di un ripostiglio in una parete di mattoni di fianco a un caminetto sgretolato e ci invit a sbirciare all'interno: Qui veniva riposta la legna da ardere, per depistare i cacciatori di schiavi se perquisivano la casa. Dopo l'avvento dell'odiosa legge sugli schiavi fuggitivi, i cacciatori di schiavi avevano il diritto legale di perquisire le abitazioni private. Elias Meade aveva fatto costruire un passaggio segreto proprio qui dietro il camino, e se vi accovacciate potete vedere le scale che salgono in soffitta. C'era un compartimento segreto anche nella soffitta, dove fino a dodici schiavi fuggiaschi potevano nascondersi in uno spazio angusto privo di finestre... Qualcuno vuole strisciare l dentro, e scoprire il passaggio segreto? Ho qui una torcia per l'occorrenza .
Ovviamente era una domanda scherzosa. Un brivido di repulsione corse attraverso il gruppo. Perch chi mai avrebbe voluto infilarsi di sua volont in uno spazio del genere!
Ma c'era quella burlona di Je el: Io-oo .
E Genna, che si affrett a farle eco: Io pure .
Fu un'alleanza fulminea e imprevedibile. Ragazze birichine che sfidavano la disapprovazione di adulti sbalorditi.
Prima che i genitori potessero fermarla, Je el strapp la torcia dalle dita della guida esterrefatta. Con le sue scarpette di pelle nera, si accovacci sui talloni e s'infil nel passaggio che sembrava a malapena pi grande della tana di un coniglio, puntando la luce della torcia su per i gradini. Agile e spericolata come una scimmia! Scostai la mano di Veronica e seguii Je el nel cunicolo dietro il camino. Ero pi alta di Je el, ma non molto pi pesante. E anch'io ero agile e spericolata come una scimmia. Era raro che fossi la prima a incitare ad avventure rischiose, ma mi lasciavo trascinare prontamente nelle avventure rischiose di altri.
Ragazzi! 
Je el punt la pila in alto, nell'oscurit. Fischi, la visione era davvero sconfortante. I gradini erano ripidi quasi quanto una scala a pioli, e sembravano marci. Il passaggio non poteva essere pi largo di quaranta centimetri. C'erano ragnatele dappertutto che ci sfioravano il viso. Un forte odore di escrementi di topo e sporcizia. Gli adulti dietro di noi stavano dando in esclamazioni d'allarme, d'indignazione. Noi ridevamo soltanto, arrancando su per gli scalini. Mi parve di sentire l'odore pungente delle treccine rigide di Je el. Provavo un forte desiderio di toccarla, sapevo che la sua pelle sarebbe stata calda e umida-oleosa quanto la mia era calda e secca.
Gli scalini scricchiolavano. Gli scalini s'incurvavano sotto il nostro peso. Correvamo il rischio di precipitare attraverso la scala. Ridemmo a squarciagola mentre gli adulti ci imploravano Tornate indietro! Tornate indietro, non  sicuro.
Dev'essere stata la guida a gridare Ragazze! Per favore ragazze, non  sicuro!.
E invece lo era. Arrivammo in cima alla scala. Je el riusc a stare dritta in piedi, scostandosi ragnatele dal viso. Maledetti ragni schifosi, ma tu guarda!  Mi alzai in piedi accanto a lei. Eravamo senza fiato, eccitate. Ovunque si spostasse il fascio della torcia, lo spazio cavernoso era inghirlandato di ragnatele. Una luce pallida filtrava attraverso le fessure tra i vecchi mattoni. Qui l'odore di sporcizia e di vecchio era pi forte. Cominciammo a tossire e poi a soffocare. Ridevamo e soffocavamo. Riuscii a dire: Io m-mi chiamo Genna . Ma Je el oppose resistenza: Io non dice mio nome, io essere FUSGI-I-TIVA . Parl biascicando le parole, scimmiottando la cantilena dei negri, una caricatura della parlata nera. Non volevo pensare che fosse per disprezzo della mia pelle bianca, ma solo un'imitazione giocosa e vivace. Come che dice quella sciora bianca, io essere SCHIAVA SCAPATA DI COL-LORE. 
E io pure. 
Tu!  Je el emise uno sbuffo sprezzante.
Cercai di immaginare dodici adulti ammassati in quello spazio, col terrore di essere scoperti e catturati come bestie e ridotti di nuovo in schiavit. La mia immaginazione svolazzava debolmente, come una farfalla intrappolata. Je el si lanciava in affondi con la torcia, la sua risata era acuta e sfrenata. Ma tu guarda! Guarda qui!  Non vedevo altro che ragnatele, ombre. Mi preoccupava che Je el camminasse con passo cos pesante sul vecchio assito di legno. Mi colse il pensiero che qualcuno era morto in questo posto, che era odore di morte quello che stavamo inalando. Avevo un bisogno disperato di andarmene. Afferrai il braccio di Je el che si divincol, rapida come un serpente.
Quando ridiscendemmo i ripidi scalini scricchiolanti, ormai tranquille, coperte di ragnatele, la luce fioca in cucina sembrava pi brillante. La madre di Je el sgridandola aspramente la tir fuori dal cunicolo per un braccio, e Je el non oppose resistenza. E ad aspettare me c'era Veronica. Si era arrabbiata, perch un comportamento impulsivo che non fosse il suo faceva invariabilmente arrabbiare Veronica He ett-Meade, per quanto innocuo potesse essere. Stava cercando di ridere, rimproverandomi per essermi comportata come una bambina testarda, e guarda come sei ridotta, tutta coperta di ragnatele. Per noi la visita era finita. Veronica non vedeva l'ora di fuggire dalla Casa di Elias Meade.
Uscimmo da una porta posteriore con tanto di cartello VIETATA L'USCITA. Ma Veronica spalanc la porta, e mi spinse fuori. Nel vialetto erboso dietro la casa Veronica mi spinse di nuovo con il palmo della mano. Le sarebbe piaciuto schiaffeggiarmi, colpirmi con un pugno. Ma dovette accontentarsi di uno spintone. Eravamo entrambe affannate, ansimanti. Veronica estrasse una sigaretta dalla sua borsetta a rete nera, la accese ed esal con piacere. Il lucido nodo di capelli si era sciolto in una cascata di ciocche, viticci e ciuffi. Gli occhi da Cleopatra erano iniettati di sangue.
Finalmente un po' d'aria fresca! Detesto la storia. 

Lo Schuyler College. E' austero, molto esigente, per studenti seri.
Nostra figlia lo adora.
E' meraviglioso, la sua compagna di stanza  divenuta la sua migliore amica. Figlia di un ministro nero del culto di  WWashington, DC.

Per quel che serve
Per quel che serve. Tanto lo romperanno di nuovo.
Queste parole! Inzuppate nel sarcasmo come erano inzuppate nello sciroppo d'acero le fette di french toast fredde che Minette si era portata in camera, ad attirare piccole formiche nere e luccicanti.
Queste parole in effetti non le avevo udite chiaramente. Oppure, se le avevo udite, non le avevo comprese. Eppure sarebbero riecheggiate nelle mie orecchie con martellante tenacia per giorni e giorni, in seguito.
Non avrei dimenticato l'espressione ferita e imbronciata dei suoi occhi ingranditi dalle lenti degli occhiali di plastica rosa. La sua esasperazione nei miei confronti, come se l'avessi tradita.
Pensava che parlassi di lei con le altre residenti di Haven Hall? Non lo avrei mai fatto!
Ero ferita, mortificata. Avevo solo buone intenzioni. Vidi Minette girarsi per allontanarsi in fretta da me quella mattina, senza guardarsi indietro. Se c'erano rami d'albero caduti sul marciapiedi davanti a lei, Minette li scavalcava.
In seguito, per giorni Minette parve ansiosa, turbata. Quando ci incontravamo per le scale o fuori sul marciapiedi, mormorava un ciao solo se io parlavo per prima. Usciva per andare in sala da pranzo il mattino presto, senza aspettarmi. Se la chiamavo, e correvo per raggiungerla, si ammorbidiva, e cercava di sorridere, ma era chiaro che aveva altro per la testa. Le dissi: Minette, qualcosa non va? Spero che tu me lo dica , e Minette, senza guardarmi negli occhi, rispose: Ohhh, no. Non far caso a me. Mia mamma dice che ho sempre la luna storta, e quel che mi serve  qualcuno che mi sta dietro per darmi un bel calcio nel sedere . Minette aveva parlato con tanta acuta veemenza, che mi fece ricordare il violento odio di s di mia madre quando aveva uno dei suoi attacchi di malumore da brutto trip.
Minette inizi a portarsi il cibo nella residenza, a mangiare nella sua stanza con la porta chiusa. Ogni settimana, arrivava un pacco voluminoso per Minette spedito dalla madre, e in questi pacchi c'erano scatole di dolci al forno che Minette divorava in privato, nella sua stanza.
A volte vedevo Minette guardarmi in tralice. Un'occhiata come un pugno chiuso. Nei suoi occhi un'ombra di sospetto. Mi chiesi se fosse stata tradita in passato da ragazze che le erano state amiche e poi le si erano rivoltate contro. Non mi arrender cos facilmente pensai.
La finestra incrinata era stata riparata. Il vetro nuovo era identico al vecchio, eccetto che era molto pi pulito e trasparente e la luce del sole lo attraversava con maggiore intensit nelle nostre mattinate d'ottobre di un chiarore abbacinante.
La quercia danneggiata fuori dalla finestra era stata potata drasticamente, tutti i rami rotti e morenti eliminati. I venti a regime di burrasca sembravano aver traumatizzato l'albero, le foglie caddero presto, cos il nostro studio era pi luminoso che mai. Talvolta dovevo schermarmi gli occhi, per guardare Minette dall'altra parte della stanza. Mi colpiva il luccichio dorato della croce sul poster di Minette e quelle parole di un rosso sgargiante simili a una profezia: IO SONO LA VIA LA VERIT E LA VITA.
Questo era l'indovinello della sfinge. Minette mi aveva detto con orgoglio che suo padre, il reverendo Virgil  Swift, quell'estate a  WWashington, aveva ospitato la Conferenza della Confraternita della Giovent Cristiana, alla quale avevano partecipato molte migliaia di giovani cristiani venuti da tutto il Nordamerica. Per pregare e rendere grazie e rinnovare la loro promessa a Ges nella Temple Vale of the  orld Tabernacle of Jesus Christ.
Tutto questo per me era un enigma. Tuttavia credevo fermamente che un giorno Minette avrebbe avuto piet di me e me lo avrebbe spiegato. Quando fossimo riuscite a parlare con pi facilit tra di noi. Quando (non sapevo bene come) fossi riuscita a conquistare la fiducia di Minette, a dimostrarle che di me si poteva fidare.
Com'ero felice, sola nella nostra stanza comune al secondo piano di Haven Hall!
Sola nella nostra stanza, mentre Minette era a lezione e io potevo esaminare le fotografie disposte in un arco perfetto sulla sua scrivania. Non toccavo mai quelle fotografie. Mi chinavo vicinissima, il mio fiato lasciava un velo impercettibile sul vetro, ma non le toccavo mai. Mi faceva sorridere vedere quella birba di Je el a nove o dieci anni, che allargava le guance in un sorriso impertinente, prigioniera di gale bianche, in compagnia di corpulente donne nere in abiti dai colori vivaci e straordinari cappelli, carichi di fiori. Sembravano poltrone imbottite capovolte le donne, dalle carni opulente e il trucco pesante, mentre Je el, la rinnegata Je el, con la quale mi ero arrampicata sulle scale infestate da ragnatele dell'Underground Railroad, era smilza e irrequieta come una scimmia.
Quando chiesi a Minette di sua sorella, lei fece spallucce e disse: Ohhh, quanto  viziata, quella! .
Guardai una foto della famiglia  Swift scattata in giardino, tra favolose peonie rosse. Minette e Je el, Mr e Mrs  Swift vestiti a festa, tutti che sorridevano orgogliosi.
Com'era strano per me vedere la mia compagna di stanza, che sorrideva cos di rado in mia presenza, sorridere con tanta felicit. Minette indossava il tocco e la toga di seta bianca del diploma e si era tolta gli occhiali per la fotografia. I suoi occhi erano pi grandi, miopi e bellissimi. La nera fessura verticale in mezzo agli incisivi le conferiva un'aria d'infantile innocenza.
Dovevo ancora conoscere questa Minette. Mi chiesi se l'avrei mai conosciuta.
La foto pi grande sulla scrivania di Minette ritraeva il reverendo Virgil S ift nella sua toga di predicatore che era nero-lucida con strisce color brandy e quello che sembrava un cappuccio di velluto drappeggiato sulle spalle. Il reverendo  Swift era in piedi accanto al pulpito, la testa massiccia coperta da grigi capelli ispidi come fil di ferro. Trasudava un'aria a un tempo umile e potente. Mi ricordava la prua scolpita di una nave vichinga che una volta avevo visto in un museo. La sua faccia scura era un faro di luce. Gli occhiali cerchiati d'oro brillavano di rettitudine e le grandi mani ossute erano alzate in un gesto di benvenuto. Un uomo cos parlava alla tua anima.
Da un uomo cos non potevi nasconderti.
Mi chiesi se un giorno Max Meade e Virgil  Swift si sarebbero conosciuti. Mi chiesi cosa si sarebbero detti. Mi chiesi se mi avrebbero incluso nella loro conversazione. Mi chiesi se ci sarei stata, per essere inclusa.
Ohhh, accidenti. 
Minette borbott a bassa voce. A quanto pare, negli ultimi tempi, ogni volta che batteva a macchina, le sue dita facevano degli errori. Aveva imparato la battitura perfetta senza guardare la tastiera fin dalla prima superiore e adesso stava dimenticando dov'erano i tasti. Pensava avesse qualcosa a che fare con la sua scrivania, dov'era situata.
Quando le proposi di scambiarci le scrivanie, Minette accett subito.
Ma mentre cominciavamo a spostare le nostre cose, cambi idea. Scusa, eh? Sto pensando che forse  meglio di no. Forse io devo proprio...  Si strofin il naso con un gesto brusco, irritato.
Risi della seriet di Minette. Dissi che non poteva avere alcuna importanza quale posto occupavamo per studiare.
Avevo notato Minette ingobbita alla sua scrivania, le spalle strette e tese. E il modo in cui, dopo l'incrinatura della finestra, alzava lo sguardo preoccupata come se si aspettasse che un oggetto venisse scagliato contro di lei attraverso il vetro.
Minette rabbrivid, tir su col naso, diede uno strattone alla cintura annodata stretta, e cerc di ridere con me, senza convinzione.
Non importa  disse. E' meglio che rimanga al mio posto. 
Ma non perch devi, Minette. Puoi avere la mia scrivania in qualsiasi momento. Puoi occupare il mio posto, se vuoi, e io posso studiare da un'altra parte. Puoi avere la mia stanza da letto, possiamo scambiarci anche quella se vuoi.  Stavo esagerando. Sapevo che a Minette non interessava la mia stanza da letto. Ma sentivo in lei l'opposizione accanita, la caparbiet di un bambino, che mi spronava a lottare, per il suo stesso bene.
E invece no. Con Minette non si poteva ragionare. Minette sapeva che le cose erano obbligate e alcune cose erano una prova di come potevi accettarle.
C'era debolezza, e c'era forza. Oh, anche nelle pi piccole cose!
Tu credi che ogni giorno sia una prova, Minette? 
Minette sbuff, lanciandomi un'occhiata baldanzosa come quella del reverendo Virgil  Swift dal pulpito. Ogni giorno? Ogni minuto! Che ti credi, che siamo qui sulla terra in tempo reale? 
Chiesi a Minette come altro potremmo essere qui, se non in tempo reale, e Minette si affrett a dire: Ci che  stato  ora; e ci che sar  gi stato . Una risposta che non potevo mettere in discussione perch non avevo idea di cosa significasse.
Era evidente, Minette era a disagio nel nostro studio. Inizi a suggerire, nel suo modo obliquo e tortuoso, di andare a studiare in biblioteca dopo cena, ma una volta l andava a sedersi da sola a un altro tavolo, come se non fossimo insieme. Si aggirava furtiva tra gli scaffali e spariva nella sala sottostante dove i distributori automatici offrivano bibite, patatine e barrette. Ero offesa e irritata che Minette in biblioteca mi ignorasse mentre lungo il tragitto sembrava grata per la mia compagnia, soprattutto quando tornavamo a Haven Hall verso le dieci e mezzo di sera. Il campus buio e per lo pi deserto, il viale di alti platani spogli, l'abbagliante torre campanaria della cappella che restava illuminata per tutta la notte sembravano opprimerla. Avrei tanto voluto parlare con Minette in questi momenti in cui eravamo sole, senza bisogno di guardarci, a met strada tra un posto e un altro, tremanti di freddo, avrei voluto chiederle della sua vita, la sua famiglia, la sua fede cristiana, cosa significava che un profeta ebreo di altri tempi potesse albergare nel tuo cuore e potesse salvarti dalla dannazione... ma non osavo perch sapevo che avrei fatto un grosso errore e Minette si sarebbe offesa. Una volta per, attraversando la corte quadrangolare, Minette mi indic la luna piena bianca e lucente alta nel cielo, dove brandelli di nuvole venivano sospinti da raffiche stizzose, e disse: Un tempo, quand'ero piccola, credevo che fosse l'occhio di Dio, che tutto vede . Rise e rabbrivid. La luna  un idolo pagano, sai. Sono solo i pagani che credono nella luna.  Pensai a come avrebbe protestato Veronica: noi nasciamo pagani! nasciamo senza peccato! Con un certo imbarazzo, dissi che la luna era bella, a prescindere da quello che era o non era, e Minette si scost da me con aria compunta: Scusa tanto, ma la bellezza  nell'occhio di chi guarda .
Ben presto, Minette smise di andare in biblioteca di sera. Inizi a ritirarsi nella sua stanza poco dopo cena, mettendosi in pigiama e vestaglia di flanella blu mare con tanto di cintura strizzata e infilandosi le pantofole, non pi tardi delle nove di sera. A volte lasciava la porta socchiusa invitandomi a osservarla china su libri e carte sparpagliati sul suo letto, il volto assorto in un'intensa e penosa concentrazione, per, se la chiamavo, se cercavo di parlarle, in genere scrollava le spalle senza rispondere. Se chiudeva la porta ero tenuta a capire che Minette non voleva che invadessi la sua privacy nemmeno per augurarle la buonanotte.
Una mattina, mentre ero sola nel nostro studio e la luce del sole entrava a fiotti dalla finestra sopra la scrivania di Minette, vidi una scia di piccole formiche nere che avanzavano sul pavimento. Apparvero da una crepa sotto il radiatore. Nella vecchia casa di Chadds Ford accadeva spesso che le formiche apparissero nella stessa formazione di marcia da fessure tra le assi del pavimento o dalle prese elettriche. Le guardai marciare su per una gamba della scrivania di Minette. Infilarsi in uno dei cassetti. Esitai non sapendo se avrei dovuto aprire il cassetto. Minette si sarebbe arrabbiata se avessi toccato qualcosa di suo, come avevo avuto modo di scoprire nella prima settimana di scuola, quando le avevo portato su la posta. Un'altra ragazza del nostro piano aveva portato uno dei pacchi di Mrs  Swift di sopra, e Minette non aveva per niente gradito una simile confidenza.
Tuttavia Minette odiava gli insetti. Sarebbe rimasta inorridita scoprendo delle formiche in un cassetto della scrivania, attirate dalla sua provvista di cibo, che a sua volta avrebbe dovuto essere un segreto.
Mi avvicinai alla scrivania lentamente e con una certa apprensione. Con cautela aprii il cassetto facendomi forza per quello che ci avrei trovato: un involto appiccicoso di tovaglioli di carta della sala da pranzo, brulicante di formiche. C'erano bustine di ketchup e di zucchero sparpagliate nel cassetto. C'era una scatola di latta che probabilmente conteneva biscotti o dolci al forno, spediti dalla madre di Minette, ma sembrava che le formiche non fossero entrate all'interno, solo alcune sfilavano sopra il coperchio.
Puah! Per poco non vomitai. Volevo chiudere il cassetto, fingere di non aver visto niente. Se me la squagliavo, al suo ritorno dalle lezioni Minette avrebbe scoperto le formiche per conto suo.
Mi infilai in fretta e furia un paio di guanti di pelle e rimossi quell'involucro rivoltante, il maledetto french toast, lo gettai nel mio cestino della carta straccia chiuso in un sacchetto, riuscii a uccidere tutte le formiche in vista (Dio, quante erano!) schiacciandole in fazzoletti di carta e buttando i fazzoletti nel cestino, portai il cestino gi per due rampe di scale e lo svuotai nel cassonetto dietro Haven House.
Mentre tornavo di sopra, una ragazza affabile del secondo piano chiese: Che ti succede, Genna? Sembri stravolta .
Risi. Stravolta, ecco come ti sentivi, interrotta nel bel mezzo della poesia I canti dell'innocenza e dell'esperienza di  illiam Blake, da un bisogno impellente di uccidere formiche.
Non lo avrei detto a Minette, pensai. A meno che non mi chiedesse come mai avevo frugato nel cassetto della sua scrivania. A meno che non mi accusasse di aver violato la sua privacy.
Avrei risparmiato l'imbarazzo alla mia compagna di stanza, e l'avrei risparmiato a me stessa.
Tuttavia le parole di Minette continuavano a ossessionarmi, come un enigma di altri tempi, mai risolto.
Per quel che serve. Tanto la romperanno di nuovo.

Com' essere una discendente di individui eroici? Condividi la loro statura, o ne sei sminuita? Condividi il loro idealismo? il loro coraggio? la loro fede? Immagini di poterli conoscere? Paragoni la tua vita alla loro? Sei divenuta una persona migliore grazie a loro?

La Norton Anthology of American Literature
Scusa, eh? 
Tremula e indignata, Minette  Swift era sulla soglia della mia stanza da letto. Teneva in mano la pesante antologia in brossura con le pagine sottili come carta velina adottata per il nostro corso di letteratura americana, che aveva tutta l'aria di essere stata gettata nel fango e calpestata.
Era una piovosa sera d'ottobre. Parecchie settimane dopo l'incidente della finestra incrinata.
Chiesi a Minette cos'era successo al suo libro e lei disse che era proprio quello che voleva sapere. Cosa sta succedendo qui. 
Quando era agitata, Minette parlava con un forte accento. Parlava con infantile insistenza e non con il solito tono pacato e sprezzante.
Solo di rado Minette mi chiamava Genna. Nonostante io la chiamassi spesso Minette perch era un nome melodioso alle mie orecchie. Se voleva attirare la mia attenzione, si schiariva la gola e mormorava Scusa, eh?  a volte con garbo, a volte no.
Non avevo idea di cosa volesse dirmi. Vedevo bene che era turbata, il suo libro era stato danneggiato. Guardai le pagine strappate, sporche di fango.
Oh, Minette. Cos' successo? 
Cos' successo? Forse tu lo sai. 
Io... io non lo so. 
Allora scusa tanto, ma chi dovrebbe saperlo? 
Minette mi stava forse accusando di aver danneggiato il suo libro di testo? Ero scioccata, non avevo pi voce. Non riuscivo a seguire le parole di Minette che erano rapide e incoerenti ma l'ira nei suoi occhi era inequivocabile. Mi fece ricordare di quando, giocando a basket durante la lezione di ginnastica, commettevo l'imprudenza di acchiappare una palla che mi avevano tirato e immediatamente una guardia aggressiva si scagliava contro di me sperando di farmi perdere l'equilibrio.
Il giorno prima, Minette si era molto agitata scoprendo che la sua copia della Norton Anthology of American Literature era scomparsa. Non sapeva se l'aveva lasciata in un'aula o in biblioteca o nella sala da pranzo, perch Minette smarriva spesso le cose; o se qualcuno l'aveva presa. Era fuori di s, preoccupata come non l'avevo mai vista prima. Diceva che i suoi genitori si sarebbero imbestialiti con lei: non avevano creduto che i testi universitari potessero essere tanto costosi, cos le era toccato spiegarglielo per telefono e infine spedire per posta copie degli scontrini della libreria... Ero uscita con Minette a cercare il libro, ma senza risultato. Le avevo detto che poteva usare la mia copia senza problemi, perch frequentavamo lo stesso corso, ma ora Minette mi stava dicendo che alla fine aveva trovato il testo, nel vicolo dietro la nostra residenza: Proprio l, nel fango schifoso. Come se... sai cosa?... come se qualcuno lo avesse buttato da una finestra. Per cattiveria .
Quale finestra? La mia finestra? (La finestra della mia stanza da letto, piccola e tozza, grande poco pi di un obl, dava su quel vicolo. Vidi Minette che la fissava.)
Ero offesa, incredula. Minette, non sono stata io! Come puoi pensare che avrei potuto fare una cosa simile? 
E chi l'ha mai detto? Mi hai sentito dire che sei stata tu? 
Minette rise, inaspettatamente. Quando riusciva a spaventarmi, poi s'impietosiva.
Soltanto una settimana dopo l'incidente della finestra incrinata, Minette si era decisa a ringraziarmi per aver fatto la segnalazione. E dopo l'episodio delle formiche non aveva detto niente per parecchi giorni, finch di punto in bianco mi aveva ringraziato per aver ripulito il macello nel cassetto della sua scrivania di cui si era completamente dimenticata. (Non una parola sulle formiche. Ma so che Minette ne aveva scoperte alcune e aveva dedotto cos'era successo.)
La mia voce era ancora fioca, tremante. Minette aveva il potere di farmi sentire in colpa, per quanto ingiusto potesse essere. Era dai tempi delle elementari a Chadds Ford che non mi capitava di essere affrontata con tanta aggressivit da qualcuno della mia et. Non sai quanto mi dispiace, Minette. Non riesco a immaginare chi abbia potuto... 
Non ci riesci, eh? Mi stai dicendo che non ci riesci? 
Perch mai dovrei... 
Dimmelo tu perch. Visto che sai sempre tutto, dimmelo tu. 
In realt potevo immaginarlo: Minette si era resa antipatica in tutta Haven House e altrove nel campus per i suoi modi sfacciatamente franchi e indipendenti. Aveva snobbato proposte amichevoli ed espresso le sue opinioni senza peli sulla lingua mentre altri parlavano in modo pi diplomatico ed evasivo. Aveva battuto i piedi sul pavimento del nostro studio, per protestare contro la musica troppo forte della stanza sottostante. Il suo udito acuto riusciva a individuare i rumori nello spazio pi remoto della casa. Ovviamente il reverendo Virgil  Swift era il suo modello: potevo sentire le cadenze della voce profonda e tonante di quell'uomo nella voce di Minette, e potevo vedere le pieghe della sua fronte nel cipiglio di Minette quando altri parlavano. Intuivo che il reverendo  Swift, al pari di Minette, dava pi valore alla verit che non alle affabili ipocrisie di una normale conversazione e che anche lui, come il suo modello Ges Cristo, non sopportava gli sciocchi. Quando Minette si trovava d'accordo su un argomento, aveva un modo di esprimerlo cos impetuoso - S! Proprio cos! - da sembrare beffardo, sebbene fosse sincero, come il suo modo di chiedere: Veramente?. Minette aveva fatto parte della migliore squadra di dibattito delle scuole superiori e aveva imparato a esprimere le proprie opinioni in modo energico, inteso a intimidire. All'inizio del semestre, aveva talmente colpito la maggior parte di noi a Haven House che l'avevamo eletta nostra rappresentante al governo degli studenti, un gesto impulsivo di cui in seguito alcune di noi si sarebbero pentite. Dopo di allora Minette ebbe dei dissapori con alcune ragazze di Haven Hall e si dimise dall'incarico. In particolare, parecchie ragazze nere della residenza erano ambivalenti nei confronti di Minette  Swift, che le spiazzava con la sua arroganza.
Era possibile che, se Minette aveva dimenticato il suo libro da qualche parte, una di queste ragazze lo avesse nascosto per farle uno scherzo. C'erano sedici ragazze nella residenza oltre a Minette e me, e alcune di loro erano capacissime di fare scherzi sgradevoli.
Tuttavia cercai di difenderle di fronte a Minette. Era un ruolo infelice in cui mi ero ritrovata alla Corn all Academy, cercando di mediare tra ragazze litigiose. Minette fece una risata amara: Ragazza, tu non conosci le vie del demonio. Il tarlo della malvagit dentro il cuore. Ricordati che il diavolo tent Eva, ed Eva cedette al male e il paradiso fu perduto, per ignoranza. Tshhhh! . Minette scosse il capo, la mia ignoranza era grottesca.
In quell'istante di stupefatto disprezzo verso di me, udii la voce di mio padre, un'intonazione appena percettibile, ma inequivocabile. Perch questo era il tono del predicatore, e non c'era modo di opporvisi. Eri solo una bambina, ingenua e ignorante. A quei tempi, nella casa di Chadds Ford c'era una popolazione variabile di estranei che vivevano con noi, per vari periodi di tempo. Materassi sul nudo assito del pavimento al primo piano, sacchi a pelo sparpagliati nelle stanze. Come Ansel dai capelli neri e ispidi, gli estranei erano per lo pi giovani anche se non sempre sembravano giovani. Alcuni erano disturbati, fisicamente distrutti e malati. Alcuni osavano mettere in discussione l'autorit di Max Meade e dovevano essere confutati.
Minette perse la pazienza con me. Ah,  cos! Credi che sia cos stupida!  disse con sarcasmo, e se ne and nella sua stanza, sbattendo la porta.
Ero sconvolta. Non riuscivo a credere a questo scontro. In passato non c'era mai stata ostilit tra Minette e me perch desideravo placare la mia compagna di stanza e scansare qualsiasi possibilit di conflitto. Eppure adesso mi aveva lanciato un'occhiata carica di disprezzo.
Non mi ero mai abituata alle esplosioni di emotivit nella casa di Chadds Ford, sebbene mi fosse capitato pi volte di assistervi. E' reale quel che vedo o  una finzione? Dovrei correre a nascondermi, dovrei aver paura? Dovrei ridere?
La Norton Anthology of American Literature, strappata e sporca di fango, giaceva sul pavimento del nostro studio, dove Minette l'aveva gettata. La raccolsi per esaminare il danno. Delle quasi tremila pagine a caratteri minuscoli, forse meno di cinquanta erano danneggiate in modo irreparabile. Portai il libro nel bagno del corridoio e ripulii il grosso del fango con carta igienica bagnata. Le pagine che non erano strappate in modo irrimediabile, le rattoppai con il nastro adesivo. La copertina era macchiata d'acqua sporca, cos ne ricavai una nuova e pi robusta da un foglio di cartoncino. Ero fiera del mio lavoretto manuale, che mi ricordava un esercizio delle elementari, e lo lasciai sulla scrivania di Minette dove, quando fosse emersa torva e imbronciata dalla sua stanza quella sera, lo avrebbe trovato.
Scusa tanto, ma cosa sarebbe questo? 
Ero china sulla mia scrivania a cercare di scrivere una relazione di cinque pagine per Sociologia 101. Il nostro libro di testo era il volume rilegato La base sociale del comportamento individuale. Le banalit della sociologia non mi sembravano n vere n false anche se capivo che, per prendere un voto alto nel corso, dovevo sembrare d'accordo con il professore la cui critica della cultura borghese del ventesimo secolo era un'eco moderata della critica pi estrema di Maximilian Meade. Attraverso la nebbia del mal di testa vidi Minette in piedi davanti alla sua scrivania, che fissava il libro rattoppato, le mani sui fianchi, la testa gettata all'indietro, la fronte aggrottata.
Come se questo cambiasse qualcosa! Come se significasse che nessuno ha rubato un oggetto di mia propriet e lo ha vandalizzato per pura cattiveria! E' questo che stai cercando di dirmi? 
Non sapevo cosa rispondere. Cercai di immaginare cosa avrei provato se qualcosa di mio fosse stato vandalizzato allo stesso modo. Ma io sono bianca, non sarebbe la stessa cosa.
Dissi a Minette che poteva usare la mia antologia quando voleva. Oppure potevamo scambiarci i libri. Minette sbuff con aria sprezzante: Magari potrebbero rovinare anche il tuo di libro, Genna. E allora? .
Genna! Il nome, inaspettato nella voce roca da contralto di Minette che fremeva d'indignazione, mi elettrizz come una carezza.

Casa sicura
Casa nostra  una casa sicura? Chiesi a pap.
Oh, non ero pi tanto piccola da fare una domanda del genere a pap! Avevo dieci anni, almeno.
Lo chiedevo a mio padre come una bambina piccola, fingendo di non sapere che si sarebbe arrabbiato. Fingendo di non sapere che se la sarebbe presa con mia madre.
Lo sapevo gi: c'erano case sicure che potevi raggiungere in macchina da casa nostra a Chadds Ford se eri molto prudente. C'era una casa sicura che era una fattoria in un posto chiamato Altoona e c'era una casa sicura che era una fattoria in un posto chiamato Port Alleghany. La nostra casa a Chadds Ford non era una casa sicura perch era sotto sorveglianza (del nemico) e vi avevano fatto irruzione pi di una volta.
All'epoca non ero nella casa di Chadds Ford. E nemmeno Rickie. Pap ci aveva portato a stare con dei parenti a Rittenhouse Square.
Tuttavia chiesi a pap: Casa nostra  una casa sicura?
Sul viso di pap la voglia di afferrare, scuotere, gridare.
E invece pap disse: S, certo che la nostra casa  sicura, Genna. Che domanda sciocca, sei proprio una bambina sciocca.
E pap disse: Lo sai che il tuo pap ti terr al sicuro in questa casa o in qualunque altra casa. Lo sai, tesoro, non  vero?
Non proprio una bambina. Una scaltra scolara di quinta elementare che aveva imparato il trucchetto maligno di far gridare il pap con la mamma per punirla, perch la mamma era cattiva.
S-, pap, dissi. Penso di s.
Pap si chin a darmi un bacio. La mascella era ispida dove non si era rasato e il fiato aveva l'odore di un forno caldo dove fosse bruciato qualcosa. Pap non fece in tempo a baciarmi che era gi fuori dalla stanza e i suoi passi risuonavano pesanti sulle scale. E poi su in corridoio, in cerca del bagno dove mamma sonnecchiava nell'acqua tiepida, la testa piegata in avanti, come una bambola con il collo spezzato.
Quando Max Meade parlava con ira giustificata, la sua voce era rauca, aspra. La sua voce era furiosa come canne secche scosse dal vento.
Cosa cazzo le hai detto, maledetta pazza, cosa avete detto tu e quel tossico perso del tuo amichetto, facendovi sentire da lei? e Veronica si riscosse per protestare: Niente! Non le ho detto un accidenti di niente, cosa vuoi che ne sappia della tua vita del cazzo, non chiederlo a me, non sono io la donna giusta!
Casa sicura. Ripetevo le parole tra me, in segreto. Perch casa sicura mi faceva sorridere. Casa sicura mi faceva sentire al caldo. Casa sicura era qualcosa di piccolo in cui potevi nasconderti, pensavo. Come una casa di bambola dove se eri abbastanza piccola da entrare saresti stata talmente piccola che nessuno sarebbe venuto a cercarti.

Sospetto
Adesso a Haven House regnava il sospetto.
E dove c' sospetto, devono esserci dei sospetti.
Minette non ha insinuato che tu abbia avuto qualcosa a che fare con il suo libro di testo vandalizzato, per ha lasciato intendere che potresti sapere qualcosa su chi lo ha fatto, e perch. 
Quelle parole. Guardai sbigottita la nostra consigliera residente Dana Johnson che mi aveva convocato nel suo studio per parlarmi. Ms Johnson era una donna sulla trentina dalle ossa grandi, con capelli tagliati cos corti da far sembrare la sua testa piccola e sproporzionata sul corpo allungato come una scultura di Henry Moore. Aveva un viso piatto e beige e occhi penetranti come punteruoli. Era assistente di antropologia oltre che nostra consigliera e il suo campo, correva voce, erano le trib cannibali aborigene del Congo africano.
Ma l'ho gi spiegato a Minette... io non so niente. 
S, Genna. Ma Minette mi ha detto di essere fermamente convinta che tu sappia qualcosa, che stai proteggendo una o pi delle altre. 
Dana Johnson s'interruppe, con delicatezza. Genna era stato pronunciato in modo gentile ma fermo, alla maniera di un adulto paziente che si rivolga a un bambino recalcitrante.
Ms Johnson era caucasica, sulle spine, dispiaciuta. Sceglieva le parole con cura, come se venissero registrate; doveva sapere di essere controllata, se non proprio sospettata, perch all'inizio di ottobre Minette l'aveva denunciata al decano degli studenti come priva di polso - irresponsabile - dopo che si era lamentata pi volte con Dana Johnson del baccano nella residenza e del bagno al nostro piano che in certi giorni era un vero porcile.
Dissi di no alla donna. No, non stavo proteggendo nessuno.
Certo, Genna. Capisco. Cio capisco quello che mi hai detto. Ma, vedi, Minette crede fermamente... 
Ecco una donna adulta, un'insegnante dello Schuyler College, intimidita dalla mia compagna di stanza, una matricola di diciotto anni. La ascoltai senza sapere cosa rispondere. Difendermi dichiarando Non sono una bugiarda, con lo stesso tono tragicomico del nostro presidente caduto in disgrazia quando aveva dichiarato Non sono un imbroglione? Ms Johnson mi aveva assicurato che questa sarebbe stata una conversazione, non un interrogatorio, invece faceva l'effetto di un interrogatorio, si svolgeva in una nebbia di ansia e confusione. Io potevo solo ostinarmi a ripetere che non sapevo niente del libro danneggiato di Minette se non quello che mi aveva detto Minette stessa, e Ms Johnson poteva solo ripetere con cautela che Minette sembrava avere motivo di credere che invece sapessi qualcosa. I minuti passavano strazianti come ore, e noi due ci sentivamo rinchiuse insieme in una cella piccolissima.
Dana Johnson era apprezzata, se non amata, a Haven House. Rispettata, se non ammirata. Si ipotizzava che fosse lesbica (naturalmente) nonostante non si comportasse come una lesbica; nelle sue lezioni non metteva l'accento sul genere e si diceva fosse oggettivamente critica tanto delle societ matriarcali quanto di quelle patriarcali. I suoi vestiti abituali erano pantaloni cachi, camicie stirate di fresco sotto pullover sportivi e stivali dalla punta quadrata. Le sue mani e i piedi erano di una lunghezza non comune. La sua voce, nei momenti di tensione, sembrava un disco rigato.
Ms Johnson era nuova allo Schuyler, e incerta. Tra le diciotto ragazze di Haven House, non aveva coltivato nessuna favorita. Per una sorta di timidezza adulta, non si era fatta delle amiche. Non avrebbe avuto sostenitrici convinte se Minette  Swift le avesse creato dei problemi. Tuttavia, se si schierava in modo troppo palese con Minette, si sarebbe alienata il resto di noi. In passato ero stata in buoni rapporti con Dana Johnson, che era chiaramente pi a suo agio con ragazze del mio tipo: ragazze tranquille, di buon carattere e dal sorriso facile, senza impulsi evidenti a infrangere le regole, a comportarsi in modo ribelle. Poich Dana Johnson era nuova allo Schuyler, avevo buone ragioni per pensare che non sapesse niente dei trascorsi della famiglia Meade da cui provenivo.
Adesso stavo iniziando a diffidare di lei, ad averne paura. Mi indispettiva che preferisse credere alla parola di Minette  Swift invece che alla mia, anche se capivo perch facesse una scelta del genere. Nemmeno una volta Ms Johnson disse La tua compagna di stanza  nera. E' naturale che si senta vulnerabile. Cosa possiamo saperne noi bianche...!.
C'era una logica in questo. Maximilian Meade negli anni Sessanta aveva scritto delle distorsioni dovute alla coscienza di pelle: di come ci che vediamo sia ampiamente determinato da chi siamo e di come ci che sappiamo del mondo sia ampiamente determinato dalle strutture linguistiche all'interno delle quali nasciamo. Io sapevo, io capivo! Se credi che Alcune verit sono bugie devi credere che Alcune bugie sono verit. Tuttavia non potevo dire a Dana Johnson ci che stava cercando di farmi ammettere. Mi stava chiedendo di suggerire i nomi delle ragazze che avrebbero potuto desiderare far del male alla mia compagna di stanza e io non potevo accontentarla.
La nostra conversazione, che non era un interrogatorio, sband e si arrest slittando. Eravamo nello studio della consigliera residente, un salottino arredato in stile d'altri tempi. Era tardo pomeriggio, Haven House era pressoch deserta. Dana Johnson aveva preparato caff e pasticcini Pepperidge Farm disposti su un vassoio nello stile ricercato di chi  abituato a ricevere, ma caff e pasticcini rimasero intatti. Mi sentivo la lingua troppo grossa per la mia bocca, intorpidita come dalla novocaina.
Naturalmente a Haven House c'erano ragazze che pi di altre erano sospettabili di aver preso il libro di testo di Minette, ma non avevo intenzione di fare i loro nomi. Denunciare qualcuno in particolare - Diane, Trudi, Crystal, Lisette - sarebbe stato crudele, ingiusto. Immorale. Illogico. Perch anche se avessi parlato in tutta sincerit, avrei potuto sbagliarmi. Una volta pronunciato un nome, una volta che Dana Johnson ne avesse preso nota per passarlo al decano degli studenti... Sapevo dai miei genitori della campagna di terrore del senatore Joseph McCarthy negli anni Cinquanta, e sapevo delle indagini e delle infiltrazioni dell'FBI nei movimenti per i diritti civili e contro la guerra del Vietnam negli anni Sessanta, sapevo che razza di errore fosse collaborare, e quanto fosse allettante.
Mentre me ne stavo andando, Dana Johnson mi sfior la spalla: la grande mano, lunga e sgraziata, leggera come l'aria. A bassa voce disse: Non pensi che la tua compagna di stanza si sia immaginata tutto questo, vero, Genna? .
Genna. Un nome come una carezza.
A me puoi dirlo, Genna. E' una questione riservata, te lo assicuro. 
Riservata! Ma quando mai.
Non pensavo che Minette si fosse inventata qualcosa in modo consapevole, per stentavo a credere che qualcuno avesse preso il suo libro e lo avesse vandalizzato di proposito. Scossi la testa in un vago no. Superai educatamente Dana Johnson, evitando gli occhi ansiosi della donna. Lasciando che interpretasse il mio no come diavolo voleva.

Sospetti
A Haven House si diffuse un odore come di aria lievemente inquinata: sospetto.
Nella residenza si sparse presto la voce che una cosa che apparteneva a una di noi era stata vandalizzata e che c'era di mezzo un elemento razziale. A una a una, le residenti di Haven House furono convocate nel salotto della consigliera residente per rispondere a delle domande.
Non un interrogatorio, soltanto una conversazione.
Riservata! Ve lo assicuro.
Nel turbinio di voci e supposizioni, sulla scia del rifiuto di Minette  Swift di parlare di quanto era successo, i dettagli sull'accaduto variavano. Il libro di testo scomparso - rubato - vandalizzato era di volta in volta un testo di matematica, un testo di sociologia, un'antologia di poesia nera. Il libro era stato gettato nel fango, le pagine erano state strappate, mutilate, deturpate con insulti razziali.
Ci fu uno shock iniziale, ci fu solidariet per Minette, ma poi presero piede i dubbi, l'incredulit. A protestare pi apertamente furono le residenti che occupavano le stanze all'ultimo piano di Haven House e conoscevamo meglio Minette  Swift.
Siamo tra i sospetti? Non ci posso credere! 
Nessuno ha detto che siamo tra i sospetti. Non proprio. 
Ma  una tale sciocchezza! Qualcuno perde un libro di testo, e finisce nel fango! E con questo? Io perdo un sacco di cose, ma non ne faccio una tragedia. 
Be', qui non si tratta di te, ma di Minette  Swift. 
Il critico pi severo di Minette era una ragazza nera dalla pelle chiara, di nome Crystal Odom. Le due si erano scontrate pi di una volta, perch Crystal aveva una personalit impudente e caparbia quanto Minette, anche se Crystal era molto pi espansiva, pi divertente e giocosa. Con studiata perfidia Crystal faceva ridere la sua cerchia di ammiratrici con imitazioni del tetro cipiglio di Minette, del suo portamento altezzoso e del suo modo di camminare sui talloni. Con studiata perfidia descriveva Minette come la figlia di un ministro nero: La figlia di un pastore nero che crede di essere Martin Luther King Jr, oh yesss .
Crystal Odom era stata scelta per leggere il discorso di commiato alla cerimonia di diploma del suo anno alla Stuyvesant High School di Ne  York. Era l'unica matricola nella squadra di hockey su prato dello Schuyler. La sua materia fondamentale era chimica e la complementare teatro. La sua materia aureola scura di capelli sembrava esplodere dalla testa ben fatta. Gli occhi erano distanziati e maliziosi, orlati di ciglia folte. Spesso era l'unica appartenente a una minoranza di un gruppo e recitava il suo ruolo con gusto. La irritavano le dimostrazioni stereotipate di rispetto razziale. L'imbarazzo delle ragazze bianche la faceva sbellicare dalle risate. Una delle storie che raccontava di Minette  Swift riguardava il comportamento di Minette nel coro Bob-o-links del campus, di cui facevano parte sia Crystal che Minette. Santo cielo! Si vanta di aver cantato in questo coro internazionale del tabernacolo fin da quando portava ancora i pannolini e di non essere mai stata criticata. Insomma, Minette ha una voce abbastanza bella, non come Marian Anderson, ma bella, vale a dire che  pi o meno nella media del Bob-o-links, eppure quella ragazza non riesce ad accettare neanche il pi piccolo suggerimento del nostro direttore, d in escandescenze e si agita tutta come se Ges Suo Salvatore in persona le avesse detto che  perfetta. 
Ci eravamo riunite nel salone al primo piano, una sera prima di cena. L'atmosfera della casa era scintillante, chiassosa ed eccitata. Se quell'atmosfera fosse stata un gas, anche la pi piccola scintilla avrebbe scatenato una violenta esplosione. A questo punto tutte le ragazze di Haven House erano state convocate per parlare con Dana Johnson, erano stati loro offerti caff e pasticcini Pepperidge Farm insieme alla rassicurazione che quella era una conversazione, non un interrogatorio. Era trascorsa quasi una settimana da quando Minette aveva cercato freneticamente la sua Norton Anthology of American Literature. Ma ancora sembrava che niente fosse stato risolto, e Minette non rivolgeva la parola a nessuno, me inclusa. Quando mi fu chiesto com'era dividere la stanza con Minette  Swift, percepii il desiderio collettivo del gruppo premere perch la esponessi al loro scherno, la ridicolizzassi e mi prendessi gioco di lei, ma io dissi solo che Minette era una delle persone pi serie e impegnate che avessi mai conosciuto e che era stata molto ferita da ci che era accaduto.
Era un venerabile principio per me, in quel periodo della mia vita. Non pronunciare mai, in nessuna circostanza, una sola parola su qualcuno che non avrei pronunciato in presenza di quella persona. E senza eccezioni, neppure per far ridere le mie amiche!
Crystal Odom, veloce come quando maneggiava la mazza sul campo da hockey, mi sfid: Insomma, cos' successo esattamente? .
Sapevo che Crystal lo avrebbe chiesto. O Trudi, o Diane. C'era Lisette, e c'era Midge, e c'era Lisane, tutte con gli occhi fissi su di me. Non so cosa sia successo esattamente, ma ho visto l'espressione sul viso di Minette quando mi ha mostrato il suo libro, la rabbia e il dolore genuini. Era come se l'anima di Minette fosse stata mutilata, tanto era sconvolta. 
(Ma era proprio cos? O stavo inventando, improvvisando? Non ci avevo pensato fino a quel momento eppure, mentre pronunciavo quelle parole drammatiche, mi sembrava che fossero vere. Minette si comportava come se la sua anima fosse stata mutilata. Piacere o meno agli altri non le importava.)
Qualcuno avrebbe potuto prendere il libro di Minette nella sala da pranzo. E' possibile.  Lisane Kendall parl in tono dubbioso, come chi cerchi di essere equanime.
Crystal s'inalber: Qualcuno di Haven House? Una di noi? .
Be', non di proposito. Per sbaglio... 
Per sbaglio qualcuno ha preso quel vecchio tomo pesante e l'ha portato fuori senza accorgersene, e quando lo ha notato, invece di controllare di chi era il libro  venuto dritto qui dietro la casa e lo ha buttato nel fango, per poi prenderlo a calci? E' questo che stai dicendo? 
Crystal era una ragazza capace di suscitare l'ilarit generale. Era cos divertente nel suo dileggio, nel fuoco di fila delle battute, e cos indignata nel pronunciarle, che ti faceva venir voglia di schierarti dalla sua parte. Invece dissi: Crystal, non importa come  successo, importa soltanto che  successo. Ho aiutato Minette a cercare il libro, siamo tornate nelle sue aule e poi nella sala da pranzo, e abbiamo cercato anche qui, era davvero scomparso! E lei non ha tanti soldi... .
E chi ne ha? Questa  Haven House, mica Shangri-La. 
... quindi  stato crudele, chiunque lo abbia fatto. Non sto dicendo che sia stata una di noi. Ma  stato crudele, e se voleva essere uno scherzo, non era divertente. 
E' lei, lo scherzo! Ha lasciato cadere il suo maledetto libro e l'ha perso, e vuole dare la colpa a noi! 
No. Non credo proprio. 
Ero testarda. Mi tremava la voce. Tutte le ragazze se la presero con me, si misero a protestare.
Non credi cosa, Genna? Che la tua compagna di stanza stia immaginando tutto, o che la tua compagna di stanza stia mentendo spudoratamente? 
Minette non sta mentendo. Assolutamente no. 
Dovevo andarmene, ero sconvolta. Lacrime infantili mi inondarono gli occhi. Provavo un desiderio cos struggente di schierarmi con loro, contro Minette! Momenti del genere ti fanno capire il desiderio violento che muove la folla al linciaggio. Ti fanno capire la tua terribile debolezza. Come si possa tradire la fiducia di un altro, anche nelle questioni pi piccole.
D'impulso, lasciai la stanza. Sulle scale sentii una di loro dire a voce bassa: E' la figlia di Max'milian Meade, cosa ti aspetti? .
Le altre risero. La risata argentina di Crystal Odom zampill chiara come una fontana.

Il desiderio di conoscere pienamente una persona  una forma di appropriazione, di sfruttamento. E' una forma di disonore che deve essere ripudiata.

Pianto
Quei giorni. Quelle notti. Come una luna tempestata dalle nubi, il mio cervello era in balia di pensieri indesiderati.
Non ho un'anima. Nemmeno un'anima da mutilare...
Il desiderio di conoscere un altro  qualcosa di disonorevole, credeva Max. Perch Max non voleva che lo conoscessimo. Nemmeno i suoi figli che erano carne della sua carne e spirito del suo spirito, nemmeno noi!
Tuttavia pensavo: se potessi conoscere un'altra persona, anche una sola, come ormai sapevo non avrei mai conosciuto mio padre, mia madre, mio fratello Rickie col quale non avevamo pi rapporti... Se potessi conoscere Minette S ift.
Questi pensieri ci sorprendono sul limitare del sonno. Mentre scivoliamo nel sonno inconsapevoli. Un sonno leggero, schiumoso e agitato come onde che s'infrangono su una spiaggia cosparsa di rifiuti, e subito si ritirano nell'oceano. E nel mio sonno, anche i rumori pi lievi mi facevano trasalire. Un aereo che passava alto nel cielo con straziante lentezza, misteriose vibrazioni e scricchiolii nella vecchia casa. Attraverso le sottili pareti di cartongesso tra le nostre camere formato cripta, i rumori del sonno sibilante di un'altra ragazza, i suoi borbottii e gemiti inconsapevoli, un lieve russare, e ogni tanto un forte sbuffo che doveva averla fatta trasalire, svegliandola per un momento. E a volte il suono di Minette che pregava Padre nostro che sei nei cieli, sia santificto... Venga il tuo regno.... Sarei arrivata a conoscere intimamente le cadenze e il ritmo stesso della voce in preghiera della mia invisibile compagna di stanza, quella voce inaspettata di struggente desiderio infantile, una voce che nessuno avrebbe identificato con la spavalda voce pubblica di Minette  Swift.
Padre nostro, san-ti-fi-cto, il tuo regno erano accentati come in una poesia, sempre allo stesso modo.
Talvolta sentivo un suono meno definibile. All'inizio non ero sicura che fosse Minette, pensavo potesse essere lo sferragliare del radiatore o un rumore dell'impianto idraulico, delle tubature. Poi, premendo l'orecchio contro la parete di cartongesso, capii: Minette digrignava i denti nel sonno.
Un suono curioso, come di ciottoli sballottati, che stridevano. Era un vizio nervoso che mi era stato detto avevo anch'io da piccola, Veronica mi svegliava chiamandomi piano Genna! Ti consumerai i denti, tesoro.
Quelle notti perdute nella casa di Chadds Ford, quando Veronica era ancora la mamma, preoccupata del benessere della propria figlia.
Quella notte nella stanza all'ultimo piano di Haven House dopo che ero fuggita dalle risate delle ragazze. Non che la loro risata fosse beffarda o sprezzante, semmai era indulgente, divertita. La figlia di Max'milian Meade, cosa ti aspetti. Insonne, ascoltavo il rumore delle molle del letto che scricchiolavano a pochi passi da me dall'altra parte della parete di cartongesso, sapendo che anche Minette non riusciva a dormire, a causa di una risata molto pi crudele. Poi mi accorsi che stavo sentendo un altro rumore, pi attutito: un pianto.
Mi rizzai a sedere nel letto. Accesi la lampada sul comodino. Erano solo le due del mattino, molto pi presto di quel che pensavo. Minette era sparita nella sua stanza a un certo punto della tarda serata, mentre io assistevo a una proiezione della Film Society, e quando ero rientrata a mezzanotte la luce sotto la sua porta era spenta.
Aprii piano la porta della mia camera. Era molto buio nel nostro studio, sul retro di Haven House. La finestra di Minette era affacciata sul cielo, ma il cielo era denso di nuvole che la luce della luna non riusciva a penetrare. Non c'era luce sotto la porta di Minette e adesso sentivo pi distintamente il suono del pianto, soffocato contro un cuscino. Esitai prima di bussare alla sua porta.
Minette...? 
Nessuna risposta. Ma il suono del pianto cess.

Emergenza?
I giorni si accorciarono di colpo. Il cielo rimpiccioliva visibilmente. Le mattine erano sempre pi fredde. Il torrente Schuylkill che delimitava il confine orientale del nostro campus adagiato sulle colline rifletteva nubi plumbee. Un pomeriggio di novembre che alle quattro e mezzo si stava disfacendo nel crepuscolo come un fazzoletto di carta, trovai un foglietto rosa nella mia cassetta delle lettere a Haven House. Gena per favore chiama Verronica! Urgente! I nostri nomi erano stati scritti nel modo sbagliato da chiunque avesse preso il messaggio in fretta e furia, tuttavia nella confusione del momento mi venne la vaga idea che fosse stata proprio mia madre a sbagliare l'ortografia dei nostri nomi, in un gesto di giocosa anarchia in puro stile Veronica.
Mi tremavano le dita mentre componevo il numero sull'antiquato telefono a disco. Ero in piedi con le spalle alla porta, perch nessuno vedesse la mia faccia. Chiusi gli occhi mentre il telefono suonava a vuoto nella casa di Chadds Ford, suonava e continuava a suonare come in un freddo e raffinato film europeo di desolazione in cui l'inquieto obiettivo della cinepresa si sposta attraverso stanze dai soffitti alti e dagli arredi austeri di un vecchio e sontuoso palazzo/mausoleo svuotato di ogni vita, dove tuttavia c' ancora un telefono che suona.
Mamma, accidenti a te! Rispondi per favore.
Mamma, sei mia madre, rispondi! Ti prego, rispondi.
Doveva essere un'emergenza, e in questo caso doveva trattarsi di Maximilian Meade.
Max era morto, o moribondo. Attacco di cuore, disastro aereo, omicidio.
La vita di Max Meade era stata minacciata pi volte. Era stato aggredito fisicamente, picchiato. Per le strade di Chicago, durante la convention del Partito democratico nel 1968, dalla polizia locale. Fuori dalle aule di tribunale. In atri di albergo. Per strada. Sua figlia non avrebbe dovuto sapere di questi incidenti e, se mai lo sapeva, le era proibito parlarne.
Max aveva anche un cuore ballerino. Non conoscevo i dettagli. Le questioni di salute erano strettamente private.
Seguitai a chiamare casa per ore. Ascoltavo il telefono suonare con calma stoica. Dicendomi che fintantoch non sapevo quale fosse l'emergenza, cosa significasse urgente, non avevo motivo di essere spaventata. Non avevo motivo di pensare Questa parte della mia vita sta finendo: figlia.
Non avevo idea di dove fosse mio padre. Non parlavo con Max da tre settimane e due giorni. Era stato via - in viaggio d'affari - a incontrare un cliente a Montral. (Tra gli sporadici clienti di Max c'erano i renitenti alla leva statunitense, i cosiddetti imboscati, esiliati permanenti in Canada che sarebbero stati arrestati dagli agenti federali se tornavano negli Stati Uniti.) Almeno una volta alla settimana parlavo al telefono con Veronica e le nostre conversazioni erano amichevoli, superficiali. Spesso ridevamo. In questa nuova fase post-hippy/radicale della sua vita, mia madre aveva iniziato a coltivare la battuta spiritosa alla Lucille Ball, da sitcom degli anni Cinquanta, laddove la telenovela/tragedia degli anni Sessanta le era sfuggita. Le nostre conversazioni non suscitavano emozioni in nessuna delle due. Le nostre conversazioni erano molto diverse, per esempio, dalle conversazioni di Minette  Swift con la madre che, almeno da parte di Minette, erano estremamente mogie. Uh-huh mormorava Minette stringendo il ricevitore contro l'orecchio, gli occhi bassi, sospirando e annuendo Sissignora!. E raramente una risata, per quel che mi era dato sentire.
Se Max  andato. Cio, se pap  morto. Se... 
Perch figlia  un guinzaglio intorno al collo. Figlia  una spina nel cuore. Figlia  un acido-angoscia agitato in una bottiglia fino a che schiuma e trabocca ustionandoti la mano.
Hai diciotto anni ormai: non c' bisogno di amarli cos disperatamente.
Quella sera non andai con le altre nella sala da pranzo. Salii di sopra a monitorare il telefono del secondo piano. Quando il telefono squillava, rispondevo; con la mente intorpidita prendevo i messaggi: le chiamate non erano mai per me. A Haven House le residenti non avevano telefoni privati, ciascun piano condivideva un solo telefono. Haven House era la residenza meno costosa allo Schuyler College, cos non avevamo telefoni personali nelle nostre stanze. Io lo approvavo, i miei genitori lo approvavano. Non mi era dato sapere se i miei genitori avessero esercitato pressioni sul college perch mi accettasse, ma sapevo per certo che approvavano Haven House per la sua frugalit. C' un merito spirituale nella frugalit, nell'assenza di lusso. Come ben sapevano i miei antenati quaccheri. Il merito sta solo nel carattere, nell'integrit. C' un merito nell'abnegazione. La maggior parte delle ragazze di Haven House, per quel che mi era dato capire, erano allieve meritevoli, ovvero ragazze provenienti da un ambiente economico/accademico svantaggiato. Ci tenevo a credere di essere riuscita a sembrare una di loro. I miei abiti, la mia condotta, il mio atteggiamento non facevano pensare a diritti di nascita o privilegi. Provate a paragonarmi a Crystal Odom, e non esiterete a scegliere Crystal come la ragazza ricca, Genna come la povera. Piacevo alla maggior parte delle ragazze nella mia residenza, penso. Ad alcune, piacevo moltissimo. Ero contenta di piacere, e credo di essere stata una buona amica. Nessuno mi aveva mai detto con sconcertato disprezzo Ma tu sei la figlia di Maximilian Meade, sappiamo chi sei!.
Ero amica anche di Minette  Swift, sebbene Minette continuasse a tenersi a distanza di sicurezza tanto da me che dalle altre a Haven House. Come una martire che abbia perdonato i suoi oppressori per principio cristiano, se non nel suo cuore. Faceva venir voglia di protestare Ma io non ho fatto niente per ferirti, cos'ho fatto di male?.
Ci sentivamo colpevoli agli occhi di Minette. Non fu mai trovata alcuna spiegazione per il libro di testo scomparso/mutilato, ma la ferita era ancora aperta. Alla nostra ultima riunione della casa, Dana Johnson annunci che Minette si era dimessa dall'incarico di rappresentante di Haven House al sindacato degli studenti; Minette non si era presentata. Perfino Crystal Odom era restia ad affrontare Minette  Swift di persona.
Verso le nove di sera, mentre stavo cercando di chiamare casa per l'ennesima volta, Minette mi pass accanto. L'avevo sentita salire le scale con una sorta di rabbiosa dignit. Da settembre, Minette aveva messo su peso: quattro, cinque chili? C'erano nuovi buchi, incisi rozzamente con le forbici, nella sua lucida cintura di pelle nera. La sua gonna buona di flanella grigia ormai le andava stretta in vita, avevo avuto una visione fugace della sua ingegnosit nel chiuderla con alcune spille da balia collegate tra loro e nascoste sotto un pullover largo. Minette avrebbe provato un imbarazzo terribile se avesse saputo che lo avevo notato, ma io ero una ragazza scaltra e con una lunga esperienza nel non vedere come nel non sentire ci che non avrei dovuto.
Vedendomi l, china sul telefono come un soprammobile rotto, Minette si ferm. Respirava a fatica per aver salito le scale. Dopo l'incidente del libro di testo, portava con s nello zainetto una selezione dei libri pi costosi per tenerli al sicuro, almeno credo fosse questa la ragione. Non era da lei fermarsi cos. Non era da lei riconoscere la mia presenza fuori dalle nostre stanze. Eppure adesso, vedendo nel mio viso contratto la prospettiva di brutte notizie, Minette si ferm aspettando che alzassi lo sguardo su di lei, ma io non lo feci, non volevo, come chi  intrappolato nelle sabbie mobili non potevo muovere la testa, ero alla merc del telefono che suonava a vuoto nella casa di Chadds Ford. Pensavo solo Per favore rispondi! Perch mi stai punendo!.
Quando finalmente alzai gli occhi, Minette se n'era andata. Alla fine, dopo le undici di sera, il telefono suon ed era Veronica che mi chiamava.
A quel punto nella mia mente aveva preso forma un piano disperato: mi sarei fatta prestare del denaro da Dana Johnson, avrei preso un taxi per Chadds Ford, a ottanta chilometri di distanza. Per tornare nello stesso posto da cui ero stata tanto ansiosa di fuggire. A quanto pare non mi venne neanche in mente, oppure scacciai il pensiero con la stessa noncuranza con cui si scaccia un insetto, che se Veronica non rispondeva al telefono era molto probabile che Veronica non fosse in casa.
Ero nel corridoio fuori dallo studio di Dana Johnson a raccogliere il coraggio per bussare. Una luce fioca filtrava sotto la porta. Sentivo il ticchettio di una macchina da scrivere in una stanza interna. Dopo la nostra spinosa conversazione (che non era stata un interrogatorio) avevo evitato Dana Johnson, come l'avevano evitata le altre, per risentimento o senso di colpa. Tuttavia avrei dovuto farmi prestare il denaro da Ms Johnson per la corsa in taxi perch avevo meno di dieci dollari nel portafoglio e nessuna carta di credito. (I miei genitori non approvavano le carte di credito, considerandole una truffa capitalista.) Quindi avrei dovuto umiliarmi per chiedere denaro in prestito a un'estranea. Avrei farfugliato: Mia madre ha lasciato un messaggio urgente, e adesso non riesco a contattarla. Penso sia successo qualcosa a mio padre... . Desideravo credere che Dana Johnson non avesse idea di chi fosse la mia famiglia come, ne ero certa, non ne aveva idea Minette  Swift.
Poi suon il telefono al banco dell'ingresso poco pi in l. La cortese sorvegliante mi chiam: Generva Meade? Per lei .
Era Veronica, agitatissima.
... Genna? Grazie a Dio! Dimmi che non hai saputo niente di tuo padre... 
No, dissi. Non ho saputo niente.
... perch sai, Genna, ho motivo di credere che andr tutto bene, cio la notizia non sar riportata, qual  la parola, dai media, ecco. Almeno credo. Non ho parlato con Max direttamente. Non volevo che lo venissi a sapere da altre fonti, non volevo che ti spaventassi, Genna, o stessi in ansia, perch credo, o meglio spero, che andr tutto bene. Se non altro ho appena saputo che la notizia non verr riportata dai media. 
Chiesi a Veronica che cosa non sarebbe stato riportato dai media.
Il fatto  che non lo so, Genna. Cio, non lo so con precisione, conosci Max. Max comunica tramite intermediari, lo sai come vanno le cose.  Veronica parlava in fretta, la voce concitata, indistinta, biascicava le parole come una donna ubriaca con le vertigini che cerchi di tenersi in equilibrio su una piattaforma che all'improvviso si inclina. Non si pu parlare a nessun telefono. I nostri telefoni sono controllati, dice Max, sai quella specie di sibilo, lo senti? Ecco. Quella  la sorveglianza dell'FBI. A me sembra di sentirlo, anzi, sono sicura di sentirlo. Anche se questo dovrebbe essere un telefono sicuro, per, mio Dio!  - Veronica rise, perch ci aveva appena pensato - di sicuro intercettano anche la tua residenza: ma certo! Comunque Max vuole che tu sappia,  ansioso che tu  - ma qui s'intromise la voce di qualcun altro, una voce maschile, le parole non udibili, e Veronica rise nervosamente, ci fu uno scambio tra lei e questo intruso sconosciuto, vidi Veronica giocherellare con i suoi capelli in caduta libera, neri come le proverbiali ali di corvo, vidi gli occhi dilatati di Veronica brillare, e il rossore sul suo viso - Max vuole che tu sappia che non  stato arrestato, non ancora, almeno, e probabilmente non lo sar, se siamo molto fortunati non lo sar,  in custodia federale, a Buffalo credo, fermato al confine, avevo pensato che fosse  - ma di nuovo la voce s'intromise, forse pi d'una, ci fu un altro scambio, udii parole smorzate che non avevano senso, e poi Veronica torn in linea, eccitata, ansimante - non  stato al confine, era tornato indietro e sono venuti a prenderlo in tribunale, nel tribunale federale ma non  in arresto, tesoro. E' in stato di fermo. Il termine giusto , come si dice,  un testimone materiale. S, credo sia questo. E penso sia tutto qui, Genna. Se la fortuna ci assiste. 
Chiesi a Veronica cosa fosse un testimone materiale.
... Te l'ho detto, te l'ho spiegato, tesoro, non possiamo parlare di queste cose al telefono. Perch il fottutissimo-FBI-fascista ci sta intercettando! Illegalmente! Perch...  Sentii un tramestio, come se una terza persona sconosciuta stesse cercando di strapparle il ricevitore, poi Veronica lo respinse, la sua voce stridula nelle mie orecchie come una pioggia di aghi. ... mi stanno rovinando la vita, mio figlio mi  stato portato via, la Gestapo ci perseguita, Max Meade  un funzionario del tribunale e non ha mai infranto nessuna legge in vita sua e Veronica He ett-Meade  totalmente fuori dal giro, non  mai stata nel giro, ho una nuova coscienza adesso, credo che la rivelazione debba venire dall'interno, voglio dire che la rivoluzione debba venire dall'interno. Non c' salvezza nelle masse. Credetemi, io lo so, perch sono una delle masse e lo so. Solo nell'anima. Perci vi prego, vi scongiuro lasciateci in pace. Gestapo del cazzo, lasciateci in pace. 
All'improvviso, cadde la linea. Veronica si era messa a piangere. Qualcuno doveva averle strappato il ricevitore e sbattuto gi il telefono. Quando richiamai subito dopo, il telefono suon a vuoto. E pensai: Non so dov'. Non so dov' nessuno dei due. Solo dove lei dice di essere. E non so nemmeno questo.

Mirtilli
Nella stanza al secondo piano di Haven House col fetore di qualcosa di rancido esacerbato dall'umidit. Nella luce crepuscolare di un pomeriggio di novembre. Era piovuto per tutto il giorno. Nemmeno un raggio di sole. Non ero andata alle mie lezioni. Non ero uscita dalla stanza. Non mi ero lavata la faccia, non mi ero data una pettinata, non mi ero vestita e indossavo ancora la mia camicia da notte di flanella dall'odore acre. Minette entr nella stanza con passo pesante portandosi dietro l'odore di pioggia. L'odore di scarpe da tennis fradice di pioggia, di capelli incollati dal gel. Scusa, eh?  sbigottita, nel vedermi. Forse mi aveva visto nella stessa posizione, nelle stesse condizioni, quando era uscita quella mattina per le sue lezioni. Non era da lei dedicarmi tanta attenzione. Accese la luce centrale e mi fiss. Strizzai gli occhi e nascosi la faccia. Le dissi che stavo bene, che ero stanca e non avevo voglia di parlare. Minette schiocc le labbra con disapprovazione. Minette era un'accozzaglia di suoni irritanti: bofonchiava, borbottava, sospirava in modo esagerato, canticchiava, cantava a squarciagola, e naturalmente pregava, digrignava i denti e ogni tanto piangeva. Minette spense la luce centrale. Minette ciabatt nella sua stanza e accese la luce che si diffuse nel nostro studio comune con un fioco, confortante bagliore spettrale. Il giorno prima, Minette aveva portato di sopra, stretto e seminascosto contro il petto, uno dei pacchi confezionati con zelo dalla madre. Di solito apriva questi pacchi nella sua stanza da letto, con la porta chiusa. Sapevo che ci volevano le forbici, sapevo che poteva non essere un compito facile, aprire i pacchi della signora  Swift che erano assicurati con un reticolo di nastro adesivo. Avevo sentito odore di qualcosa di lievitato, di zuccherino: dolci al forno. Ma naturalmente non mi era stato consentito di vedere cosa c'era nel pacco. Adesso per, sospirando e borbottando tra s, Minette emerse dalla sua camera portando una scatola di latta di almeno venti centimetri di diametro e me la porse, rivelando una mezza dozzina di muffin all'interno, in contenitori di carta pieghettata.
L'odore era travolgente. Ringraziai Minette e dissi che non avevo fame.
Al diavolo, ragazza, non ci provare. 
Era pi un'espressione di disappunto che un ordine. Ci sedemmo nella luce crepuscolare del nostro studio comune e mangiammo. I muffin erano ai mirtilli, e i mirtilli erano ancora umidi. I muffin erano squisiti. Sedute vicine, mangiammo muffin ai mirtilli e ascoltammo la pioggia.

SECONDA PARTE

... proprio bello per Genna avere un'amica cos, essere a contatto con singoli individui, non con stereotipi razziali.

Ragazza nera / Ragazza bianca
Minette  Swift nata l'11 aprile 1956 /
Generva Meade nata il 13 aprile 1956
Minette  Swift nata a  WWashington, DC /
Generva Meade nata a Chadds Ford, PA
Minette  Swift: un metro e sessantacinque /
Generva Meade: un metro e settanta
Minette  Swift: (all'incirca) sessantaquattro chili /
Generva Meade: (all'incirca) quarantotto chili
Genitori di Minette  Swift: Virgil Duncan  Swift e Lorett S eet  Swift /
Genitori di Generva Meade: Maximilian Elliott Meade e Veronica He ett-Meade
Minette  Swift: una sorella, Je el, nata nel 1961
Generva Meade: un fratello, Richard (Rickie), nato nel 1951
Religione di Minette  Swift: cristiana
Religione di Generva Meade:
Chiesa di Minette  Swift: Temple Vale of the  orld Tabernacle of Jesus Christ,  WWashington, DC
Chiesa di Generva Meade:
La Bibbia di Minette. Una Bibbia voluminosa, e pesante. Rilegata in morbida similpelle bianca con incisioni dorate e pagine bordate d'oro. Una Bibbia speciale stampata per essere venduta nel Tabernacle del reverendo  Swift, contenente sedici illustrazioni a colori, mappe della Terra Santa al tempo di Ges (Canaan, divisa tra le dodici trib, I Regni di Davide & Salomone, Il Regno di Giuda & Israele, La Palestina al tempo di Cristo, Babilonia, Assiria: paesi della schiavit degli Ebrei, I viaggi di san Paolo nelle regioni del Grande Mare, o il Mediterraneo), e un'appendice di tre pagine a grandi caratteri che descriveva la storia della chiesa di Temple Vale of the  orld Tabernacle of Jesus Christ, fondata nel 1958 a  WWashington, DC, dal reverendo Virgil Duncan  Swift.
Quella Bibbia! La Parola Santa di Dio! Di soppiatto e con un acuto senso d'invidia, osservavo Minette che la leggeva pi volte al giorno e sempre prima di andare a dormire; la leggeva con scrupolosa attenzione, a capo chino, la fronte corrugata, le labbra che articolavano le parole in silenzio. Perch Minette non mi legge la Bibbia? mi chiedevo. I cristiani non desiderano convertire gli infedeli?
La Bibbia di Minette, le cui pagine bordate d'oro zampillavano come una cascata abbagliante quando venivano sfogliate.
La Bibbia di Minette che scivol tra le mie dita furtive mentre la prendevo dalla scrivania un giorno in cui ero sola nella stanza, e non vista; mi scivol dalle dita e cadde, con un forte tonfo, come a rimproverarmi, colpendomi di taglio sul piede.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue avr la vita eterna e io lo resusciter nell'ultimo giorno. Una religione cannibalesca, la considerava Max. E la Parola Santa di Dio, la cosiddetta Bibbia ebraica grossolanamente unita al cosiddetto Nuovo Testamento, un'antologia di scritti insensati di rilevanza storica, scientifica, morale o spirituale pari a quella di un mucchio di fumetti.
Tuttavia avevo sbagliato a pensare che Minette fosse semplicemente cristiana.
La nostra prima domenica allo Schuyler college, molte ragazze della residenza invitarono Minette a recarsi con loro alla cappella, e quando Minette torn nella nostra stanza era furibonda: Te lo raccomando, il cappellano! Una sciattona tutta grigia e spettinata! Una vecchia cavalla bolsa abbandonata nei campi. Nessuno la prenderebbe sul serio, neanche per le buone notizie del Signore! . Minette gonfi le guance in uno sbuffo sprezzante.
In seguito, ogni qualvolta Minette veniva invitata alla cappella scuoteva forte la testa come se l'avessero insultata. Non ci penso neanche! 
Minette aveva nostalgia della chiesa di suo padre. Aveva nostalgia del coro di Temple Vale nel quale, vestita di luccicanti tuniche bianche aveva cantato fin dall'et di dieci anni.
Una chiesa come la nostra ha uno scopo preciso. E quello scopo lo senti appena ci metti piede. Ges ti sta aspettando! 
Non avevo mai assistito alle funzioni nella cappella dello Schuyler, ma talvolta, in preda a uno dei miei umori indefinibili (malinconico? meditabondo? speranzoso? timoroso del futuro?) entravo silenziosamente e mi sedevo da sola in un banco di legno; in un luogo di austere pareti bianche e finestre dai vetri semplici, a meditare in quella regione quacchera dell'anima che  silenzio e muta meraviglia.
Nessuno mi aspettava nella cappella dello Schuyler, eppure l mi sentivo felice, finch restavo in silenzio, senza parole e senza pensieri ero felice. Non ho nostalgia di casa. Sono libera dalla mia casa!
Quasi ogni domenica mattina, Minette si vestiva per la chiesa e si dileguava prima delle nove. Canticchiava tra s, lisciandosi il rigido caschetto di capelli, strattonando i collant. A volte guardavo la mia compagna di stanza dalla finestra sopra la sua scrivania, vedevo la sua figura tozza due piani pi in basso; era sempre sola, si allontanava a passo spedito, gli occhi bassi, distaccata e indifferente a ci che la circondava. Traevo una piccola soddisfazione dal pensiero che Minette non aveva compagne. Lo Schuyler College era appena fuori dalla cittadina di Schuylersville, dove c'erano parecchie chiese, ma quando domandai a Minette quale frequentasse, il suo sguardo divenne evasivo dietro le lenti degli occhiali e bofonchi qualcosa di pressoch impercettibile, che avrebbe potuto essere Questa chiesa che ho trovato.
Assomiglia un po' alla chiesa di tuo padre? 
Allora Minette mi guard dritta negli occhi, ridendo: Al Tabernacle di mio pap? Nooo, signora! .
Ma se chiedevo a Minette della chiesa del Tabernacle, o di Temple Vale, come a volte la chiamava, le sue risposte erano vaghe e concise. Non che fosse imbarazzata o irritata, semplicemente non le interessava dare spiegazioni.
E' perch sono bianca? mi chiedevo. Una ragazza bianca?
Negli anni Sessanta, Maximilian Meade aveva scritto che la coscienza-di-pelle determina la capacit di vedere. Praticamente tutti i caucasici nascono ciechi, anche quelli che sono vittime del capitalismo: noi dobbiamo essere educati a vedere.
Invidiavo a Minette la sua fede cristiana perch era una fede speciale. Il suo Dio era un Dio speciale la cui onnipotenza Minette non desiderava diluire condividendola con qualcun altro.
Ingenuamente, chiesi: Ma esiste il paradiso, Minette?  e Minette rispose con aria sostenuta, piegando le labbra all'ingi, come se una domanda cos sciocca dovesse avere anche un significato recondito: Certo che c' il paradiso! Non per tutti, per .
Di rado Minette mi chiamava Genna, come del resto non mi chiedeva mai della mia famiglia. E non per discrezione, come altre allo Schuyler College, ma per indifferenza. Mi imbarazzava ricordare che, all'inizio del semestre, mi ero preoccupata che la mia compagna di stanza avesse dei sospetti sul nome Generva Meade. La visita guidata degli  Swift nella Casa di Elias Meade si era svolta in una nebbia di noia per Minette, e adesso lo sapevo.
Eppure, perversamente, cercavo spesso di parlare della mia famiglia con Minette. Mi sentii di confidarle che un tempo i Meade erano stati quaccheri, ma molti decenni orsono, prima che io nascessi; e adesso, anche i parenti che erano cristiani (per lo pi persone anziane, parenti femmine di mio padre) appartenevano solo nominalmente a congregazioni ma di rado andavano in chiesa. In una chiesa vera e propria, intendo. Un edificio. 
Minette aggrott la fronte, cercando di capire. Perch, come si fa ad andare in una chiesa che non  un edificio?
Per lo pi credono nel qui-e-adesso, e nell'umanit  dissi. Non in un Dio fuori dal tempo, ma nel miglioramento dell'umanit con strumenti sociali e politici. 
Minette sorrise ma non rise. Una certa malinconia nella mia voce sembrava aver suscitato la sua comprensione, o la sua piet. Disse: Come le Nazioni Unite intendi? Quel tipo di discorsi, di chiacchiere... .
Max Meade disprezzava le Nazioni Unite come un fronte capitalista/borghese, ma era corretto suggerire che i miei parenti meno radical/liberaldemocratici credevano nelle Nazioni Unite nel modo vago in cui la maggior parte degli americani credevano nelle Nazioni Unite, senza sapere o desiderare di saperne di pi.
S  dissi. Come le Nazioni Unite. Discorsi e chiacchiere ma a volte anche sanzioni. A volte interventi militari. 
Bene  disse Minette, come per confortarmi proprio mentre chiudeva l'argomento, l'ONU per  un edificio. Di Ne  York. 
Minette  Swift telefonava a casa sovente, Generva Meade telefonava a casa di rado.
Era verso le otto di sera della domenica e del mercoled che Minette telefonava a casa, e anche in altri momenti non programmati, durante la settimana. Per me non c'era una scadenza fissa per telefonare a casa.
Quando Minette telefonava a casa, qualcuno rispondeva. Spesso, quando io telefonavo a casa, non rispondeva nessuno.
Al telefono, Minette era sorprendentemente infantile. Era sottomessa, docile. Aveva l'aria di chi riceve ordini. Annuiva con veemenza, le sue risposte erano degli Hu-huu, uhhh-huh bofonchiati. Se passavi accanto a Minette S ift al tavolo del telefono sul pianerottolo del secondo piano, lei non ci faceva caso, la fronte aggrottata e gli occhi bassi, in rapita obbedienza alla voce materna nell'orecchio. Dopo che l'antologia Norton le era stata sottratta e vandalizzata, e dopo gli esami di met semestre, Minette era al telefono quasi due volte al giorno, con la madre. (Penso che fosse con Mrs S ift che Minette parlava, nella sua angoscia. Cercavo di non origliare, davvero!) Durante queste conversazioni con sua madre, Minette sembrava una bambina ferita; era piagnucolosa, sarcastica, imbronciata; piena di risentimento, sprezzante; aveva preso voti bassi agli esami di inglese, matematica e biologia e solo la sufficienza, un C, negli altri corsi; s, era andata a parlare con gli insegnanti; no, si erano rifiutati di alzarle i voti... Minette era sull'orlo delle lacrime per la rabbia, la frustrazione. Poi taceva a lungo, ascoltando la madre.
Dopo l'incubo di tutte quelle telefonate a Chadds Ford in una sola sera, comporre il numero un'altra volta mi avrebbe fatto star male fisicamente, cos non chiamai per settimane. Veronica mi aveva dato un numero sperimentale per Max con il prefisso 716, che significava Buffalo, Stato di Ne  York, ma quando lo composi una compita voce registrata mi inform: Il numero che avete chiamato non  al momento disponibile, siete pregati di controllare e provare di nuovo. Veronica cerc di chiamarmi parecchie volte dopo quella sera, nella mia cassetta delle lettere trovai molti foglietti rosa, ma nessuno diceva Urgente!, cos non la richiamai.
Mi chiedevo se i miei genitori fossero separati. Se la parola separati esistesse nel vocabolario del loro matrimonio.
Per giorni attesi notizie dell'arresto di Maximilian Meade. Attesi titoli di testa L'AVVOCATO RADICALE MAD MAX MEADE ARRESTATO DALL'FBI. In una trance di paura frequentai con diligenza le lezioni, scrissi le tesine di met semestre e studiai per gli esami. Fin dalle elementari, Generva era stata una brava studentessa e questa bravura da zombie non mi abbandon neppure adesso. Non andavo in cerca di notizie, naturalmente, ed evitavo la tv e i giornali. Mi sembrava che la gente mi osservasse con una certa attenzione a Haven House e nel campus, ma io sorridevo come se niente fosse, naturalmente. Da anni sapevo, o sospettavo, che mio padre Max Meade fosse un bersaglio delle persecuzioni dell'FBI per la sua difesa pro bono degli obiettori di coscienza contro la guerra del Vietnam e dei cosiddetti imboscati renitenti alla leva e il suo coinvolgimento con radicali di alto profilo quali i fratelli Berrigan, i preti cattolico-romani che erano stati arrestati numerose volte negli anni Sessanta per aver sabotato gli uffici della coscrizione e distrutto gli schedari. Max era uno dello sparuto gruppo di avvocati che avevano difeso i contestatori pacifisti accusati di reati gravi dopo i giorni della rabbia a Chicago, nell'ottobre del 1969. E c'erano mandati in sospeso contro Ansel Trimmer e altri che avevano frequentato Max ed erano stati nella casa di Chadds Ford. Ma avevo pensato, o voluto pensare, che dopo la fine della guerra del Vietnam e la reazione dell'opinione pubblica americana contro la guerra, la persecuzione di persone come mio padre fosse finita... Anche se Max, in uno dei suoi momenti tra il cupo e il provocatorio, aveva detto Non finir mai, mi daranno la caccia per farmi la pelle e mi mangeranno il cuore se potranno.
Nelle mie fantasie da paura compariva Dana Johnson a convocarmi nel suo salotto dove erano in bella mostra tazze di caff fumante e un vassoio di pasticcini Pepperidge Farm ormai stantii. Avevo provato la scena tante di quelle volte, le parole gravi di Ms Johnson Genna, temo di avere brutte notizie per te, che mi sembrava fosse gi avvenuta.
Ma non arriv nessuna notizia di Maximilian Meade. N da Dana Johnson n da altre fonti.
Minette  Swift era un'allieva meritevole allo Schuyler College, i suoi genitori pagavano meno di 500 dollari per il suo anno accademico. Generva Meade non aveva borse di studio, i suoi genitori pagavano 4000 dollari.
Minette  Swift confessava di non aver mai sentito parlare dello Schuyler College prima che la sua tutor delle superiori la incoraggiasse a fare domanda d'iscrizione. Generva Meade aveva sentito parlare dello Schuyler College da quando era nata.
Minette mi confid con orgoglio che suo padre si era laureato con lode al To son Bible Institute di To son, Maryland. Sua madre era stata un'infermiera abilitata prima di sposarsi. Lo zio preferito era stato un maggiore dell'esercito statunitense ferito in Vietnam, era stato decorato con molte medaglie. Dei numerosi cugini, zii e zie, Minette era la prima a finire le scuole superiori con un vero diploma. E naturalmente era la prima ad andare al college. Tra i parenti serpeggiava una certa invidia nei suoi confronti, del resto c'era da aspettarselo: L'uomo saggio costruisce la propria casa sulla roccia, l'uomo sciocco costruisce la sua sulla sabbia. Ma sai, l'uomo sciocco deve sempre dare la colpa a qualcun altro per la propria stupidit .
Minette rise, una rara risata di cuore che fece venir voglia di ridere anche a me.
Uomo saggio. Uomo sciocco. Roccia, sabbia.
Cos semplice! Cos chiaro!
Minette andava fiera di aver ricevuto una mezza dozzina di offerte di borse di studio da vari college e universit cui aveva presentato domanda d'iscrizione, inclusa la Ho ard University, la famosa scuola dei negri. Era stato il reverendo  Swift a decidere che venisse allo Schuyler College perch godeva di una reputazione cos speciale che in seguito le sarebbe stato pi facile essere ammessa alla facolt di legge di Georgeto n.
Mi congratulai con Minette per le offerte di borse di studio. Le dissi che ero felice che avesse deciso di venire allo Schuyler invece che andare alla Ho ard e Minette si strinse nelle spalle. Ohhh be', alla Ho ard i soldi erano una bazzecola. Qui sono tre volte tanto. E la gente di qui, quella signora responsabile delle ammissioni, ti parla come se fossi speciale. 
Da bambina mi avevano insegnato a dire nero - afroamericano - ma mai negro. (E mai di colore!) Ed ecco che Minette  Swift dalla pelle scura pronunciava la parola ne-gro con disinvolta dignit come si potrebbe pronunciare il nome di un esotico paese straniero: Nigeria, Etiopia, Zaire.
In realt tutto ci che Minette si prendeva la briga di nominare con la sua voce gutturale da contralto suonava esotico alle mie orecchie, mentre la mia voce mi sembrava sempre pi incerta, sottile come carta.
Bob-o-link! Bob-o-link!
Destato dai primi albori dorati!
Dei numerosi gruppi di canto dello Schuyler, il Bob-o-links era il pi vecchio (fondato nel 1898) e il pi esclusivo (mai pi di venti ragazze). Cantavano a cappella. Cantavano con l'entusiasmo di giovani majorette. Cantavano un'armonia a cinque parti come ragazze in marcia su cinque livelli di scale simultaneamente. Cantavano con espressivit e con spirito. Cantavano ai concerti delle vacanze e alle raccolte fondi per il college dove gli ospiti erano facoltose ex alunne e potenziali donatori. Per tradizione il capo della facolt di musica dirigeva il Bob-o-links. La vanteria era che la competizione per essere ammesse fosse spietata, ma una volta dentro, eri una Bob-o-link per sempre. Il repertorio del gruppo era variegato: canzoni smaccatamente sentimentali di Stephen Foster, Irving Berlin e Cole Porter, ballate tradizionali e blues, canzoni folk e di protesta. La loro sigla musicale dal fraseggio delicato era stata composta da un'allieva dello Schuyler College nel 1911:
Bob-o-link! Bob-o-link!
Destato dai primi albori dorati!
Canta i misteri dello spirito ancor non detti!
Accogli le sorelle dello Schuyler nel tuo abbraccio!
Bob-o-link! Bob-o-link!
Questa canzone, di una dolcezza stucchevole e una ripetitivit che inebetiva, era una delle preferite di Minette, che la cantava spesso nello studio, dimentica della mia presenza.
Non  che non mi veda. E' che per Minette, io non esisto.
Mi chiedevo cos'avrebbe pensato Max della mia compagna di stanza: una ragazza nera che non si preoccupa molto di essere nera e se ne infischia di tutte le tue premure.
Minette aveva una voce roca, un ricco contralto con la tendenza a diventare acuto quando cantava a squarciagola o in modo aggressivo. Se era nervosa, spostava le cose spingendole di qua e di l, chiudeva i cassetti sbattendoli, lasciava cadere i libri, bofonchiava e tra tonfi e strattoni continuava a cantare, o a canticchiare ad alta voce. Fresca di una prova del Bob-o-links, Minette cantava una delle loro canzoni; scivolando dopo un po' in uno degli inni pi familiari del suo coro del tabernacolo, quali Rozza Croce e Fede dei nostri padri. Minette cantava senza ascoltarsi, forse per consolarsi. Seduta alla mia scrivania, a cercare di lavorare, facevo fatica a concentrarmi, tuttavia esitavo a lasciare la stanza, non volendo che Minette pensasse di infastidirmi perch in realt non ero infastidita, solo distratta. Mi sembrava una specie di privilegio, essere in presenza di Minette e tuttavia invisibile ai suoi occhi, come se fossi un membro della sua famiglia, dato per scontato. Amavo la musica, mi sarebbe piaciuto essere capace di cantare come Minette, ma il mio amore non si traduceva in capacit musicali.
Facevo vaghi progetti: prima o poi Max sarebbe venuto a trovarmi, e la sua visita avrebbe coinciso con un'esibizione del Bob-o-links. Avrebbe conosciuto Minette  Swift, la mia compagna di stanza e migliore amica...
La musica preferita di mio padre era il jazE' americano, i suoi musicisti preferiti erano esclusivamente neri. Ero cresciuta ascoltando Louis Armstrong, Count Basie, Duke Ellington, Thelonious Monk, Charlie Mingus (i cui pezzi al pianoforte mi incantavano); c'era un vecchio disco rigato di Billie Holiday, Strange Fruit, che Max metteva in modo ossessivo quando era di umor nero, in ritiro, come diceva lui, dal mondo del tempo, del crepacuore e del tradimento. La voce di Billie Holiday che cantava quella canzone era inquietante per me, avvincente. Al pari di Max, lo ascoltai molte volte. Ma non capivo la canzone: Southern trees bear a strange fruit...* Finch un giorno Max mi port nel suo studio, una grande stanza dai soffitti alti, arredata con parsimonia ma ingombra di cumuli di libri e carte, off-limits per Rickie e me, e anche per Veronica, e l Max mi mostr, incorniciata sulla parete, una fotografia orripilante: un fal, una folla intorno al fuoco, un albero dal grande tronco con le foglie in fiamme, e penzolante dal tronco un oggetto, una figura umana, che guardai perplessa come un bambino che guardi un'illusione percettiva, e quando finalmente capii cos'era, mi coprii gli occhi e mi girai dall'altra parte.
Con tono da insegnante, Max disse: Strano frutto. Il corpo dell'uomo nero linciato da una folla di bianchi del Sud. Questa  la testimonianza di uno di quei linciaggi. Quante centinaia, solo nel ventesimo secolo, mai perseguiti! Sai, Genna, la nostra  la razza degli schiavisti, di quelli che hanno ridotto in schiavit le razze dalla pelle pi scura. Abbiamo un bel protestare: Oh, no! Noi siamo innocenti! Noi non avremmo mai fatto una cosa simile!. Ma siamo tutti colpevoli, abbiamo le mani sporche di sangue, siamo della razza bianca privilegiata,  la nostra maledizione. Quelli che la pensano come me vengono insultati come amanti dei negri, cuori sanguinanti. Perch non abbiamo paura di amare, non abbiamo paura di sanguinare .
Per mio padre parl con mestizia, non come il magniloquente Mad Max. Mi ritrassi da quelle parole, mentre sarei rimasta abbagliata e incantata da Mad Max.
Dopo d'allora, non riuscii pi ad ascoltare la canzone di Billie Holiday.
Minette era fiera di non aver mai sentito cantare Billie Holiday. Disprezzava il jazE' come roba dei bassifondi. Il blues era deprimente e piagnucoloso, roba da drogati. Ella Fitzgerald, Lena Horne, Bessie Smith. Queste erano donne molto diverse dalle coriste della Temple Vale of the  orld Tabernacle of Jesus Christ e donne che il reverendo  Swift disapprovava fortemente.
Quando dissi a Minette che avevo ascoltato i dischi di queste cantanti diverse volte a casa mia, che entrambi i miei genitori le ammiravano moltissimo, mi guard con aria risentita, come se pensasse che la stavo prendendo in giro. Quando le dissi che le loro voci erano bellissime, le canzoni che avevano inciso non erano solo indimenticabili, ma storicamente importanti, rise incredula. Quando le chiesi se avrebbe ascoltato alcuni dei miei dischi di jazz, che avrei potuto portare da casa, si accigli come se lo scherzo fosse andato troppo oltre: Non ci penso neanche .
Minette disdegnava ancor di pi il rock and roll: La musica del diavolo, ci puoi scommettere.
Era un punto di estremo orgoglio per Minette essere stata accettata nel Bob-o-links. Era una questione di estremo fastidio per Minette, che l'unica altra matricola che era stata accettata quell'anno fosse Crystal Odom.
La gente si comporta come se quella ragazza e io fossimo amiche, e non lo siamo! E' un insulto per me, siamo cos diverse. 
Minette non poteva soffrire Crystal Odom che era tutta personalit, prepotenza, ostentazione. Si lament (con me, in privato) che Crystal era la tipica ne yorkese della peggior specie. Al Bob-o-links Crystal aveva una voce da soprano fasulla come qualcuno alla tv. Minette era freddamente educata quando incontrava Crystal in pubblico. Sembrava non avere idea di come Crystal la schernisse alle spalle, di quanto fosse geniale nell'imitare la sua voce e i suoi manierismi. In effetti, Crystal assomigliava a qualcuno alla tv. Dovevo ammettere che Crystal era divertente, anche se crudele. Crudele, anche se divertente.
Una sera di novembre, quando Minette si trovava a una delle prove del Bob-o-links, feci un salto al Music Building e ascoltai senza farmi notare in fondo all'auditorio. Era indubbiamente vero, le ragazze del Bob-o-links avevano talento. Ero fiera che la mia compagna di stanza fosse una di loro. Si d il caso che quella sera il gruppo stesse provando una canzone pseudoafricana di insopportabile vigore (The Lion Hunts Tonight) e Crystal Odom cantava un assolo; le altre erano ridotte a scandire il ritmo canticchiando a bocca chiusa. Era un suono da alveare, virulento. Mentre Crystal veniva guidata dalla direttrice, Miss Bidelman, che era chiaramente innamorata di lei e non faceva niente per temperare i suoi eccessivi manierismi facciali, Minette e le altre ragazze fornivano il sottofondo corale, dondolando lentamente la testa come cobra dementi. Vidi la collera dipinta sul volto scuro, dalle ossa forti, di Minette.
Ragazze! Per favore. 
Il coro si zitt. Crystal Odom s'interruppe nel mezzo di un'animata frase musicale.
La direttrice di mezz'et dalla faccia rubiconda, capo della facolt di musica dello Schuyler, rimprover il coro: Non dovete sovrastare l'assolo del vostro soprano, ragazze. Dovete farle da sfondo, valorizzarla .
Valorizzarla! Sentii la fitta velenosa della parola, come doveva averla sentita Minette. Sgusciai fuori dall'auditorio sperando che Minette non mi avesse vista.
Senti un po', Bidelman  un nome giudeo... ebreo? 
Mi sorprese la veemenza nella voce di Minette.
Le dissi che non lo sapevo. Che era possibile.
Tu non sei ebrea, vero? 
Per la prima volta, Minette mi guard con occhio critico. Mi sentii avvampare. Sulle difensive, dissi: Forse. In parte .
Veronica pretendeva di avere sangue ebreo. I suoi antenati pi esotici, diceva, erano ebrei portoghesi fuggiti dal Portogallo ai tempi dell'Inquisizione e infine approdati in Inghilterra.
Forse era vero. O forse era una costruzione mitopoietica di se stessa tipica di mia madre, che una volta aveva dichiarato in mia presenza di credere nella reincarnazione, di essere stata una donna nera in una vita precedente.
Minette, aggrottando la fronte, con l'aria di chi vuole essere assolutamente accurato, disse: Ma se tu fossi una giudea... ebrea... lo diresti? A chiunque, intendo? Un giudeo non  tenuto a dire di essere giudeo, a differenza di un cristiano che deve dire di essere cristiano. Cio, un cristiano sa che subir il martirio per il suo Salvatore se dichiarer di credere in Cristo, ma se un giudeo sa che subir il martirio per la sua religione, pu anche mentire fingendosi cristiano, insomma  accettabile .
Minette parl con grande seriet, come a volte parlava di argomenti accademici che le risultavano di difficile comprensione, come fossero indovinelli, garbugli da dipanare che potevano essere sciolti solo a parole. Non riuscivo a capire se riteneva che la strategia degli ebrei fosse una buona idea o no.
E allora...? 
Allora cosa? 
Allora  giusto o sbagliato che un giudeo menta a un cristiano per salvarsi la vita? 
Minette sollev gli occhiali di plastica rosa per sfregarsi gli occhi. Aveva un orzaiolo sulla palpebra sinistra e aveva tossito per schiarirsi la gola. Era il giorno dopo le prove del Bob-o-links.
Minette fece spallucce. Con l'aria di esprimere un giudizio scontato, disse: Giusto o sbagliato non c'entrano niente, se nasci giudeo e verrai ucciso per essere tale e per te non c' salvezza comunque perch sei nato giudeo, tanto vale che tu viva, o almeno ci provi, finch puoi. E' solo intelligente .
Preferisco dividere l'alloggio con una persona o persone di razza o razze diversa dalla mia.
Naturalmente avevo barrato il S` davanti a questa dichiarazione sulla mia domanda per la residenza da matricola allo Schuyler, nella primavera del 1974. Era naturale supporre che anche la mia compagna di stanza Minette  Swift avesse barrato il S`.
Adesso cominciavo a dubitare di questa supposizione. Ogni volta che c'erano dei moduli nelle nostre cassette delle lettere, o ci venivano distribuiti alle riunioni di Haven House, Minette farfugliava commenti sprezzanti sulle domande invadenti e ficcanaso. E le domande indiscrete riguardo alla razza e alla provenienza etnica la indignavano. Sia come sia, la sua borsa di studio, sovvenzionata da un contributo di venti milioni di dollari allo Schuyler College, assegnato nel 1959 dal padre di mio padre Alden Meade, l'aveva catapultata a Haven House, con una compagna di stanza come me.
A met novembre c'era la molto attesa Festa di socializzazione con i ragazzi dell'Haverford College alla quale le residenti di Haven House erano invitate.
Tutte le ragazze di Haven House parteciparono alla festa eccetto Minette S ift che disse di avere di meglio da fare che socializzare e la compagna di stanza di Minette, Generva Meade, che rimase di sopra insieme a Minette.
La mia compagna di stanza era vergine, ne ero certa. Di Generva, ero meno sicura.
Tshhhh! 
Minette marci nella stanza. Gli occhiali di plastica rosa erano appannati. Borbottava rabbiosa tra s, accartocciando un compito per buttarlo nel cestino della carta straccia. Le chiesi cos'era successo e, con un gesto sorprendente, come avrebbe potuto fare quella burlona della sorella minore, mi tir il compito appallottolato. Dimmelo tu, ragazza, visto che sei cos intelligente. 
Sapevo che Minette aveva sgobbato per giorni sul compito, una minuziosa analisi del Canto d'amore di J. Alfred Prufrock di T.S. Eliot. Aveva battuto e ribattuto sette pagine sospirando e lamentandosi della poesia che non faceva le rime giuste e dello stupido poeta che se aveva qualcosa da dire avrebbe dovuto decidersi a dirlo. Minette non aveva voluto farmi leggere il suo elaborato prima di consegnarlo all'insegnante, e non aveva nessuna voglia di leggere il mio. Mentre iniziavo a leggere quello che aveva scritto, Minette cambi idea e me lo strapp di mano.
Scusa tanto, eh. 
Minette...? 
No, non importa. 
Per un attimo vidi brillarle le lacrime negli occhi. Ma stava ridendo, indignata. Mi ricordava sua sorella Je el. Quel cos intelligente buttato l con noncuranza mi sarebbe riecheggiato per giorni nella testa.
Pi tardi, mentre Minette era fuori, cercai il compito accartocciato nel cestino. Non aveva fatto alcun serio tentativo di nasconderlo o distruggerlo. Quali che fossero i commenti, o il voto dell'insegnante, Minette li aveva respinti altezzosamente.
C'era una sorpresa: una miriade di segni rossi e punti interrogativi crivellava le pagine battute a macchina con tanta cura. E una sorpresa ancor pi grande: l'ortografia e gli errori grammaticali di Minette. Le sue proposizioni erano frasi da sillabario, semplici nell'esposizione, indicative di una mente del tutto letterale. Minette si era sforzata di spiegare la poesia verso per verso come se il linguaggio del poeta fosse una barriera al suo significato: sembrava incapace di capire metafore, simbolismi, ambiguit, ironia, sebbene fossero stati discussi pi volte in classe. I passaggi che avevano l'aria di essere presi da libri di consultazione, con elenchi di fatti biografici su Eliot, la nostra insegnante li aveva sottolineati in inchiostro rosso con la domanda: Fonte?. Era un saggio che avrebbe potuto scrivere una ginnasiale diligente ma priva d'immaginazione eppure il voto era C- e la professoressa aveva scritto sull'ultima pagina Promettente! Rimaneggiare & rivedere & riconsegnare & fissare colloquio per la settimana prossima?.
Provai un moto d'invidia. Mi sarebbe piaciuto che anche a me venisse offerta l'opportunit di rimaneggiare e rivedere il mio compito per l'insegnante. Il mio voto era stato A-, una delusione, il meno, una piccola frustata di rimprovero per una come me, ossessionata dalla volont di riuscire bene a scuola. D'altra parte era comprensibile: io non ero Minette  Swift, non frequentavo lo Schuyler College da allieva meritevole. Non mi ero diplomata in una grossa scuola pubblica di  Washington, DC, ma alla prestigiosa scuola preparatoria della Corn all Academy in Massachusetts. Non volevo essere conosciuta come una discendente del fondatore, pertanto non lo ero. Non meritavo attenzioni speciali dai miei professori. Come avrebbe detto Maximilian Meade, ero nata nel privilegio immeritato, nella mia pelle bianca.
Sembrava che Minette fosse sempre pi infelice, irritabile. Tirava profondi sospiri. Brontolava, si agitava, bisbigliava rumorosamente e sfogliava la sua Bibbia borbottando tra s, come alla ricerca di un qualche sollievo. Per conservare la sua borsa di studio doveva mantenere una media di C+, ma per molto tempo si era abituata a essere una studentessa col massimo dei voti: non era stata tra le top ten del suo anno alle superiori?
Minette si era lamentata aspramente con me del fatto che sarebbe risultata la seconda allieva migliore del suo anno se non fosse stato per questo microbo storpio, una scimmia in sedia a rotelle che aveva avuto un'assistenza speciale agli studi per tutte le superiori e aveva fatto gli esami con un ispettore speciale quindi la promozione per lui era stata una passeggiata, mentre il resto dei suoi compagni di scuola, come Minette, aveva dovuto sgobbare.
Dopo gli esami di met corso, Minette pregava pi spesso. Attraverso il tramezzo che divideva le nostre camere, le sue preghiere avevano assunto un elemento d'impazienza, di coercizione. Padre nostro che sei! Nei cieli! Sia santifi-cto il tuo nome! Le molle del letto di Minette scricchiolavano. Semiaddormentata, nello stupore del sonno, immaginavo la mia compagna di stanza che prendeva Dio per le spalle e dava una bella scrollata al grande vecchio.
Sebbene Minette in passato non avesse mostrato molto interesse per i miei corsi, come non aveva mai mostrato molto interesse per me, adesso cominci a chiedere, alla sua maniera ellittica, come me l'ero cavata agli esami di met corso. Mi sentii avvampare, parlare di voti era imbarazzante per me, perch non c' niente di pi meschino, niente di pi banale, eppure se sei uno studente, uno studente nella morsa di un desiderio fanatico di dimostrarti meritevole, non c' niente di pi importante. Ero sorpresa e lusingata che Minette mi degnasse della sua attenzione, anche se capivo che era una conferma che cercava, la conferma che anch'io non ero andata molto bene agli esami. Non potevo dire la verit. Abbassai gli occhi. Mi strinsi nelle spalle in modo evasivo. Emisi un mormorio vago, imitando certi manierismi della parlata di Minette: Ohhh! (con una smorfia penosa, come a dire Ohhh, non chiedermelo!).
Minette sorrise cupa, nel sentirlo. Ma sorrise. Adesso eravamo sorelle, vero? Almeno per un istante fugace, mentre Minette riprendeva la sua colazione a base di focacce generosamente spalmate di marmellata di fragole e salsicce di maiale annegate nel ketchup. Finito questo piatto, sarebbe tornata sull'argomento per un secondo. Per dire, storcendo la bocca in modo comico: Bene! Almeno tu non hai una vecchia Borsa di studio per merito cui restare attaccata. Puoi dirti fortunata, ragazza .
Ebbi un tuffo al cuore quando inizi: il ritmo martellante, lo strepito scatenato di Bob Dylan.
Attraverso le assi del pavimento della nostra stanza, gli accordi di apertura di Subterranean Homesick Blues. Di nuovo!
C'era da chiedersi se le ragazze direttamente sotto di noi volessero davvero provocarci. Volessero essere crudeli, maligne. Pi volte durante il semestre Minette si era messa a gridare con loro gi per le scale, era andata a bussare forte alla loro porta, si era lamentata con Dana Johnson, e ogni volta che Ms Johnson parlava con le ragazze la musica chiassosa cessava per qualche giorno, poi riprendeva daccapo. Minette inizi a inveire, pestando i piedi sul pavimento con tanta violenza da far tremare i vetri. Diavoli! Maledetti diavoli tornate all'inferno da dove venite!  Mi chinai sulla mia scrivania, premendomi le mani sulle orecchie, sperando che il pavimento non crollasse sotto il peso della mia compagna di stanza.
Mi faceva paura. Questa ragazza ben piantata con le sue gambe muscolose, la faccia stravolta da una furia incontenibile.
Le ragazze sotto di noi non sembravano cos cattive. Erano capaci di essere simpatiche, cordiali, affettuose, spiritose, quando parlavo con loro, sconcertata dal loro comportamento. (Alla scuola preparatoria, ero spesso sconcertata dal comportamento delle mie compagne. Perch alcune ragazze volessero provocarne e ferirne altre, perch faide e odi esplodessero con la rapacit di un incendio, non riuscivo a capirlo. Perch ferire un'altra persona? mi chiedevo. Max Meade avrebbe detto Perch ferire un'altra persona se non per educare?.) Queste ragazze sotto di noi: solo una era caucasica, una ragazza dall'aspetto qualunque con una passione per la musica rock. Lisane era coreano-americana, Traci indefinibilmente di colore: pelle color cacao, liquidi occhi scuri, una bella ragazza esotica delle Bermuda con lineamenti caucasici e un accento inglese, che si diceva stupefatta dai negri americani, come li chiamava lei. Le tre erano amiche intime. Cospiratrici. Perch non potessero soffrire Minette e me e le eccitasse farci arrabbiare non riuscivo a immaginarlo.
Minette continuava a inveire e pestare i piedi sul pavimento. Strillando di diavoli, maledetti-diavoli-all'inferno. A questo punto tutta Haven House doveva averla sentita. Ero esterrefatta dalla sua scenata, e non sapevo cosa fare. Minette sbatt la sedia sul pavimento, urt contro la sua scrivania e fece cadere una lampada sul pavimento dove la lampadina and in frantumi e si spense. Mi torn in mente un ricordo, uno dei ricordi brutti, Veronica che gridava, isterica e in lacrime, strappandosi i vestiti e i capelli, urlando quando mi avvicinavo Non toccarmi! Va' via! Sono veleno.
Forse aveva bevuto. Forse erano le anfetamine. Alcol pi anfetamine. Quella lunga estate in cui ero una bambina piccola e Max era via e Veronica si era calata un acido con un amante-hippy/discepolo di Baba Ram Dass.
Non ce la facevo pi, andai verso Minette per cercare di bloccarle le mani. Lei agit le braccia per tenermi a distanza, furiosa. Va' via! Anche tu! Maledetti diavoli tornate all'inferno da dove siete venuti.  Riuscii ad afferrare le mani di Minette e a immobilizzarla e lei scoppi a piangere, la bocca distorta come quella di un poppante. La sua rabbia si era estinta, aveva smesso di gridare e battere i piedi. C'era un silenzio sgomento, come dopo un'esplosione. Subterranean Homesick Blues era stata spenta.
Potevo immaginare Audrey, Lisane, Traci che tremavano sotto di noi, fissando il soffitto sopra le loro teste. Che follia avevano provocato!
All'improvviso, Minette sorrise. Fece balenare il suo sorriso con lo spazio tra gli incisivi. I grossi denti bianchissimi luccicavano.
Visto, ragazza? Adesso i diavoli lo sanno. 
Dana Johnson, cerea in viso, mi convoc da basso per parlare con lei. Mi chiese se pensavo che, dopo la vacanza del Ringraziamento, potesse essere una buona idea che io e Minette ci incontrassimo con Audrey, Lisane e Traci: Per trovare un compromesso, ormai indispensabile per la pace .
Avevo il cuore indurito contro Ms Johnson. Non era riuscita a impedire alle ragazze di darci il tormento, adesso non aveva il diritto di intervenire. N desideravo parlare della mia compagna di stanza alle sue spalle, come se Minette non avesse voce in capitolo. Con molta educazione, dissi: Questa  una faccenda tra Minette e loro, penso. Non ha niente a che fare con me .
Ma Generva, tu ci vivi nel bel mezzo. Devi pur avere un'opinione. 
Generva. Perch chiamarmi Generva!
La donna voleva che pensassi alla mia eroica antenata, era per questo? Voleva che mi sentissi in colpa, che mi vergognassi. Per il mio comportamento meschino.
No. Io vivo ai margini di tutto questo. Non sono coinvolta. 
Nei momenti di eccitazione la mia voce assumeva le cadenze meridionali del forte accento di Minette. Co-involta!
Il faro. Sottotitolo Il messaggero della via cristiana.
Al pari della splendente Bibbia bianco avorio di Minette, questa pubblicazione religiosa sembrava essere in mostra permanente nella nostra stanza. Come in una biblioteca, le copie attuali e i vecchi numeri della rivista erano disposti a faccia in su sul davanzale di Minette. Sebbene Minette non lo avesse mai suggerito, supponevo che le avrebbe fatto piacere che io, o chiunque visitasse la nostra stanza, esaminasse le riviste che contenevano articoli quali Il mio viaggio verso Ges, Un suono gioioso destinato al Signore': per 25 anni maestro del coro, Ero cieco ma ora vedo. Con i suoi vivaci colori a inchiostro e la rozza veste tipografica, la rivista di carta scadente assomigliava a un fumetto in prosa.
Minette part presto per il Ringraziamento. Ero risentita per la sua partenza, e mi mancava. Curva sopra la sua scrivania strizzavo gli occhi per scacciare le lacrime. C'era la pila ordinata dei suoi compiti, la sua macchina da scrivere, una fila di libri di testo, inclusa la mutilata/rattoppata Norton Anthology of American Literature. Avevo guardato le sue foto di famiglia incorniciate tante di quelle volte che ero quasi arrivata a pensare che avrei trovato anche me stessa l in mezzo.
Non avrei aperto nessuno dei cassetti della sua scrivania. Non avevo nessuna voglia di vedere se Minette continuava a fare incetta di cibo dalla caffetteria, bustine di zucchero, monodosi di panna sintetica, ketchup.
Ero molto delusa. Minette mi aveva fatto la vaga promessa che avrei conosciuto i suoi genitori quando fossero venuti a prenderla per il Ringraziamento, ma quando tornai di corsa nella stanza dopo la mia ultima lezione del mercoled Minette se n'era andata.
Non aveva lasciato nessun messaggio. Non era importante, ovviamente.
Minette aveva preparato i bagagli la sera prima, con metodo. Si sarebbe portata dei compiti da fare a casa. Non vedeva l'ora di andare via da questo posto. In sua assenza, la parte della stanza riservata a lei emanava un'aria di indefinibile mistero. La porta della sua camera era chiusa, ma non a chiave; per non intendevo aprirla. L'anta del suo armadio era chiusa. Debolmente illuminato da un parallelogrammo di sole novembrino, il poster della CONFRATERNITA DELLA GIOVENT CRISTIANA sbiadiva sotto i miei occhi.
Nei giorni successivi alla scenata di Minette, ci fu una quiete rispettosa al piano di sotto. Minette gongolava per la vittoria, mi aveva letto con voce eccitata alcuni passi dalla sua Bibbia, i versetti narrati da san Luca in cui Ges scaccia i demoni da un uomo posseduto, e i demoni entrano in un branco di porci inducendoli a gettarsi in un lago e affogare. Poveri porci! avevo pensato. Ma Minette continu a leggere in modo drammatico: E Ges gli chiese: Qual  il tuo nome? Ed egli disse Legione: poich molti demoni erano entrati in lui .
Non avevo idea di cosa potesse significare. Sorrisi al pensiero di Max che digrignava i denti, di fronte a una simile superstizione.
Ma quanto mi mancava Minette! Il decano degli studenti aveva emanato una direttiva ricordandoci che le lezioni prima della pausa ufficiale per il Ringraziamento non dovevano essere saltate da studenti ansiosi di partire. Minette aveva ignorato la direttiva, con un commento beffardo. I suoi genitori erano arrivati per portarla a casa mentre ero alla lezione di sociologia.
Minette parlava spesso di come la sua famiglia accogliesse randagi e orfani durante le feste. Sapevo che non era probabile, ma avevo fantasticato che, se avessi conosciuto gli  Swift, forse mi avrebbero invitato d'impulso a casa loro per il Ringraziamento.
Sono libera, s. Penso proprio di s.
S, mi piacerebbe moltissimo venire da voi. Grazie!
Avevo sfogliato i numeri pi recenti di Il faro. Ricordavo vagamente che Minette aveva accennato che c'era una foto del reverendo Virgil  Swift e della sua chiesa nell'una o nell'altra di quelle copie. Rimisi la rivista sul davanzale di Minette in modo tale che potesse notare che l'avevo presa in mano. Non mi avrebbe detto niente della rivista e nemmeno io le avrei detto niente, ma lo avrebbe notato, credo.
Genna per favore! Vieni a casa per il  eekend, tesoro. Mi sento cos sola.
Una pausa quasi impercettibile dopo cos sola. Veronica che si fermava a umettarsi le labbra, resistendo alla tentazione di dire cos sola, cazzo.
Sembrava che Veronica mi aspettasse per il Ringraziamento nella casa di Chadds Ford. Sapevo, o credevo di sapere, che aveva invitato anche Rickie. Non avevo bisogno di chiederlo per sapere che Rickie non sarebbe venuto neanche morto.
Il Ringraziamento! Ormai era diventato uno spauracchio.
Mio padre disprezzava i rituali delle feste americane: erano solo abbuffate piene di ipocrisia, tronfia soddisfazione e autocompiacimento. In qualit di avvocato era contrario alla religione di Stato della cristianit che imponeva il Natale ai non cristiani. Il Ringraziamento era quasi altrettanto offensivo, bench secolare: un pasto pantagruelico, osceno alla luce della fame nel mondo. Max era spesso via il giorno del Ringraziamento, e/o la casa di Chadds Ford era sommersa dagli ospiti, o assediata dalla crisi. In linea di principio, Veronica condivideva il disprezzo di Max per le feste, ma spesso al Ringraziamento si rammolliva, e si circondava di vagabondi e orfani tutti suoi, che conosceva in gran numero. Quest'anno mi aveva pregato di tornare a casa, perch Max era via e lei aveva paura a stare da sola; dopo lo spavento dell'FBI, aveva motivo di credere che non solo i telefoni fossero controllati, ma l'intera casa fosse sotto sorveglianza, Come se a un ricercato' potesse venire in mente di farsi vedere proprio qui.
A ogni festivit, le ricche zie vedove di mio padre, due anziane signore di Philadelphia e  ilmington, invitavano ci che restava della famiglia del nipote a far loro visita, ma noi non ci andavamo mai. Per decenni queste amabili signore avevano lasciato intendere che non avrebbero dimenticato Veronica nei loro testamenti. (Credevano fermamente che mia madre fosse una moglie leale e fedele a un uomo che trovava la fedelt coniugale difficile da sostenere. Credevano che Veronica avesse ripudiato la pericolosa politica radicale del marito e alla fine potesse essere un elemento di forza nel suo ritorno al buonsenso e alla rispettabilit.) Veronica parlava raramente della propria famiglia dispersa, dei parenti che vivevano nella parte settentrionale dello Stato di Ne  York, in Pennsylvania o  est Virginia. Diceva di essere politicamente e moralmente in rotta con quei bifolchi cristiani razzisti che votavano per i repubblicani nonostante vivessero appena al di sopra del livello di povert, appartenevano alla National Rifle Association e consideravano Maximilian Meade un traditore degli Stati Uniti per la sua opposizione alla guerra del Vietnam e la sua difesa degli imboscati renitenti alla leva.
Al telefono Veronica mi bland come l'avevo spesso sentita blandire mio padre, o altri uomini.
Genna? Saremo solo tu e io, lo prometto. 
Esitai. Non potevo fare a meno di ricordarmi di altri giorni del Ringraziamento in cui, in un turbinio di attivit dell'ultimo minuto, Veronica aveva invitato un assortimento di individui che a malapena si conoscevano tra loro.
E dov' Max, esattamente? 
Max. Bah. Quell'uomo   - Veronica alz la voce in uno dei suoi stravaganti voli pindarici, come per prendersi gioco di un invisibile intruso che ci intercettava al telefono, - nel vento, come dicono i federali. 
Risi imbarazzata. Era un'osservazione provocatoria da parte di Veronica, pronunciata quasi con vanto. E non era vero. Max non si stava nascondendo. Di sicuro non era in clandestinit. Molto probabilmente era ritornato a Los Angeles. Molto probabilmente aveva una collega donna in citt, una delle tante giovani ammiratrici di una mutevole schiera di avvocatesse, investigatrici giudiziarie e tirocinanti assegnate a Maximilian Meade. Nel vento aveva un suono avventuroso, per. L'alone romantico di clandestino, ricercato, casa sicura.
Tuo padre ci chiamer il giorno del Ringraziamento, lo ha promesso. 
Come fa a chiamarci, se i nostri telefoni sono controllati? 
Non essere paranoica! Lo sai che i nostri telefoni non sono controllati adesso. 
Mi sembrava avessi detto che lo erano. 
Ma Max non ha niente da nascondere! E tu lo sai, Genna, accidenti a te! 
Ero tentata di riattaccare. Interrompere la comunicazione per sempre. Ma c'era un mistero qui. E come sempre con Max Meade, c'era l'avventura.
Se fossi rimasta a Haven House per la vacanza del Ringraziamento sarei stata la ragazza sola. Soltanto io e Dana Johnson. Ms Johnson aveva accennato alla possibilit che noi due festeggiassimo il Ringraziamento insieme allo Schuylersville Inn.
Genna, non capisco. Sono cos assonnata. 
La sua pelle trasudava un odore caldo-acre come di bucce d'arancia bruciate. I suoi occhi, dalle ciglia rade senza mascara, di un azzurro-grigio sbiadito, sembravano avere difficolt a mettere a fuoco. Stringendomi quando arrivai, Veronica mi cadde quasi tra le braccia. Il suo fiato sapeva di foglie di menta fresca che aveva l'abitudine di masticare.
Il Ringraziamento del 1974 nella casa di Chadds Ford, solo io e Veronica, avrebbe potuto essere un'occasione memorabile, dal significato profondo, salvo che non eravamo esattamente sole. Per gran parte del tempo Veronica era distratta, sbirciava fuori dalle finestre, aspettava di sentir suonare il telefono. C'erano stati momenti nella nostra vita in cui avevo creduto che stesse aspettando con ansia mio padre solo per scoprire in seguito che era un altro uomo che stava aspettando; c'erano state volte in cui accadeva il contrario. Adesso Veronica stava dicendo vagamente che forse mio fratello si sarebbe fatto vedere: Non ha risposto ai miei messaggi per dire no .
Ero decisissima: non esaminare l'armadietto dei medicinali di mia madre per vedere quali potenti farmaci stesse prendendo per insonnia cronica, depressione, perdita di appetito e di libido, pensieri suicidi, tutto il catalogo di malanni condivisi da hippy di mezz'et sopravvissuti alla rivoluzione psichedelica. Non avrei nemmeno chiesto se Veronica vedesse pi di un dottore per fare incetta di ricette.
La mattina del Ringraziamento, Veronica dorm fino a tardi. Era vero che, come si lamentava, sembrava essere assonnata in modo innaturale. Non infornammo il tacchino fino al primo pomeriggio. Il tacchino che Veronica aveva ordinato a un macellaio di Chadds Ford, un pennuto di otto chili, di una grossezza assurda per due persone. Per lunghe ore rosol nel nostro forno sbilenco. La sua pelle viscido-pallida non divent dorata e croccante come promesso, ma nero-carbonizzata. In tutta la casa aleggiava un odore nauseabondo di bruciato. Pensavo con aria sognante a Minette  Swift e alla sua famiglia, una grande, calda, turbolenta riunione di parenti, di randagi e orfani. Capii che con ogni probabilit non ci sarebbe stato un posto per me alla tavola degli  Swift, per quanto grande.
Dal suo amante, che era stato un discepolo di Baba Ram Dass, Veronica aveva imparato a meditare. Qui e ora! era il mantra. Qui e ora! era la maledizione. Essere qui e ora! era il destino ineluttabile della maggior parte delle vite. Nella casa di Chadds Ford, in un lungo giorno del Ringraziamento chiazzato di pioggia, che sfumava in un crepuscolo prematuro, sentii questa verit come punture nella carne. Svegliai Veronica da un pigro pisolino del tardo pomeriggio molto dopo che aveva fatto buio, in modo che la squadra madre/figlia potesse lottare per togliere la teglia dal forno difettoso, e il tacchino dalla pelle bruciacchiata dalla teglia. E' impossibile senza un uomo. E' proprio vero che ci vuole un uomo. Non  solo di un pene che hai bisogno, hai bisogno di fottutissimi muscoli.  Veronica fece una risata stridula, i piedi nudi che scivolavano nel grasso sul pavimento. Il logoro linoleum della nostra cucina. A questo punto il ripieno di funghi e noci di un impasto gi pronto era secco come schegge di legno. Il pur di patate, le baby carote, i broccoli scaldati da un sacchetto di surgelati si erano raffreddati. Una bottiglia di costoso chardonnay francese di Max, aperta per la cena, era mezza vuota. Proprio mentre Veronica conficcava un coltello da scalco nel petto del tacchino, facendo fuoriuscire un rivolo di sangue annacquato, suon il telefono. Io stavo cercando di tenere il disgraziato volatile al suo posto, per impedirgli di sbandare cadendo sul pavimento. Veronica imprec sottovoce. Non rispondere, piccola! Quello stronzo ci spezzer solo il cuore. 
Dopo il Ringraziamento del 1974, Minette  Swift torn allo Schuyler College con due giorni di ritardo. Generva Meade torn allo Schuyler College con due giorni d'anticipo.
Per essere un college molto liberale di donne emancipate, lo Schuyler era un vespaio, un alveare, si potrebbe dire, di tradizioni. Una delle pi assurde veniva innescata dalla prima nevicata della stagione quando giovani donne altrimenti sensate buttavano via i libri, si prendevano per mano e correvano fuori nel freddo senza cappotto e a capo scoperto urlando e saltellando come naiadi ubriache in una processione estemporanea fino a un gazebo/tempio vittoriano di Minerva a quattrocento metri di distanza, affacciato sul torrente Schuylkill. Una sera di dicembre io e Minette fummo interrotte nei nostri studi da un improvviso scoppio di strilli, risate acute dall'esterno, passi tonanti sulle scale di Haven House. La prima neve dell'inverno.
Minette sbuff con aria sprezzante: Quelle povere idiote si beccheranno una polmonite .
Stavo leggendo e rileggendo lo stesso paragrafo di prosa pesante come piombo di La base sociale del comportamento individuale. Fuori dalle nostre finestre c'era un turbinio di fiocchi di neve simili a minuscole farfalline bianche. Provai un'irrequietezza improvvisa, un desiderio di correre fuori e strillare ridendo a squarciagola senza altro scopo che strillare ridendo a squarciagola. Invece risi soltanto, con distacco. Una vecchia e veneranda usanza che risale ai tempi dell'antica Grecia, salvo che i devoti avrebbero dovuto essere completamente nudi e flagellarsi, lacerandosi le carni. 
Questo era ingiusto. Il culto di Minerva era il culto della saggezza, da non confondersi con il culto orgiastico di Dioniso. Ma Minette apprezz la mia ironia forzata, che avesse senso o meno. Strill con finto disgusto: Ohhh no. Scusa, sai, ma  meglio che nessuno si metta a correre nudo qui, di sicuro io non voglio vederlo. C' una ragione se il buon Dio ci ha dato dei vestiti .
Inconsapevolmente lo chiamai papi quando parlammo al telefono. Questa parola infantile per padre, che ormai ero troppo grande per usare ancora, come (avevo pensato) ero ormai troppo grande per mammina.
Quello stronzo ci spezzer solo il cuore ma non era gi successo? E molte volte?
Com'ero eccitata nel sentire quella voce rotta e rauca nell'orecchio: Genna? Sono Max . La voce ferita-vitale di mio padre. Quando sentivi parlare Maximilian Meade non potevi non ricordare che era stato barbaramente aggredito dai nemici ma non fermato. E non una, ma molte volte.
Il telefono che squillava nella casa di Chadds Ford la sera del Ringraziamento non era una chiamata di Max Meade, dopotutto. Solo uno di una lunga serie di amici di Veronica. Max avrebbe chiamato pi tardi, non per scusarsi (Max non si scusava mai) e nemmeno per dare spiegazioni (raramente Max dava spiegazioni) ma per dire quanto gli mancavamo.
Non che la felicit personale conti molto. In tempi di crisi politica. A volte penso che sia proprio il personale la radice di tutta la futilit. Se potessimo vivere nell'impersonale, l'ideale... 
Oh, papi! Lo fai di continuo. 
Se con Minette  Swift i miei modi tendevano a una caustica ironia, per farla ridere, con Max Meade i miei modi tendevano a una giocosit infantile, per conquistare il suo cuore. Perch dentro quella sua testa dura e calva da fanatico leninista, Mad Max era un noto sentimentalone.
Spezzami il cuore! Provaci.
Max aveva chiamato per parlare con entrambe, sia con sua figlia sia con sua moglie, ma a me parve che avesse pi cose da dire a sua figlia, il che era lusinghiero. Voleva spiegare la crisi di qualche settimana prima, che a quanto pare Veronica aveva frainteso. Certo, a Veronica erano state date false informazioni, e a partire da queste aveva inventato altre false informazioni: Conosci tua madre, tesoro. Il Mozart della disinformazione .
Risi di gusto. Veronica stava vagando in corridoio a piedi nudi, la pelle calda che odorava di buccia d'arancia bruciata, gli occhi gonfi di lacrime. Il Mozart della disinformazione! Fu un delizioso, crudele momento padre/figlia, in combutta contro la madre.
In realt, Max non era stato arrestato al confine con Buffalo. Non era affatto stato arrestato da agenti dell'FBI. Un giudice federale di Los Angeles lo aveva accusato di oltraggio alla corte per aver rifiutato di consegnare ai pubblici ministeri numerose registrazioni di conversazioni riservate, privilegiate che aveva intrattenuto con ex clienti e con individui che insisteva nell'indicare come suoi clienti e che pertanto erano protetti per legge da qualsiasi rivelazione da parte sua. Per oltraggio alla corte Maximilian Meade era stato fermato da ufficiali giudiziari e portato nel carcere giudiziario della contea di L.A., ma nel giro di poche ore la sentenza era stata annullata e Max era libero, e trionfante! Ormai dovrebbero saperlo che non possono perseguitare Max Meade, come hanno fatto con tanti altri. Ormai l'Era della Vergogna  finita. 
Ma Max voleva che sapessi che aveva pensato a me nelle ultime settimane sperando che non fossi in ansia per lui. Perch non aveva proprio nulla da temere. Come avvocato e funzionario del tribunale si era sempre preoccupato di mantenere i pi elevati standard etico/legali e nessuna delle sue manovre legali, fin dai suoi primi casi, poteva essere messa in discussione. I suoi nemici lo sapevano, e lo rispettavano. E io, sua figlia, ero tenuta a saperlo, e non dovevo preoccuparmi.
Ma dove sei adesso, pap? Quando ci vedremo? 
Max rise. Un suono come di canne sbattute al vento. Genna, sono fuori. Non sono dentro. Posso respirare. Che cosa importa, dove? 
Da qualche parte in California o sei tornato qui? 
Non in una casa sicura perch Max non avrebbe potuto telefonare alla sua famiglia cos apertamente, da un posto del genere.
Max borbott una risposta vaga, evasiva. Me lo avrebbe detto quando ci fossimo visti, disse allegramente.
Ma quando, pap? 
Presto! Promesso. 
Max aveva chiamato anche per chiedermi della scuola, disse. Se mi piaceva lo Schuyler College, quali corsi stavo seguendo, chi erano i miei insegnanti, che tipo di atmosfera politica si respirava; ero stimolata intellettualmente allo Schuyler; mi stavo facendo amiche interessanti allo Schuyler; cosa pensava la tua generazione post-Vietnam e post-Nixon? Aveva saputo da Veronica che la mia compagna di stanza era la figlia di un insigne predicatore di  Washington.
Non ero sicura che il reverendo Virgil  Swift fosse insigne. Ma poteva anche darsi. Minette sarebbe stata contenta di pensarlo. Dissi a mio padre che speravo avrebbe presto conosciuto gli  Swift, lui e il reverendo  Swift avrebbero avuto molto in comune, aggiunsi con entusiasmo.
Max parve dubbioso. Si interessa di politica? Un predicatore cristiano nero? 
Ma pap! Pensa al reverendo Martin Luther King Jr, lui era politicizzato. 
Max rise. Non avrebbe mai denigrato il reverendo Martin Luther King Jr, anche se disdegnava la non violenza come strategia politica. Passivit, pacifismo, sopportazione cristiana e martirio: erano tutti modelli superati, inefficaci. Erano i logori resti di un'epoca passata.
Max chiese com'era la mia compagna di stanza, e io gli dissi quello che mi sembrava vero: non avevo mai conosciuto nessuno come Minette  Swift.
Con tono da avvocato, Max chiese: In che senso? .
Esitai. Non riuscivo a pensare. Non c'erano parole adeguate per descrivere la presenza intensa di Minette  Swift.
Balbettai che avrebbe dovuto conoscerla di persona, e vedere da s.
Max promise. S, lo avrebbe fatto. Mi avrebbe chiamato, e avrebbe organizzato una visita al college, sarebbe rimasto per qualche giorno allo Schuylersville Inn. Erano almeno quindici anni che non visitava la Casa di Elias Meade... Avrebbe portato fuori a cena me e la mia compagna di stanza e ci avrebbe conosciute tutte e due.
Era una battuta scherzosa, penso. Ridemmo entrambi.
Potrei parlare con Minette  Swift, per favore?
Quella voce ricca e tonante, da baritono, come una musica: il reverendo Virgil  Swift.
Avevo risposto al telefono sul pianerottolo del secondo piano. Come un messaggero di buone notizie corsi a chiamare Minette nella nostra stanza. Quando dissi: Minette, credo che sia tuo padre...  vidi un'espressione di indicibile offesa sul viso di Minette, per aver osato parlare di suo padre che non avevo mai conosciuto.
Minette mi oltrepass per prendere il telefono. Si lasci cadere pesantemente sulla seggiola accanto al tavolino, con un grosso sospiro. Era la settimana dopo il Ringraziamento e in quel periodo uno o l'altro degli  Swift aveva telefonato a Minette almeno una volta al giorno, per quel che ne sapevo. La sera prima, avevo sentito Minette piangere. Quella sera non rimasi nella nostra stanza ma mi precipitai da basso per evitare anche la pi vaga possibilit di origliare.
Spezzami il cuore, stronzo! Provaci.
I giorni passavano. Il cielo di dicembre seguitava a rimpicciolire. Mio padre Max Meade non chiamava. Mi dicevo che non ero sorpresa, in fondo ero anche la figlia di Veronica, no?
Una sera Minette rientr presto dalle prove del Bob-o-links. Erano giorni di fila che il gruppo di canto si stava preparando per il concerto annuale di Natale, una cerimonia a lume di candela che si teneva nella cappella del college. Dal peso furioso dei passi di Minette capii che qualcosa non andava. Quando alzai gli occhi dalla scrivania Minette disse con tono adirato: Scusa tanto, eh!  ed entr nella sua stanza sbattendo la porta. Il giorno seguente, da Crystal Odom, venni a sapere che Minette aveva lasciato il Bob-o-links dopo un diverbio con la direttrice.
Ero scioccata. Il Bob-o-links aveva significato tanto per Minette. Chiesi a Crystal cos'era successo e Crystal disse con noncuranza: Ms Bidelman  una perfezionista, e Minette  Swift pensa di essere gi perfetta. Cosa credi sia successo? .
Ronzante come un nido d'api arriv il brusio del canto: Rozza Croce.
La riconobbi immediatamente. Non appena Minette la inton a bocca chiusa.
Era una gelida mattina dalla luce acida, l'8 dicembre 1974. Questa data sarebbe stata significativa. Alle otto e mezzo Minette era gi vestita per la chiesa, e si agghindava davanti allo specchio, umettandosi le labbra e schioccandole. Minette non mi aveva detto niente del suo abbandono del Bob-o-links e naturalmente non potevo fare domande. Invece di uscire per le prove, si ritirava presto nella sua stanza, in pigiama e vestaglia blu mare. In genere era immusonita e di cattivo umore. Ogni domenica mattina, per, Minette appariva allegra, spavalda. Era il suo momento di distacco da Haven House e dallo Schuyler College. Indossava calze che premevano e tiravano sui suoi polpacci sodi e muscolosi e scarpe di pelle nera dalla punta tozza all'ins. Minette si truccava di rado, salvo la domenica mattina, e solo con un tocco di rossetto color prugna della stessa tonalit scura che aveva usato Mrs  Swift la Giornata dell'orientamento. Adesso che era inverno, Minette indossava il suo cappotto buono, di spesso panno rosso scuro con un collo di finta pelle di leopardo, e sui capelli rigidi come un casco una sciarpa d'angora bianca annodata con cura sotto il mento.
Indossava guanti neri fatti a maglia. Portava una robusta borsa nera con una fibbia dorata. Anche da vicino, sembrava una donna di mezz'et.
Minette borbottava un Ciao! senza aspettare che le chiedessi se l'avrei vista a cena. La domenica, la cena era nel primo pomeriggio e per molte di noi era la prima colazione.
Dalla sera in cui l'avevo chiamata perch venisse al telefono a parlare con il reverendo  Swift, Minette era scostante con me. Mi aveva fatto capire che avevo invaso la sua vita privata. Sembrava non ci fosse un modo garbato per scusarmi, anche se per esperienza sapevo che l'irritazione di Minette nei miei confronti sarebbe svanita dopo pochi giorni. Ero la sua unica alleata a Haven House. Quella mattina mi ero prefissata di seguire Minette quando lasciava la residenza, fino alla chiesa che mi attendevo fosse la First Baptist Church di Schuylersville. Avevo rinunciato ad aspettare che mi invitasse ad accompagnarla; pensavo ingenuamente che avrei potuto sedermi in fondo alla chiesa e, quando Minette mi avesse notata, avrebbe pensato Quella ragazza  seria! L'ho giudicata male.
Minette usc dalla nostra stanza e scese le scale battendo rumorosamente i tacchi sui gradini per svegliare le vicine dormiglione per le quali le funzioni religiose della domenica mattina non erano cruciali. A questo punto ero vestita e pronta a seguirla. Mi batteva forte il cuore, come a un cacciatore! Provavo l'emozione del pericolo, dell'aspettativa. Haven House era quasi deserta a quell'ora. Nel campus, le funzioni della cappella iniziavano alle nove del mattino e alcune ragazze stavano andando in quella direzione. Di l a poco, la torre campanaria avrebbe scandito i suoi tocchi sonori. Minette si stava allontanando a passo spedito da Haven House. Mi sarei tenuta alla discreta distanza di mezzo isolato nonostante fosse molto improbabile che la mia compagna di stanza si girasse e mi vedesse. Minette procedeva spedita in una direzione, come un camion in quarta, dimentica dell'ambiente circostante.
Era una luminosa mattina di dicembre, fredda e ventosa. I nostri respiri formavano sbuffi di vapore. Mi lacrimavano gli occhi a furia di tenerli fissi sulla figura robusta di Minette. Il mio cappotto di cammello tutto stazzonato mi pendeva addosso, comprato qualche anno prima di una taglia troppo grande. In testa portavo un berretto di lana che non mi donava per niente, calato sulla fronte.
Sotto un filare di platani i cui grossi tronchi sembravano in parte scorticati, Minette attravers la corte quadrangolare, la testa leggermente in avanti e la borsa stretta nella mano guantata. Senza degnarla di un'occhiata, Minette aggir la cappella bianca meravigliosamente sobria, con i suoi numerosi gradini di pietra, e la vecchia dimora maestosa di Elias Meade, sbarrata la domenica mattina. Lo si vedeva bene, Minette  Swift era ansiosa di sfuggire allo Schuyler College! Usc dal cancello ornamentale dell'ingresso principale, camminando per la strada e non sul marciapiede. Una macchina si avvicin a Minette da dietro, e fece un'ampia deviazione per superarla: Minette parve non accorgersene. Il terreno era coperto da una crosta di neve granulosa e nella luce brillante aveva il bagliore di una fotografia sovresposta.
Non  brutta, nostra figlia.
'Fanculo, Genna  bella! Ha un'anima antica, glielo si vede negli occhi. Potrebbe essere la reincarnazione dell'originale Generva Meade.
Raccontale al tuo amichetto Baba Ram-Mollito queste cazzate riciclate'.
Seguendo Minette  Swift mi torn in mente come, da bambina sola, da bambina curiosa, furtiva e desiderosa d'affetto, seguivo i miei genitori da una stanza all'altra nella casa di Chadds Ford. I miei genitori che erano giganti. I miei genitori che erano di. A quei tempi Veronica era bellissima. Le sue ossa non premevano contro la pelle traslucida, i suoi occhi non avevano un'aria pesta. Aveva molti ammiratori. Max non era ancora calvo, quella sua cupola di testa non era ancora emersa, ma era coperta da folti capelli arruffati, che gli scendevano fin quasi alle spalle, tenuti a posto da una fascia rossa. Mad Max, che sembrava un indiano! Quando era Mad Max i suoi occhi brillavano come quelli di un gufo, meravigliosi a vedersi. Il suo fiato era ardente, caldissimo. Un bacio di Max Meade era infiammabile. Correvo a nascondermi sotto le scale. Mi nascondevo tra la biancheria sporca. Li vedevo nudi. Li vedevo nudi insieme, e con altri. E con i figli di altri. Tra loro c'erano delle bambine e non mi era chiaro se Genna era una di loro o solo la bimba furtiva, curiosa e sola che osservava. C'erano bagni rilassanti in vasche vecchio stile con i piedi a zampa, in acqua fumante alle erbe. C'erano parole simili a musica pronunciate dai miei genitori (con amanti, tra di loro, al telefono con gente sconosciuta) che sentivo solo in fastidiosi frammenti come falene che si lanciano contro una finestra di notte.
Le cazzate possono essere belle! Dio  IN TUTTO, brutto bastardo senza cuore.
Dovetti rallentare l'andatura, avevo quasi raggiunto Minette. La sua figura ammantata di rosso era pericolosamente vicina.
Il vecchio campus storico era delimitato da un muro di vecchi mattoni con un cancello di ferro battuto di gotica complessit. Questo cancello non era mai chiuso. I fabbricati erano un insieme di edifici coloniali e gotici e nuove costruzioni abilmente progettate per mimetizzarsi con quelle pi antiche salvo che le finestre erano di vetro piano e gli interni completamente modernizzati. Era una scuola facoltosa fondata da un uomo facoltoso che aveva ripudiato la propria ricchezza. C'erano siepi cesellate dappertutto, alberi ornamentali e sempreverdi. In primavera c'erano nugoli di azalee fiammeggianti. C'erano cascate di lill. C'erano panchine di pietra, sentieri a cul-de-sac, un pozzo dei desideri in pietra, donato dalle laureate del 1928. C'era il gazebo/tempio vittoriano di Minerva affacciato sullo Schuylkill. Fuori dal campus cintato c'erano campi da gioco, sentieri da trekking, boschi e prati aperti che si estendevano per chilometri nella campagna della contea di Montgomery.
Persino Max Meade che detestava quello che lui definiva consumismo di ostentazione doveva ammetterlo, il college che aveva fondato suo nonno era straordinario. Bisogna chiedersi: la bellezza vale i propri costi? Ma se la bellezza esiste, tanto vale ammirarla.
Sapevo che per un po', sul finire degli anni Sessanta, mio padre aveva sperato di strappare il controllo dello Schuyler College al consiglio di amministrazione dei fiduciari e curatori. Avrebbe voluto radicalizzare la facolt e il corpo studenti alla maniera delle Guardie Rosse di Mao. Ma aveva incontrato una forte opposizione. Tra gli amministratori fiduciari c'erano i Meade pi anziani per i quali Mad Max era un paria e una fonte d'imbarazzo. In ogni caso, le energie di Max erano state dirottate e sbaragliate e adesso, finita l'Era del Vietnam, la belligeranza di Max aveva perso mordente.
Davanti a me, Minette stava ancora camminando sulla strada, una spavalda figura rossa. Questa era College Road, che correva parallela al fiume sulla nostra destra. Minette oltrepass Faculty Road e le case per lo pi in stile coloniale e Tudor in cui vivevano i docenti pi anziani. Qui c'erano spaziosi appezzamenti di terreno boschivo. Oltre il limite settentrionale del campus iniziava la cittadina di Schuylersville all'incrocio di College Road con una strada statale a due corsie; al di l dell'incrocio c'era Pierpont Avenue, un ripido isolato di negozi, boutique e grandi magazzini, ristrutturato in vecchio stile. Arretrato rispetto alla strada c'era lo storico Schuylersville Inn. C'era l'Old Mill, una segheria del diciottesimo secolo da tempo convertita in ristorante di lusso sul fiume. E c'era la prima delle chiese di Schuylersville: la tozza chiesa cattolica romana di St John, con i suoi mattoni beige.
Tutto questo, Minette lo oltrepass senza un'ombra di interesse.
Inizi a scendere una collina. La seguii. A questa estremit di Schuylersville c'erano negozi meno prosperi, edifici pi vecchi e segnati dal tempo. C'erano bungalo  con struttura in legno in piccoli lotti. C'erano veicoli parcheggiati accanto al marciapiede. Un distributore di benzina con la vetrina in frantumi. La First Methodist Church di Schuylersville in uno spiazzo asfaltato, circondata da macchine, con altre che stavano arrivando. Sulle prime pensai che Minette sarebbe entrata l insieme agli altri fedeli, invece prosegu.
Il suo respiro formava dense nuvolette di vapore. A questo punto aveva camminato spedita per quasi due chilometri dal campus, e il suo slancio stava venendo meno.
Le campane suonavano a distesa. Erano quasi le nove.
Oltrepassammo una chiesa luterana di granito grigio logorato dalle intemperie. Oltrepassammo una chiesa presbiteriana di mattoni rossi. E qui, finalmente, ai margini della cittadina, c'era la First Baptist Church di Schuylersville, rivestita di assicelle bigie, un campanile e una croce che luccicavano nel sole. Riuscii quasi a vedere la croce con gli occhi di Minette: il segno esteriore della crocifissione e morte del suo Salvatore.
Bisognava alzare lo sguardo per vedere. E la croce luccicava come oro, stagliata contro un cielo invernale di vitrea trasparenza. Provai una fitta d'emozione nella regione del cuore. S, penso che la provai.
Volevo gridare impulsivamente Minette! Capisco.
C'era pi attivit in questa chiesa che nelle altre. Le macchine venivano parcheggiate su e gi lungo il bordo della strada, e i fedeli si affrettavano verso la chiesa. Per lo pi erano donne, ed erano tutte nere. Di mezz'et e anche pi vecchie, e c'erano molti bambini. Le donne indossavano cappotti vistosi e ricercati come quello di Minette, e pi d'una aveva cappelli stravaganti. Guanti, borse, scarpe e stivali col tacco alto. Nei frammenti di discorso dei fedeli mentre si lanciavano saluti l'un l'altro sentii alcune delle inflessioni tipiche della parlata di Minette  Swift. Una delle donne, grassa ma piena di energia, con un cappello di velluto color lavanda guarnito di fiori di stoffa di un viola acceso, assomigliava talmente a Mrs  Swift come la ricordavo, che per un confuso momento pensai che Minette stesse incontrando sua madre l... Ma Minette mi sorprese, si era fermata dall'altra parte della strada.
Impaziente di lasciare Haven House, dopo essere venuta dritta filata fin qui, adesso Minette si era fermata, indecisa, circospetta. Col palmo della mano si spinse gli occhiali di plastica rosa contro l'attaccatura del naso. Strinse forte la borsa e rimase immobile.
Era cos strano. Mi chiesi se Minette stesse aspettando qualcuno.
In un flusso costante, i fedeli stavano entrando in chiesa. La campana continuava a suonare. Aspettai che qualcuno notasse Minette, la chiamasse, ma nessuno lo fece. Sembrava che nemmeno si accorgessero di lei, di quella ragazza nera impassibile con un cappotto rosso dal collo di pelle di leopardo, ferma da sola davanti alla chiesa.
Pensai Minette qui  invisibile come me.
La campana smise di suonare. Dall'interno della chiesa giunse il suono di un coro che cantava. Minette gir sui tacchi, si allontan con decisione, e tuttavia lentamente, senza fretta. Attravers la strada, prosegu incespicando su un terreno aperto, continuando ad allontanarsi dalla cittadina. Era un posto pieno di neve e pozzanghere, le sue scarpette di pelle nera si sarebbero sporcate. Non riuscivo a decidere se dovevo continuare a seguirla o lasciarla andare. Se dovevo gridarle: Minette? Che succede?.
Naturalmente, non potevo chiamare Minette  Swift in questo posto pubblico pi di quanto potessi aprire la porta della sua camera quando lei era dentro.
Seguii Minette con pi esitazione adesso. Mi aspettavo che da un momento all'altro tornasse indietro, ma non lo fece, prosegu gi per la collina verso il fiume, per sedersi pesantemente su una panchina del parco. Era un piccolo parco comunale, deserto e desolato d'inverno. Anche la neve irta di stoppie sul terreno non era immacolata come allo Schuyler College, ma di un bianco fangoso e deprimente. Anche il pittoresco Schuylkill non sembrava particolarmente attraente da questa prospettiva.
Sugli alberi spogli l vicino si era radunato un coro di corvi mentre altri volavano in cerchio nell'aria, con le loro grandi ali sgraziate, rauchi nei loro richiami. Qui e ora! Qui e ora! Minette alz gli occhi, distratta. Mi immaginavo la sua fronte corrugata per il fastidio. Frug nella borsa, tir fuori un fazzolettino di carta e si soffi il naso.
Non riuscivo a credere che la mia compagna di stanza, cos padrona di s e cos caparbia, avesse fatto tanta strada a piedi solo per sedersi in riva al fiume! Non poteva essere questo il piano di Minette  Swift per una domenica mattina.
A circa tre metri di distanza, seminascosta da uno scivolo per bambini, aspettai, e osservai. Anche a me stava colando il naso. E mi lacrimavano gli occhi. Per qualche tempo rimasi ferma, indecisa sul da farsi. Minette  Swift appariva cos sminuita, adesso. Cos sola. Persino Crystal Odom l'avrebbe compatita. Alzati in piedi, ragazza!
Riuscivo a sentire il coro battista, fioco. Il canto era etereo, inquietante. Mi chiesi se Minette lo sentiva, o se lo schiamazzo dei corvi e il vento che veniva dal fiume attutivano il suono. In un film, una musica cos flebile e tormentosa avrebbe fatto da sfondo a una scena madre. Dopo un intermezzo pieno di suspense, Minette si sarebbe guardata intorno con aria inquieta e mi avrebbe vista: e riconosciuta: e io non avrei avuto altra scelta che correrle incontro: sorridendo? Ma questo non era un film, non c'era nessuna cinepresa e nessuna regia; non c'era nessuna sceneggiatura; quel po' di musica che si udiva era flebile e si dissolveva nel vento. Avevo le mani sprofondate nelle tasche del mio cappotto di cammello. Gli occhi umidi fino a traboccare. Vedevo il fiume attraverso gli occhi di Minette: il colore dell'acqua di scolo, annebbiato dalle lacrime.
Lo Schuylkill non sarebbe gelato almeno fino a gennaio. Adesso le sue acque scure e oleose scorrevano rapide e turbolente come se creature gigantesche lottassero tra loro sotto la superficie increspata.
Evitai Haven House per il resto della domenica. Tornai nella nostra stanza verso le dieci di sera. Quando entrai nello studio vidi che la luce centrale era spenta, ma la mia lampada da tavolo era stata accesa. Era premuroso da parte di Minette. C'era un fascio di luce sotto la porta della sua camera, era andata a letto a lavorare, probabilmente. Non avrebbe dato segno di accorgersi del mio arrivo e io non l'avrei disturbata gridandole un ciao. Erano pi di dodici ore che non ci parlavamo.
Per tutto il giorno avevo pensato a Minette. Ero irritata, delusa. Era la mia occasione! La mia unica occasione! E ne ero stata privata.
Esiliata nella biblioteca del college, a lavorare fino ad avere la testa vuota.
E una riunione pomeridiana dello staff della rivista letteraria, perch adesso ero una redattrice praticante. E un pasto al centro studentesco con molte delle redattrici. Se Minette fosse entrata nella First Baptiste Church di Schuylersville, come sarebbe stata diversa questa domenica dell'8 dicembre 1974, per entrambe.
Entrando nello studio, misi il piede su un foglio di carta che doveva essere stato infilato sotto la porta. Lo raccolsi, lo portai alla mia scrivania per esaminarlo sotto la luce.
All'inizio pensai che fosse uno scherzo: una vignetta, una caricatura, una cosa presa da un tabloid.
Venere ottentotta! Cos'era questa...

* Gli alberi del Sud producono uno strano frutto...

L'osceno: ci che, nell'istante in cui lo vedi, non puoi non averlo visto. E continuerai a vederlo. E continuerai a vederlo anche se ti cavano gli occhi.

Budella
Quando avevo undici anni, vidi un uomo cercare di sbudellarsi con un coltellino da verdure. Uno dei vecchi-giovani discepoli maschi di Max. Accadde sul retro della casa di Chadds Ford, sui resti di un terrazzo lastricato. Era una fredda-plumbea giornata d'autunno ma il vecchio-giovane uomo noto come Ansel era nudo. Si era strappato i vestiti in quello che si potrebbe chiamare un accesso di rabbia anfetaminica. Grondava sudore simile a piccole gemme senza valore. Gli ispidi capelli ragneschi gli pendevano sul viso e dalla barbetta sparuta sembrava fossero stati strappati dei ciuffi. Usc barcollando sul terrazzo. Vidi tutto, da una delle porte laterali. Fu un caso di tempismo sbagliato, ero appena tornata dalla scuola di Chadds Ford dove ero in prima media. Perch era un giorno feriale nel mondo esterno.
Ma io non sto vedendo niente di simile! mi consol il mio cervello. Cos, stranamente, non scappai via, ma corsi verso l'uomo vacillante. Perch vidi che si era fatto del male e aveva bisogno d'aiuto e io ero un testimone. Vidi il coltello e vidi il sangue, e vidi le budella. Vidi budella senza rendermi conto che vedevo budella, intestini, mentre il coltellino affondava nel ventre e veniva rigirato.
Vidi il luccichio serpentino delle budella attraverso le dita dell'uomo, e udii il grido acuto che era pi di sorpresa che di dolore. Ma non lo sapevi che ti avrebbe fatto male!? pensai, perch ero una bambina dalla mente pratica, matura e sveglia per la mia et.
Spiavo spesso gli adulti nella casa di Chadds Ford. Perch ero invisibile per loro, come ero invisibile a me stessa. Ma quel giorno, un giorno feriale dopo che ero tornata da scuola in una casa disordinata e apparentemente deserta la cui atmosfera era carica quanto l'aria prima di un temporale, non avevo intenzione di spiare nessuno. Eppure accadde.
Come allora accadevano le cose, senza precedenti e antecedenti chiari. Come una scena illuminata dal lampo di un fulmine. Poi il tuono assordante, e il silenzio.
Come un sogno che spunta dal nulla, e svanisce. Ne senti le conseguenze martellarti nel cranio anche se lo hai dimenticato.
Si chiamava Ansel, lo conoscevo come Ansel. In seguito avrei scoperto il suo cognome, che aveva rinnegato: Trimmer.
Era venuto a stare nella casa di Chadds Ford per un giorno, una notte, una settimana, sei settimane. Non era il solo, c'era una mutevole popolazione di altri: maschi e femmine, ma per lo pi maschi. E soprattutto giovani, sui vent'anni o poco pi. Contestavano la coscrizione forzata dell'esercito statunitense, contestavano la presenza militare degli USA in Vietnam. Un giorno sarei venuta a sapere che erano estremisti, radicali, terroristi. Sarei venuta a sapere che mio padre Max Meade era un teorico radicale carismatico, un brillante avvocato difensore della Sinistra. Linguaggio del nemico, diceva Max. Ignoralo!
Il coltellino da verdure: Ansel doveva aver immerso alla cieca la mano nell'acqua saponata del lavandino in cui erano messe a bagno le posate, i piatti e i bicchieri sporchi nella nostra cucina. Forse nella sua furia anfetaminica non era in grado di valutare con precisione le dimensioni degli oggetti. Uno sbucciatore lungo una decina di centimetri. Avrebbe avuto bisogno di un coltello molto pi lungo e affilato. E di una presa pi salda. Uno sbucciatore non poteva essere piantato abbastanza a fondo nel ventre, nemmeno se la sua presa sul manico fosse rimasta salda, invece di slittare e scivolare nel suo sangue inatteso e stupefacente.
Non faceva caldo. Avevo indossato la giacca per andare a scuola. Ma Ansel si era strappato i vestiti perch grondava sudore. Con indosso i suoi indumenti, T-shirt, giacca e pantaloni di denim, aveva una spavalderia da guerriero, ma nudo era esile come un ragazzino, gli si vedevano le costole, la spina dorsale, le ossa pelviche che premevano contro la pelle sottile come carta e avrei voluto solo distogliere lo sguardo, imbarazzata per lui. A parte delle chiazze di pelle rossa e maculata, era bianchissimo. Era di quel colore disprezzato come caucasico, imperialista, e cieco. Sul torace magro gli crescevano scuri peli radi, pi folti all'inguine. Il pene era un gommoso pezzo di carne ciondolante che sembrava spellato. E il ventre era lacerato e sanguinante, e una fuoriuscita di budella trattenuta dalle sue dita...
Doveva aver litigato con Max. Ansel era uno dei discepoli di Max Meade che litigavano con lui. I discepoli che amavano pi appassionatamente Max Meade di solito erano quelli che litigavano pi aspramente con lui. Erano figli che volevano mangiare il cuore vivo del maestro.
L'intenzione di Ansel in quel plumbeo pomeriggio a Chadds Ford, Pennsylvania, nell'autunno del 1967, era di fare harakiri, la classica modalit giapponese di suicidio rituale. Per catturare l'attenzione permanente di Maximilian Meade come altri protetti del maestro non avrebbero mai fatto. L'harakiri era un gesto che richiedeva la pi rigorosa disciplina spirituale unita a un incalcolabile coraggio fisico ed era chiaramente un gesto da non compiere a casaccio, un gesto da eseguire in modo impeccabile la prima volta, perch con ogni probabilit non ce ne sarebbe stata una seconda. Era un gesto di cui non si potevano fare le prove generali, se non con la fantasia. Un altro modo che sarebbe potuto piacere ad Ansel Trimmer era l'autoimmolazione dei monaci buddisti vietnamiti che si davano fuoco per protestare contro la presenza americana in Vietnam e compariva ripetutamente, con effetti terrorizzanti, nei notiziari televisivi. Tuttavia le dita impazienti di Ansel stringevano uno sbucciatore, e doveva servire all'uopo.
Ora so, come non avrei potuto sapere da bambina, che il desiderio di suicidarsi non corrisponde invariabilmente al desiderio di morire. Il desiderio di suicidarsi in modo plateale, in modo da dimostrare qualcosa, di sicuro non corrisponde al desiderio di morire. Ansel Trimmer aveva ventisei anni all'epoca: uno di quei figli di benestanti, la stessa classe sociale di Max Meade, che si consideravano esiliati dall'America; il figlio ripudiato del capitalista/industriale americano George Trimmer, produttore di articoli sanitari di alta qualit - lavandini, vasche da bagno, toilette -, un importante finanziatore della campagna presidenziale di Richard Nixon, nella circoscrizione di Minneapolis. Ansel Trimmer forse era stato uno dei barbuti amanti-bambini di Veronica. I suoi denti da ragazzo ricco negli ultimi tempi erano tutti macchiati, marcivano nelle gengive a causa della sua indifferenza per la salute personale, l'igiene, la dieta in quanto preoccupazioni borghesi in un periodo di crisi politica. Del resto non era stato lo stesso presidente Mao a rifiutarsi di lavarsi i denti che diventavano verdastri mentre gli marcivano nelle gengive? Perch per realizzare la tua vita, la devi buttare via. L'individuo  solo uno di una brulicante moltitudine di milioni, miliardi. Max Meade aveva insegnato il principio kierkegaardiano della ricerca della verit per la quale sono pronto a vivere o a morire.
Ansel Trimmer non sarebbe morto di un harakiri abortito, ma sarebbe sopravvissuto. Avrebbe rinnovato la sua dedizione alla causa rivoluzionaria. Avrebbe seguito i discepoli pi apprezzati di Max che avevano ripudiato l'esibizionismo e l'avventurismo adolescenziale dei  eather Underground, amanti della pubblicit (che volevano sempre essere identificati con le proprie azioni), insistendo invece sull'anonimato. Questa era una vocazione pi nobile, come la santit. Tre anni dopo, in seguito alle bombe allo stabilimento della Do  Chemical a Niagara Falls nel marzo del 1970 e alla morte di un guardiano notturno, Ansel sarebbe entrato in clandestinit con i suoi compagni. Sarebbe diventato John David Donovan, fornito di un documento d'identit contraffatto apparentemente rilasciato dalla Pennsylvania State University nel 1968. La minuscola foto di John David Donovan su questo cartoncino di plastica era di un vecchio-giovane uomo con i capelli tagliati corti, occhiali dalla spessa montatura nera, guance sbarbate e mento debole e sfuggente adesso coraggiosamente nudo. La data di nascita di John David Donovan non era la data di nascita di Ansel Trimmer ma una data di nascita ragionevole, il 1949. Il luogo di nascita di John David Donovan non era il luogo di nascita di Ansel Trimmer, ma un sostituto ragionevole, Scranton, Pennsylvania. Perch il fuggitivo si sarebbe eclissato in una casa sicura da qualche parte in Pennsylvania, o al di l del confine di Stato a Maysville,  est Virginia. Sempre sul documento d'identit contraffatto c'era il ritratto di John David Donovan: un giovane-vecchio uomo dal sorriso teso con una faccia penosamente stretta, che sembrava fosse stata chiusa in una morsa, e poi strizzata.
Ma perch l'hai fatto? Oddio, come d-deve far m-male... 
Ansel Trimmer mi intimidiva, come quasi tutti gli adulti, eppure mi sentii balbettare queste parole. Stavo pensando Questo non  reale... vero? perch nel mio stato di panico e confusione forse avevo creduto che potesse essere la scena di un film. O qualcosa alla tv denunciato da mio fratello Rickie come fasullo. Soltanto a pochi centimetri dall'uomo ferito arrivai a vedere il sangue, e vidi cosa stavano cercando di trattenere le dita tremanti di Ansel nella pancia squarciata, e sentii una puzza improvvisa talmente forte da darmi il voltastomaco. Ansel era in ginocchio e ondeggiava. Gemeva e piagnucolava tra s, come in una preghiera esotica. Aveva gli occhi chiusi, la faccia strizzata mortalmente pallida. Io ero calma mentre pensavo che sarei corsa a prendere la cassetta del pronto soccorso nel bagno del pianterreno dove questi articoli venivano tenuti in un armadietto con gli sportelli scorrevoli. Durante l'estate avevo imparato ad apprezzare l'odore di mercurocromo e la consistenza di garze e cerotti. Pensai Pap sar fiero di me, sebbene non fosse neppure chiaro se Max era a casa. Non si poteva sempre contare sul fatto che Max Meade assistesse alle manifestazioni emotive, alle bravate dei suoi protetti. Per altri erano venuti ad assistere, uscendo di casa ammutoliti, muovendosi lentamente. E tra loro Veronica che si faceva strada a spintoni, gridando: Ansel! Che succede! . Bisognava essere molto vicini per vedere cosa si era fatto Ansel, le sue dita strette contro il ventre squarciato.
Il retro della casa di Chadds Ford era crollato in lenta rovina. I basoli del lastricato erano incrinati, bordati di erbacce ormai andate in semenza. Il sangue gocciolava sul pavimento dalla ferita aperta. Adesso tremavo tutta, battevo i denti. Aprii la bocca per parlare ma non ci riuscii e all'improvviso ecco che Max correva verso di noi, le sue dita forti si stringevano intorno al mio braccio tirandomi indietro mentre gridava a Veronica, con la sua voce rotta e roca: Non pu vedere questo! Portala via! Chiudile gli occhi! Prendila .
Pi tardi, mentre loro portavano Ansel all'ospedale, tornai sulla terrazza con una torcia, perch ormai era calato il crepuscolo: e c'era il sangue sul lastricato incrinato, e c'era il coltellino l dov'era caduto di mano ad Ansel, ancora bagnato di sangue. Quindi era successo, era reale.
E il pensiero mi consol, come mi consola adesso: tutto quello che credi di aver immaginato  reale. Devi solo riuscire a sopravvivergli.

Il nemico
Non ne sapeva niente del foglio che era stato infilato sotto la nostra porta, eppure: ci che non sapeva, ma doveva aver intuito, la fece ammalare. Perch luned mattina Minette si svegli con la febbre. Attraverso la parete di cartongesso tra le nostre camere la sentii tossire. Pi tardi barcoll fino in bagno a vomitare. Protestando che non si ammalava mai, non aveva saltato un solo giorno di scuola, mai e poi mai. Senza gli occhiali di plastica rosa gli occhi di Minette sembravano stranamente nudi e intontiti, incappucciati da palpebre pesanti. Le labbra carnose sembravano secche, screpolate. Le dissi: C' in giro l'influenza, Minette. Non  un segno di debolezza morale n niente del genere. Perch non te ne torni a... .
Scusa tanto, eh! No. 
Minette trem di sdegno. La malattia la spaventava. L'influenza era solo un bacherozzo che circolava, disse. Aveva troppo lavoro da fare, lezioni da frequentare, laboratorio di biologia... Aveva gli occhi lucidi, non perfettamente a fuoco. Vidi che stava tremando. Nella vestaglia blu mare con la cintura stretta, il suo corpo grassoccio sembrava ripiegato su se stesso, rannicchiato.
Minette aveva messo su almeno sette chili da quando era arrivata allo Schuyler. Seno, cosce, gambe grasse-muscolose. Eppure la faccia era ancora quella di una ragazzina di dodici anni, tosta, caparbia, con la bocca imbronciata. Dopo la notte di sonno febbrile, emanava l'odore del suo corpo, un odore di lievito, appena un po' acido.
Ma tu sei malata, Minette... 
Minette reag impetuosamente: Sentimi bene, io non mi ammalo .
Stava per scostarmi con una spinta, incerta sulle gambe, salvo che fu sopraffatta da un attacco di tosse. Mi azzardai a prenderle la mano che era bollente e molto secca. Minette, dammi retta! Ti rimetterai solo se stai al caldo e dormi.  Non avevo mai parlato cos a Minette, non l'avevo mai toccata. Proprio io, che ero incurante della mia salute, che spesso mi riducevo allo sfinimento come una sorta di punizione per le mie manchevolezze, e accoglievo quasi a braccia aperte quella fitta dietro il cranio che segnalava l'arrivo di un mal di testa, provavo un forte desiderio di proteggere la mia compagna di stanza da una simile follia.
Scusa, eh, ma proprio non posso. 
Minette parl con minor convinzione adesso. Era quasi implorante, ansiosa.
Scusa tu, Minette, ma devi. 
Minette rise debolmente. La mia insolita risolutezza la sbigottiva. Cominci a tossire, rabbrividendo. Abbracciandosi il torace come se le facessero male le costole. Non ebbe altra scelta se non tornare a letto prima che le cedessero le ginocchia. Le avrei portato succo di frutta, toast imburrati, scatolette di cereali zuccherati e ciambelle alla marmellata dalla sala da pranzo. Le avrei preparato tazze di t, cioccolata calda, brodo di dado sul fornello da campo di Dana Johnson (alle residenti di Haven House non erano permessi nemmeno piatti caldi nelle loro stanze); le portai aspirine, pastiglie per il raffreddore. Le portai di sopra persino la posta: l'aiutai ad aprire un pacco di sua madre incartato con eccessiva pignoleria che conteneva un paio di guanti fatti a maglia, pane di granturco e cioccolata fondente che Minette cerc di mangiare ma non riusc a trattenere nello stomaco. Corsi in giro per il campus a parlare con i professori di Minette, spiegando che era malata; presi i compiti per lei, saltai le mie lezioni per seguire le sue e prendere appunti. Ma tu guarda che brava compagna di stanza. Vorrei averla io una compagna di stanza come te, Genna  disse Crystal Odom facendomi l'occhiolino.
Capii che sparlavano di me alle mie spalle, che ce l'avevano con me. Mi sentii osservata. Pensai I nemici di Minette vogliono che sia bocciata. Ma non succeder.
Avevo protetto Minette dal disegno razzista. Lei non sapeva niente della Venere ottentotta perch mi ero affrettata a distruggerla, a farla a pezzi nel giro di pochi minuti dopo averla trovata sul pavimento del nostro studio.
Chiunque fosse responsabile, chiunque odiasse Minette  Swift viveva di sicuro a Haven House. Avrebbe potuto essere, doveva essere, la stessa persona, o le stesse persone, che avevano preso e danneggiato la sua antologia Norton. Nessun altro avrebbe avuto un simile accesso alla nostra stanza all'ultimo piano della residenza, e nessun altro avrebbe provato tanta animosit nei confronti di Minette. Ero venuta a sapere che, nel Bob-o-links, Minette era stata giudicata villana, altezzosa - la direttrice Miss Bidelman non era l'unica persona con cui aveva litigato -, tuttavia il nemico doveva abitare nella nostra residenza. Lo sapevo! Lo sapevo, con la stessa certezza che se avessi visto una delle ragazze avanzare furtiva lungo il corridoio male illuminato del secondo piano, chinarsi per infilare il foglio fotocopiato sotto la nostra porta e scappare via.
Potevo quasi vedere la faccia della ragazza.
Una delle venerabili tradizioni dello Schuyler College era il codice d'onore. Firmavi un giuramento, promettevi che non avresti imbrogliato e non avresti protetto altri che imbrogliavano. Non denunciare un imbroglio era una violazione del codice d'onore quasi altrettanto grave di imbrogliare. Gli studenti che contravvenivano al codice d'onore venivano severamente puniti, almeno in teoria. Quindi forse avevo sbagliato a non denunciare il disegno razzista. Avevo reagito d'impulso, senza pensare. Non avrei mai potuto mostrarlo a Minette, e non volevo mostrarlo a Dana Johnson. Avevo fatto a pezzi il foglio e l'avevo buttato in un gabinetto, tirando lo sciacquone. Ero arrabbiata, agitata come se l'insulto fosse stato diretto a me.
Un razzista, o pi razzisti, a Haven House: era possibile?
Nemici di Minette  Swift, in ogni caso. Questo era evidente.
Pensai alla foto del linciaggio, nello studio di mio padre. Anche quella era oscena.
Anche se il disegno era stato distrutto, avrei potuto riferire l'incidente a Dana Johnson. Ma non lo feci. Col passare dei giorni, ebbi tempo di pensare a fondo alla situazione, di analizzarla e decidere quale comportamento fosse pi appropriato da parte mia. Penso che non mi andasse di condividere una simile bruttura con un'altra persona: con una donna bianca come Dana Johnson, per esempio. E non volevo essere io a provocare scompiglio e mortificazione allo Schuyler College. Non volevo che un incidente cos isolato e perverso venisse ripreso dai media com'era accaduto nel caso di incidenti analoghi, razzisti e antisemiti, in altri college. Non volevo concedere tanto potere al nemico.
Soprattutto, non volevo che Minette sapesse. Non volevo che venisse ferita. Non volevo che si chiudesse nella rabbia, nel disgusto. Non volevo che pensasse razzismo bianco. Non volevo scoprirmi all'improvviso, come in un incubo di situazioni rovesciate, trasformata da Minette in uno dei suoi nemici bianchi, proprio io che mi consideravo l'unica amica di Minette  Swift allo Schuyler College.
Non volevo che i genitori di Minette sapessero: temevo l'ira del reverendo Virgil  Swift.
Mi chiedevo se il gesto non fosse stato puramente personale, diretto contro Minette come individuo, e non razzista. Tuttavia con quale fulminea crudelt il personale diventa razziale! Come se, sotto l'odio comune, ci fosse un odio pi profondo, pi virulento e letale da intercettare. Come nel caso degli inglesi che consideravano la Venere ottentotta (una giovane donna sudafricana ingenuamente fiduciosa che aveva collaborato con i suoi sfruttatori, avevo scoperto) al pari di un rozzo spettacolo sessuale, non un essere umano ma una bestia bruta da guardare con concupiscenza, da esibire a una fiera e infine da dissezionare per scopi scientifici. Era nauseante, una simile crudelt, e tuttavia eccitante da conoscere perch c' sempre potere nella conoscenza.
I razzisti non sono ipocriti aveva detto una volta Max in modo provocatorio. A differenza di certi liberali.
Come desideravo parlare con Max di questo incidente! Un giorno o l'altro.
Un pericoloso ceppo di influenza di Hong Kong aveva colpito il campus. Dopo due giorni a letto, Minette non si stava riprendendo e le consigliarono di farsi ricoverare in infermeria. Cos debole, cos malata, Minette non ebbe la forza di opporsi. Dana Johnson ci avrebbe accompagnato in macchina. Aiutai Minette a indossare indumenti caldi sopra il pigiama, e preparai i suoi articoli da toilette. Non mi preoccupavo di poter soccombere a mia volta all'influenza; era come se sentissi che occuparmi di Minette mi rendeva immune.
Mentre aiutavo Minette a uscire dal nostro alloggio, a percorrere il corridoio e a scendere in fondo alle scale dove ci aspettava Dana Johnson, ero consapevole di essere osservata di nascosto. Sapevo che i nemici di Minette avrebbero detestato anche me, per la mia lealt verso di lei. Ero gi stata sbeffeggiata quando avevano preso il suo libro per gettarlo nel fango e mutilarlo.
E' la figlia di Max'milian Meade, cosa ti aspetti?
Nessuno ci parl mentre scendevamo lentamente le scale, Minette appoggiata a me con tutto il suo peso. Ma quando stavamo lasciando la residenza con Dana Johnson, Lisane entr nell'atrio, ansimante per la corsa; vedendoci, si ferm di colpo e ci guard con gli occhi sgranati, sorridendo nervosamente. Minette  malata? Andate in infermeria?  Sul viso comune-grazioso, cremoso-pallido della ragazza coreana mi parve di scorgere un'ombra di rammarico, di colpa.
Minette rimase in infermeria per parecchi giorni. Aveva un sacco di compagnia l dentro, quasi tutti i letti erano occupati. Andavo spesso a trovarla, parlavo persino al telefono con sua madre ogni sera quando chiamava. Le telefonate non erano consentite nell'infermeria cos assicuravo a Mrs  Swift che Minette aveva solo l'influenza che a quanto pare avevano tutte, il mal di gola e un brutto raffreddore. Mrs  Swift era contenta di parlare con me, anche se non aveva mai sentito il mio nome o qualcosa sul mio conto dalla figlia.
Le dissi che Minette migliorava di giorno in giorno. Le dissi che speravo di conoscerla, prima o poi, lei e la sua famiglia. Le dissi che non avevo mai visto dei guanti fatti a maglia belli come quelli che aveva sferruzzato per Minette, di quel caldo color rame, con motivi a rombi marrone scuro sui polsi.

Venite adoremus
Ti ricordi di me, la tua mamma-hippy? Quella che ha bruciato il tacchino? 
Al telefono Veronica rise come fosse disposta a condividere qualsiasi battuta, anche a proprie spese.
Era dicembre, la stagione prenatalizia. Un tunnel di tempo in rapida accelerazione quando il giorno si accorcia nella notte alle quattro e mezzo del pomeriggio. Fedelmente e ingenuamente aspettavo la (promessa) telefonata di mio padre (perch Max non aveva forse detto di voler visitare la Casa di Elias Meade che non vedeva da quindici anni, non aveva espresso il desiderio di conoscere la mia compagna di stanza Minette  Swift?), invece chiam mia madre al suo posto.
Le mie conversazioni serali con Mrs  Swift erano cessate bruscamente quando Minette era stata dimessa dall'infermeria. Minette non mi parlava mai di sua madre, come non mi parlava mai di nessun membro della sua famiglia, e io mi chiedevo se Mrs  Swift avesse mai parlato di me a Minette.
Eravamo diventate amiche, avevo pensato. Al telefono.
Non credo che ci abbiano mai presentate, Mrs  Swift! Sono Genna Meade, la compagna di stanza di Minette.
Lo prometto; protegger Minette. Penso di aver gi protetto Minette.
Per lunghi giorni bui di dicembre continuai ad aspettare Max Meade, invece arriv Veronica He ett-Meade, un sabato a mezzogiorno. Sperando di conoscere la mia compagna di stanza, ma io mi ero scusata per Minette: troppo occupata, troppo timida, non mangia mai a pranzo, non ha tempo per un pasto di due ore allo Schuylersville Inn dove solo i camerieri che servono ai tavoli hanno la pelle scura. Mi torcevo per la disperazione al pensiero dell'incontro di Minette con mia madre: Minette che fissava con la sua espressione lievemente incredula e sdegnata la donna bianca di mezza et che le sorrideva con tanto entusiasmo, indietreggiando quando Veronica si sporgeva verso di lei. Se, mentre chiacchierava nervosamente, Veronica avesse commesso l'errore di toccare il polso o il braccio di Minette, Minette si sarebbe ritratta in modo visibile. Scusi, eh!
Questo incubo non si realizz. A Veronica fu risparmiato e anche a me.
Veronica mi port invece al Valley Forge Mall appena aperto, cinquanta chilometri a sudovest di Schuylersville. Era un'uscita madre/figlia nella stagione prenatalizia. Quando vivevo nella casa di Chadds Ford, andavo di rado a fare shopping con Veronica, cos sembrava assai strano che ci trovassimo a vagare in mezzo a una folla di compratori frenetico-festosi per lo pi caucasici, femmine, abbienti; assai strano entrare e uscire dai negozi costosi che mi avevano insegnato a disprezzare, e disprezzavo. Strano, un residuo-rituale di un'antica religione in cui nessuna delle due credeva, eppure c'era una logica in questo, perch solo nel Valley Forge Mall, climatizzato e illuminato da una galassia di luci al pari di un'astronave gigantesca che avanzi nel vuoto dello spazio, solo in questo ambiente improbabile, a noi nuovo come un palcoscenico illuminato sul quale entrambe, madre/figlia, Veronica/Genna, eravamo state sospinte frettolosamente per recitare una scena senza copione che nessuna delle due aveva preparato, Veronica avrebbe potuto confidarmi all'improvviso, con uno strattone delle dita sul mio polso, quanto si sentisse sola, e come fosse inquieta nella sua solitudine e come, quando era inquieta, cercasse qualcuno da biasimare. E' la mia debolezza. La mia anima ferita. Provengo da una classe ferita: sfruttata ma inconsapevole di essere sfruttata. Una classe che si identifica con i propri oppressori. Come posso aspettarmi che Max, o qualsiasi altro uomo, mi guarisca! La guarigione deve venire dall'interno. Meglio essere orgogliosamente scorticati e feriti, e non guarire mai, suppurare persino, che sperare di guarire dal di fuori. Credo fermamente in questo.  Veronica parl tutto d'un fiato, con una sorta di convinzione vacillante come chi ripeta le parole di un'antica preghiera. Lui deve avere la sua libert. Mi ha concesso la mia. E' l'essere umano pi straordinario che abbia mai conosciuto e naturalmente nessuno pu possederlo. 
La voce di Veronica era tremula d'umilt. E sotto l'umilt, di rabbia.
Lo percepii, ma finsi di non sentire. Mi spaventavano entrambe.
E' futile, sai, dire mio marito... come tu e Rickie potete dire mio padre. Uno  un fatto biologico, l'altro  solo un termine legale. Cos futile. 
Ma anche mio padre significa possesso. Al pari di mia madre. 
Stavo recitando la parte della scolara brillante-pestifera. Pronta nel ribattere, provocatoria.
Non intendevo ferirla, non esattamente. Mia madre. Non ero forse stata scoraggiata dal chiamare questa donna con qualsiasi nome che non fosse Veronica?
Veronica rise, una risata stridula come se l'avessero pizzicata. Stavamo camminando spedite, anche se non in una direzione precisa. Oltre vetrine vivacemente allestite, sotto ghirlande di sempreverdi, luci lampeggianti rosse e verdi. Dalle occhiate frequenti nella nostra direzione, capii che mia madre era vestita in modo appariscente, sebbene avessi evitato di esaminarla con troppa attenzione. Avrei voluto chiedere se lei e mio padre erano separati, se era questa la spiegazione per l'assenza protratta di Max da Chadds Ford. Avrei voluto chiedere se lei e mio padre avrebbero divorziato. A meno che, a mia insaputa, non l'avessero gi fatto. Potevo assaporare l'amara soddisfazione, i miei desideri di figlia non avevano niente a che fare con la vita privata dei miei genitori.
Invece parlai di Max che mi aveva chiamato a Haven House, della sua promessa di venire a trovarmi presto. Ne parlai con una certa boria per lasciar intendere che Max mi chiamava spesso. Proprio l'altra sera...
S! Max verr a trovarti, Genna. Trover il modo di compensarti per questi ultimi mesi. Ti vuole bene.  Veronica parl con urgenza, come se le avessero affidato un messaggio che temeva di dimenticare. Sar fiero di te un giorno, ha detto. 
Fiero di me? Perch? 
Risi, ero cos colpita. Mad Max che infilava una mano nella mia cassa toracica per strapparmi il cuore pulsante.
Ma Veronica insistette: Certo, tuo padre  gi fiero di te adesso. Per guarda al futuro, sai com' Max: il futuro ci redimer. Dice che non hai la personalit giusta per essere un'attivista politica, o un avvocato come lui; ma hai l'intelligenza e la pazienza per essere una storica, e la profondit di carattere per forgiare le menti future. Ha detto Max .
Ha detto Max. Queste parole oracolari pronunciate dalla mia mamma-hippy come se non fossero niente di straordinario. Mentre sbirciava con occhio miope all'interno affollato di un negozio di scarpe da donna che annunciava SALDI DI NATALE! SCONTI DEL 10-30%!
Quando le chiesi cosa intendesse dire Max, se era serio quando aveva detto queste cose, Veronica si tenne sul vago, sulla difensiva: Genna, non lo so! Te lo dir lui. Penso che abbia qualcosa a che fare con... una ricerca? In una biblioteca? Negli archivi? Potresti fare delle ricerche sulla Generva Meade originale. Nella biblioteca dello Schuyler ci sono collezioni speciali che contengono ogni sorta di lettere, un diario... Il materiale  riservato ma tu sei la pronipote della donna, avresti il diritto di consultarlo .
Una storica? Della mia omonima? Sembrava uno degli stravaganti voli pindarici di Veronica.
Io non voglio essere una Meade. Voglio fare la mia strada. 
Veronica fece spallucce. In cuor suo era indifferente ai Meade, imperturbata. Ma questo, pensa Max, sarebbe un modo per essere rispettata. 
Stavamo perdendo il nostro slancio nel Valley Ford Mall. Vidi che mia madre era uno spettacolo: i lucidi capelli tinti di nero oggi non erano raccolti in un nodo in cima alla testa, ma sciolti sulle spalle come quelli di una ragazza giovane. Con sprezzante senso dello stile, indossava calzoni in pelle da gaucho, un poncho di lana a maglie strette intrecciata con fili d'oro, che le ondeggiava intorno al corpo. E stivali al ginocchio in pelle nera, con tacchi a spillo sui quali traballava come un grosso, sgraziato uccello tropicale.
Io indossavo il mio sgualcito cappotto di cammello su un paio di jeans sbiaditi. I miei stivali avevano macchie d'umidit dall'inverno precedente. E niente trucco! La mia faccia era pulita e pallida come pietra pomice. In testa, il berretto di lana era calato sulla fronte cosicch sembravo pi un ragazzino delle medie che una giovane universitaria dello Schuyler College.
Girovagammo da un negozio all'altro. Veronica fece parecchi acquisti che non aveva programmato, pagando in contanti. In ogni negozio eravamo inseguite da canti natalizi diffusi dagli altoparlanti: Jingle Bell Rock era il favorito. Il Venite adoremus ronzava sopra le nostre teste come un nugolo di mosche giganti. Veronica insistette per pranzare in un caff vegetariano nel centro commerciale anche se mangi pochissimo, accendendosi una sigaretta due volte, solo per spegnerla balbettando delle scuse. Da Lord & Taylor a un banco di borsette affollato scelse un regalo prenatalizio per me: Questa ti pu servire, Genna! Non fare quella faccia, e butta via quella vecchia borsa cenciosa che ti porti dietro da un secolo .
Mi strinsi nelle spalle e mi arresi. La nuova borsa era di pelle italiana, molto elegante. Il prezzo era esorbitante ma Veronica si compiacque di contare le banconote sul palmo del commesso che sorrideva educatamente. La borsa era grande come una valigetta e aveva la tracolla. Minette (forse) l'avrebbe notata perch aveva occhio per cose del genere, ma avrebbe fatto dei commenti? Probabilmente no.
Come leggendomi nel pensiero, Veronica mi chiese se avrei comprato un regalo per la mia compagna di stanza. Aggrottai la fronte e borbottai qualcosa che poteva sembrare un s, ma non approfondii l'argomento.
Xenogenico. E' un termine preso dalla biologia. Indica un curioso cambiamento tra generazioni. Una progenie significativamente diversa da un genitore o genitori. In giganteschi specchi smerigliati lungo la promenade del centro commerciale osservai noi due.
Cominciavo a sentirmi stordita, sospesa in aria. Era una sensazione che a volte provavo dopo aver letto, lavorato fino a tarda notte. O quando restavo appartata in una zona della biblioteca dove pochi si avventuravano, per ore e ore di fila chiedendomi Perch? Perch sono qui, e non da qualche altra parte? E dov' di preciso qui?. Questa donna che era mia madre e che ero costretta ad amare, a compatire e amare, a esserne imbarazzata e a vergognarmene, ad amare nonostante mi irritasse e disgustasse, questa donna e io stavamo - cosa stavamo facendo? - alzando gli occhi fingendo un moto di sbalordita ammirazione sul pi gigantesco albero di Natale che entrambe avessimo mai visto, nel cortile al centro del Valley Forge Mall: sintetico, bianco-satinato, coperto da fronzoli scintillanti e bastoncini di caramelle e lucette azzurre lampeggianti. Vicino all'albero c'era un Babbo Natale grassoccio, meccanico nei movimenti ma palesemente umano, e una coda entusiasta di bambini che aspettavano di arrampicarglisi sulle ginocchia. Uno dei nani-elfi pi aggressivi di Babbo Natale, con parrucca e barba, agitava il suo campanello alla volta dei passanti che badavano a scansarlo. Veronica parlottava di cosa avremmo fatto a Natale, chi sarebbe venuto a trovarci, non sentii il nome di Max e non intendevo fare domande, assalita da una voglia improvvisa di scoppiare a ridere, girare sui tacchi e allontanarmi da mia madre con il suo poncho e i tacchi a spillo, mentre con gli occhi della mente vedevo la Venere ottentotta che era forse l'emblema di tutte le donne, un'immagine pornografica trasformata in dileggio, disgusto, odio, Venere ottentotta, la beniamina di Londra nel 1815. Mai mi era capitato di vedere da vicino un'immagine cos grottesca e cos affascinante. Di tenere in mano la prova dell'odio. Desiderai non aver distrutto il disegno, perch adesso non avevo alcuna prova che fosse mai esistito.
Interruppi Veronica per chiedere, come farebbe una figlia adolescente che cerchi di ricordare qualcosa di incerto, di molto tempo prima: Pap  ancora in contatto con, come si chiamava... Avevate dovuto portarlo al pronto soccorso, si era squarciato la pancia. E' l che si trova Max, con lui? Ansel Trimmer? Da qualche parte ad Altoona, o... . La mia voce si affievol in una vaga innocenza mentre Veronica si girava a guardarmi.
Ma cosa dici, Genna? Non ho mai sentito quel... nome. Nessuno di quei due nomi. Non so di cosa stai parlando. 
Avrei reagito con un'alzata di spalle continuando a camminare, solo che Veronica mi afferr il polso. Non era il tocco leggero e accattivante che avevo immaginato per Minette, questa era una presa artigliata.
Veronica mi disse rabbiosamente all'orecchio: Max non ha nessun contatto con qualsiasi cosa tu stia insinuando. Quale che sia il nome, io non l'ho mai sentito .
Mi affrettai ad annuire. Stavo cercando di non spaventarmi.
Tuo padre  un funzionario del tribunale. Ha giurato di far rispettare la legge di questo paese. Non ha mai infranto la legge. E tu lo sai, sei sua figlia. 
Il senso di stordimento parve piombarmi addosso da ogni parte. Mi sentivo debole, spaventata. Il grottesco nano-elfo di Babbo Natale aveva sentito qualcosa delle parole di Veronica e sogghign guardandoci con occhi luccicanti. Suon il suo campanello con pi forza alla nostra volta, come per spronare mia madre a continuare.
Cercai di staccarmi da Veronica, che non mi lasciava andare. Insieme barcollavamo come una coppia di ubriachi. Mamma-buona, mamma-cattiva mi teneva nella sua presa artigliata. Dal nulla, scale mobili sbucarono dal pavimento come in un incubo infantile, Veronica sarebbe caduta sulle scale non fosse stato per la mia vigilanza. I suoi occhi da Cleopatra non erano civettuoli adesso ma penetranti, foschi. Il suo naso delicato e sottile era il becco di un uccello rapace. Tu! Cosa ne sai tu! Non sai niente di Ansel, niente di tutto quel periodo. E' tutto cos complicato, non puoi nemmeno immaginartelo! Ansel era un innocente, non voleva far del male a nessuno. Nessuno di loro lo voleva. Nessuno sapeva che ci sarebbe stato un guardiano sul posto. Non  stato intenzionale,  stato un incidente della storia.  Veronica era senza fiato, sarcastica: Certo, ripensandoci adesso  facile dire: E' ovvio che ci sarebbero stati dei vigilanti, un guardiano notturno. Ma allora si sceglieva il nemico da colpire. C'erano molti nemici che meritavano di essere puniti e cos si sceglievano come bersagli i pi vulnerabili. Si concentravano le energie nel realizzare in fretta il proprio scopo. La Do  Chemical era il bersaglio. Era un bersaglio che meritava l'annientamento. E tu, cos'hai da guardarmi cos, tu piccola merda, chi sei tu per giudicare? Chi cazzo credi di essere per guardarmi cos? Si potrebbe dire che chiunque fosse sul libro paga di quei fascisti che fabbricavano napalm rischiava la vita. Gambe saltate in aria. Anche un vigilante nero .
Compratori sbalorditi ci osservavano: una coppia di svitate madre/figlia che incespicava sulla Grand Promenade del Valley Forge Mall senza alcuna consapevolezza dell'ambiente circostante. Con quanta rapidit era cambiata la mia mamma-hippy. Com'era furiosa, e raggiante nella sua furia. Mi resi conto del suo disprezzo per me, nella mia ingenuit avevo immaginato di essere io a provare un blando disprezzo filiale nei suoi confronti. Ricordando come molto tempo prima, quando ero una bambina, c'erano mamma-buona e mamma-cattiva nascoste l'una dentro l'altra come un pupazzo a molla. Non mi piacevano le sorprese da piccola. Non mi piacevano i giocattoli che saltavano su all'improvviso davanti alla mia faccia. Non mi piacevano i giocattoli che esplodevano in rumori improvvisi. Nel mio cappotto di cammello stavo sudando, nel berretto a maglia tirato sulla fronte per nascondere la somiglianza del mio viso con la faccia bella-devastata di Veronica He ett-Meade, stavo sudando. Veronica cerc di schiaffeggiarmi, ma non moll la presa. Ansel non  in nessun posto che noi sappiamo. Non  negli Stati Uniti. Max non  in contatto con lui n con nessuno degli altri di quel periodo. Sono alle nostre spalle, tutti quei tempi. Io non sono mai stata una di loro, mi disprezzavano. Ero troppo debole, avevano ragione a disprezzarmi. Il povero Ansel voleva fare harakiri... invece fin con una dozzina di punti orribili nella pancia. Una lunga, spaventosa ferita contorta come un cavatappi. Un miracolo, dissero al pronto soccorso, che fossero riusciti a salvarlo. Stava potando gli alberi a Chadds Ford, un incidente, un incidente singolare, con una motosega... 
La precipitosa ondata di parole cess di colpo. Veronica aveva attirato l'attenzione. Aveva detto troppo, vacillando sui tacchi a spillo con i capelli tinti di nero che le ricadevano sul viso. La sua pelle emanava l'odore di buccia d'arancia bruciata. Qualunque potente farmaco avesse carburato la sua energia frenetica, inducendola a guidare non solo fino a Schuylersville da Chadds Ford, ma anche a Valley Forge da Schuylersville, stava rapidamente esaurendo il suo effetto, allontanandosi da lei come acqua che scende vorticosa in uno scarico.
Il nastro di canti natalizi era ripartito dall'inizio: il brioso-demente Jingle Bell Rock che dopo poche brevi battute cedeva il passo al vigoroso-riverente Venite adoremus.
Veronica sussurr qualcosa come Oh Genna. Aiutami.
L'aiutai a raggiungere una panchina vicino a uno degli ingressi del centro commerciale. Era talmente sfinita che riusciva a stento a camminare e si appoggiava a me con tutto il suo peso, respirandomi in faccia. Oh Genna, Genna. Oh, aiutami.
Su questa panchina sedeva anche una donna anziana dai radi capelli bianchi, tutta scarmigliata. Mentre ci avvicinavamo, alz lo sguardo su di noi strizzando gli occhi come se si aspettasse di conoscerci. Nel suo stato di sconvolgimento, Veronica la guard con un'espressione terrorizzata. Le tozze gambe della donna erano insaccate in spesse calze rinforzate, la sua faccia coperta di vene era flaccida e la bocca umida di saliva. Sottovoce, si univa al canto di Natale. Sapevo che Veronica non voleva che la lasciassi sulla panchina con la donna anziana, ma non avevo scelta. Corsi fuori nel parcheggio enorme, a cercare la macchina di Veronica sotto una leggera nevicata. Avevo fatto caso solo distrattamente a dove avevamo parcheggiato, e ci misi quasi mezz'ora a localizzare l'auto e a riportarla indietro perch Veronica ci salisse zoppicando, appoggiandosi al mio braccio e piagnucolando nel mio orecchio: Un giorno sar come quella povera vecchia patetica. Canter tra me, pianger e rider e me la far nelle mutande e non gliene fregher niente a nessuno, del resto perch dovrebbe? Gli estranei mi eviteranno come la peste, come fossi una lebbrosa. Un giorno succeder a tutte e due .
Oltre a non aver fatto caso a dove Veronica aveva parcheggiato, non avevo pensato a portarmi la patente di guida in quell'avventura madre/figlia. Tuttavia, guidai fino a Schuylersville mentre Veronica dormiva sul sedile accanto a me, la testa ciondolante, la bocca vermiglia aperta. Non avrei fatto altre domande su Max e Ansel Trimmer. Mai e poi mai avrei parlato ancora di Ansel Trimmer. Mai avrei pronunciato il suo nome con mia madre come non lo avrei mai pronunciato con Max. Pensando: Qualunque cosa io non sappia, non mi riguarda e non devo saperla.

Malata
Dopo questo episodio mi ammalai e mi parve che la malattia fosse iniziata nell'ambiente climatizzato del Valley Forge Mall, che mia madre mi ci avesse portato di proposito perch mi contagiassi. La mia testa era devastata dal dolore come un vetro rotto, gli occhi colavano lacrime caustiche. Le budella erano infuocate dalla diarrea. Eppure, per testardaggine mi trascinavo alle lezioni dove soccombevo ad accessi di tosse, soffocata da grumi di muco verdastri grossi come mezzi dollari. Mi eviteranno come la peste, come fossi una lebbrosa. Un giorno succeder a tutte e due.
Giacevo a letto per ore, n sveglia n addormentata. L'avvolgibile alla mia finestra era stato abbassato. Non sentivo come una perdita il fatto che il mondo continuasse a girare senza di me. Minette veniva accigliata alla porta, sbirciava dentro e mi rimproverava. Che consolazione, essere rimproverata come una sorella minore! Nella voce di Minette sentivo le voci del reverendo Virgil  Swift e di Mrs  Swift. Sapevo che Minette non mi avrebbe lasciato morire sebbene fosse impaziente ed esasperata con me, disapprovando la malattia in altri come in se stessa perch era solo una debolezza! L'influenza era solo una debolezza! Una resa quando si sarebbe dovuto essere forti, tuttavia Minette mi port succhi di frutta e toast, brioche, cialde dolci avvolte in tovaglioli di carta dalla sala da pranzo, mi diede da mangiare una fetta di pan di zenzero della sua mamma cos deliziosa da farmi fremere. Naturalmente Minette era fuori per la maggior parte della giornata. Sola nella stanza andavo alla deriva, galleggiavo. La gola mi faceva male come se l'avessero raschiata con una lametta. Per non avrei chiesto di essere portata in infermeria. Fintantoch galleggiavo, le mie budella non si sarebbero trasformate in fuoco liquido. Non riuscivo a ricordare con chiarezza le bombe alla Do  Chemical, all'epoca ero troppo piccola per preoccuparmi o sapere o fare collegamenti, eppure, annebbiato come carta da giornale bagnata, mi torn in mente un ricordo della fotografia del guardiano nero ucciso nell'esplosione, le gambe staccate dallo scoppio, e lui che strisciava fuori dalle macerie in fiamme trascinandosi sui gomiti mentre sanguinava a morte, io ero un fantasma che osservava, ero un fantasma sospinto dai venti delle bocche d'aerazione del Valley Forge Mall e ancora sentivo la precipitosa ondata di parole di Veronica. Rivedendo la faccia da rapace. Si potrebbe dire che chiunque fosse sul libro paga.
Chiedendomi nel mio stato febbrile: fino a che punto era innocente Veronica? Lo scoppio d'ira, la rivelazione. Che mi aveva fornito, a me, la figlia di Max Meade, informazioni che non avrei dovuto conoscere. Era stato intenzionale? Era stato preparato, un copione gi scritto? Come un'attrice che ha memorizzato le sue battute le dimentica nell'emozione del momento eppure pronunciando ci che le viene in mente riproduce quelle battute in modo impeccabile. Chiss se Veronica non era venuta proprio in questa residenza per portarmi in quel posto per una ragione a me sconosciuta, inimmaginabile? Nella nave spaziale climatizzata che si tuffava nel vuoto, dove poteva rivelare a me, sua figlia, una conoscenza proibita altrove. E tutto ci che aveva rivelato in quel luogo lo avrebbe ripudiato in un altro momento e in un altro luogo, piccola merda, farai meglio a saperlo.

Appunti sulla mia compagna di stanza Minette  Swift
Perso. Ohhh dov'era! Dov'era il guanto sinistro di Minette del paio che sua madre aveva sferruzzato per lei, lo aveva lasciato da qualche parte? Le era caduto dalla tasca stracolma della giacca? Qualcuno lo aveva rubato per pura cattiveria, per spregio? La sentimmo pestare i piedi sulle scale di Haven House cos arrabbiata! disgustata! frustrata! come se volesse far crollare le scale sotto di lei. Lasci cadere la sacca dei libri sul pianerottolo del secondo piano, dovette scarpinare fino alla sala di lettura a  oburn Hall, non riusc a trovare il guanto nella fila in cui si era seduta, n in nessun'altra fila, n sul pavimento, n sulle scale, cos disgustata. Nessuna scelta se non attraversare di nuovo la corte quadrangolare fino alla biblioteca dove aveva tirato fuori dei libri prima della sua lezione di letteratura americana, probabilmente era l che aveva perso il guanto, perch le cade sempre qualcosa dalle tasche e deve chinarsi a raccoglierlo, o qualcuno la chiama e glielo porge, tutto quel peso che ha messo su le ha fatto venire il fiato corto, i suoi vestiti sono stretti e tirano dappertutto, sembra che persino gli occhiali da vista siano troppo stretti per la sua faccia, e queste lenti sono pi deboli, quasi sempre sporche e appannate. Ohhh  cos ansiosa di trovare quel guanto che  come se tutte le brutte cose che le sono capitate da quando  venuta in questo posto, ogni insulto da non nominare, perch Ges ci ha messo in guardia dal nominare il male a scapito del bene, ogni perfido insulto, ogni perdita fossero impigliati in quel guanto, il guanto sferruzzato da Mamma. Ohhh dov'era!
Attraversando la corte, nell'avvistare la compagna di stanza, la ragazza bianca dai capelli rossi cos insistente-amichevole, Minette avrebbe voluto evitarla, ma quella, come-si-chiama, ha visto Minette, si avvicina accelerando il passo, con un sorriso e un cenno di saluto, Minette rimane impassibile, non volendo parlare del guanto smarrito, ma in un modo o nell'altro lo fa, e la compagna di stanza esclama senza pensarci: Oh Minette. Non puoi averlo fatto . E Minette esplode: Non l'ho fatto? Non l'ho fatto? Cosa ne sai tu di quello che ho fatto e che non ho fatto! . Minette ride esasperata, volendo scherzare sulla sua perdita, ma la battuta risulta confusa, incoerente. Minette sta ansimando, le narici si allargano e si stringono. Gli occhiali di plastica rosa le scivolano sul naso. Si lamenta: Non riesco mai a tenermi un accidenti di niente. E' come se un vecchio buco schifoso risucchiasse tutto dentro . Per far ridere la compagna di stanza che la sta fissando, per tenerla a distanza, Minette rivolta le tasche della giacca: ed ecco il solitario guanto sopravvissuto del paio sferruzzato da mamma, di un vivace color rame, ecco una manciata di fazzolettini di carta (puliti e usatiappallottolati), una scatoletta di Smarties quasi vuota, bustine di zucchero e ketchup della sala da pranzo. Con una voce acuta per imitare sua madre: Minette! Sempre con la faccia in qualche libro, perderesti anche la testa se non fosse attaccata alle spalle. Mia mamma sar disgustata con me, che ci ho messo cos poco a perdere il guanto. E avr ragione .
Minette ride stridula, asciugandosi il naso. Le ragazze che le passano accanto la guardano: una robusta ragazza nera con la pelle scura-oleosa, occhiali rosa da scolaretta. Minette occupa tutto il marciapiede, apparentemente inconsapevole. I fazzoletti usatiappallottolati caduti sul sentiero, Minette li scalcia via. Gli altri oggetti se li  ficcati nelle tasche della giacca con noncuranza.
E' un voluminoso giaccone di piumino, verde scuro, col cappuccio.
La compagna di stanza: una ragazza bianca dalle ossa piccole e l'aria giovanissima, con una faccia slavata coperta di lentiggini simili a gocce d'acqua tinte di ruggine. Anche i capelli sono color ruggine. Sottili, ricci-crespi. Gli occhi sono grigio-luminosi, scuri come pietre. Sopracciglia e ciglia cos pallide, che gli occhi sembrano nudi. Tipo che puoi vedere troppo a fondo in quegli occhi, e non vuoi.
Minette tace, digrignando i denti. Vedendo la compagna di stanza cos vicina. Come si chiama: Genna. Minette prova il desiderio improvviso di scostare questa ragazza bianca Genna con uno spintone, forte.
La compagna di stanza si affretta a dire: Minette, io non ho preso il tuo guanto... . Minette sbatte gli occhi come se stentasse a credere di aver sentito bene quell'osservazione lamentosa. Cosa, scusa? Chi ha mai detto che hai fatto cosa? 
Minette scuote la testa, accigliata, non ha mai avuto un pensiero cos stupido. Eppure io l'ho sentito. L'ho visto. Minette  Swift che si mordeva il labbro inferiore per trattenersi dal darmi uno spintone.
In un modo o nell'altro, la compagna di stanza, richiesta / non richiesta, si  unita a Minette nella ricerca del guanto perduto. Le due arrancano attraverso la corte battuta dal vento verso la biblioteca dove (Minette lo sa, rassegnata) non troveranno il guanto. E dopo, la palestra? la sala da pranzo? tornare sui propri passi a Haven House? Minette  di cattivo umore, sa che non trover il guanto, e non  il primo dei guanti o delle manopole sferruzzate da sua madre che Minette  Swift ha smarrito nel corso dei suoi diciotto anni, sembra che qui Minette continui a perdere le sue cose, oppure che le vengano rubate, come se una calamita gliele strappasse di mano per tuffarle in una gigantesca bocca-buco ai suoi piedi. Questa bocca-buco che mastica e rimastica, una vecchia cosa malvagia che puoi quasi sentire di notte.
Perso. Il guanto scomparso di Minette! Lo avrei trovato qualche giorno dopo nel canale di scolo fuori da Haven House, rigido di sporcizia in mezzo a neve sciolta e fanghiglia. Ormai avevo smesso di cercarlo, lo vidi per caso vicino al cordolo del marciapiede mentre stavo attraversando la strada.
Oh, Minette! 
Con una certa difficolt, estrassi il guanto da un groviglio di detriti ghiacciati. Era coperto di sporcizia, quasi irriconoscibile. Eppure era il guanto di Minette: riconoscevo il disegno a rombi sul polso, la lana marrone scuro. Decisi di lavarlo, non potevo portarlo a Minette in quelle condizioni. Usai acqua fredda e  oolite, lasciandolo a bagno, e poi lavandolo delicatamente, infilandomelo sulla mano. Il guanto era troppo largo per la mia mano, perch Minette aveva mani pi grandi delle mie. Il disegno a rombi era meno marcato di come lo ricordavo. Il colore ramato era sbiadito in un beige sporco. Nello specchio sopra il lavandino, la mia faccia appariva arrossata, furtiva. Ero nel bagno del secondo piano, fuori dal nostro studio; non avrei voluto che Minette  Swift entrasse nel bagno, mi sorprendesse con il suo guanto. Le mie labbra si mossero in un sussurro: Minette! Non l'ho preso io il tuo guanto...  rivedendo il suo modo strano di guardarmi, con diffidenza, antipatia. Rivedendo come Minette mi aveva scansato.
Eravamo compagne di stanza, e amiche. Per lenti gradi eravamo diventate amiche. Eppure Minette rimaneva distante, fredda. Si potrebbe dire che la nostra era un'amicizia unilaterale, eppure ero convinta di piacere a Minette, di essere accettata da lei. La sua unica amica! La sua unica amica allo Schuyler College.
Misi ad asciugare il guanto di Minette, ben nascosto. Quando glielo portai, Minette lo guard dubbiosa, e me lo prese di mano lentamente. Si  tutto ristretto. 
Le spiegai che lo avevo trovato nel canale di scolo, che avevo dovuto lavarlo. Minette se lo infil a forza, pieg le dita. Simulando la voce da finto negro del Sud che a volte adottava per un effetto di crudele comicit, disse: Scusa, sai, ma questo qui non  mica il mio guanto .
Cosa? Minette,  il tuo guanto! 
Non ne ero cos sicura, per. Minette era seduta alla sua scrivania, io stavo in piedi alle sue spalle. Esaminammo il guanto per tutti i versi, mentre Minette girava la testa lentamente. Naa. Non  mica il gemello del mio paio. E' un vecchio scarto buttato per strada. Ecco cos'. 
Dov' l'altro guanto, Minette? Possiamo controllare. 
Non c' bisogno di controllare. Ho detto che non  il mio guanto, e basta. 
La faccia di Minette si era incupita. Era di umore irritabile. Non avrei dovuto interromperla: era ingobbita sulla sua scrivania a lavorare su problemi di calcolo, sospirando in preda all'agitazione. Di quando in quando apriva il cassetto della scrivania, per staccare un pezzo di crostata alle pesche che le aveva spedito sua madre; mangiando mentre lavorava, spargendo briciole sulle sue carte, sui vestiti, sul pavimento.
Minette rise. Questo guanto ti va a pennello, prendilo tu. 
Si sfil il guanto e lo lanci nella mia direzione, come farebbe una sorella maggiore prepotente. Mi parve un gesto di familiarit che presupponeva un qualche tipo di affetto; non volevo pensare che implicasse disprezzo.
Dopo la Venere ottentotta Minette era rimasta imbronciataarrabbiata, imprevedibile nei suoi umori. (Anche se non poteva sapere niente della Venere ottentotta infilata sotto la nostra porta.) Da quella domenica mattina in cui l'avevo seguita alla First Baptist Church di Schuylersville e l'avevo lasciata seduta sulla panchina in riva al fiume. (Anche se non poteva sapere che l'avevo seguita.)
Il giorno dopo l'incidente del guanto, Minette si scus: ammise che aveva buttato via il guanto superstite per il disgusto, quindi non aveva niente con cui confrontare il guanto trovato. Era troppo imbarazzata per dirmelo. La faceva star male continuare a perdere le cose. Oh le spiaceva di essere stata sgarbata, non intendeva essere sgarbata. Gli occhi dalle folte ciglia di Minette, lievemente ingranditi dalle lenti degli occhiali, erano abbassati e sfuggenti; la voce era pressoch impercettibile, un basso, incalzante mormorio, tutto umilt adesso e completamente diverso dalla parodia della parlata strascicata dei negri.
Di colpo ebbi la rivelazione: Questo  Ges che parla. Ges  colui che ama i suoi nemici.
Adesso cominciavo a preoccuparmi che mio padre avrebbe chiamato e sarebbe venuto a trovarmi, e lui e Minette si sarebbero finalmente conosciuti, e l'incontro sarebbe andato male.
Minette avrebbe fatto scena muta se Max l'avesse tempestata di domande. Come aveva interrogato le mie compagne alla scuola preparatoria, cos Max avrebbe cercato di far parlare Minette come una nera americana: una vittima sfruttata, colonizzata, dell'imperialismo caucasico/americano. E Minette si sarebbe risentita per questo, era ovvio. Perch Minette era supremamente se stessa.
Max sarebbe rimasto deluso da Minette. Aveva trattato cause di Pantere Nere, aveva avuto contatti con Angela Davis. Minette rabbrividiva di sdegno per simili comunisti. Non sopportavo che mio padre venisse a sapere che Minette  Swift disprezzava il jazE' e andava fiera di non aver mai sentito cantare Billie Holiday.
Tuttavia, aspettavo la chiamata di Max. S, penso che l'aspettassi.
Genna? Fammi uno squillo,  cos triste qui. V.
Questo foglietto rosa nella mia cassetta delle lettere. Non era contrassegnato URGENTE.
Con un gruppo di ragazze di Haven Hall, andai al concerto di Natale del Bob-o-links nella cappella del college, silenziosa e illuminata dalle candele e splendidamente decorata con stelle di Natale striate di bianco. Sentii Crystal Odom cantare il suo assolo in modo impeccabile. Sentii la perdita, che Minette  Swift non fosse pi nel coro; che si fosse esclusa dal gruppo di canto che aveva tanto apprezzato. Un'altra ragazza, con una potente voce da contralto, era stata scelta immediatamente per prendere il posto di Minette.
Le ragazze del Bob-o-links erano molto dotate. Tutte le loro canzoni erano a cappella, armonizzate in modo ingegnoso. Potevano cantare Silent Night a ritmo di jazE' e potevano rendere inaspettatamente sognante e seducente Let It Sno . Anche le loro canzoni pi sdolcinate erano interpretate con grande bravura.
Bob-o-link! Bob-o-link!
Destato dai primi albori dorati!
Canta i misteri dello spirito ancor non detti!
Per lealt verso la mia compagna di stanza avevo deciso di non andare al concerto, poi per lealt verso la mia compagna di stanza non avrei detto a Minette che ci ero andata.
Stavo lasciando la sala da pranzo, con Minette. Un gruppo di ragazze di Haven House si stava avvicinando, inclusa Crystal Odom. Vidi i loro occhi posarsi su di noi, i loro volti irrigidirsi. Ero in rapporti amichevoli con queste ragazze e ci scambiammo un saluto, ma Minette le oltrepass guardando nel vuoto, come se non vedesse niente. Crystal mi sorrise, e strizz l'occhio. Mi ero congratulata con lei la sera prima, a un sontuoso ricevimento organizzato dalle ex alunne dopo il concerto, e temevo che adesso ne avrebbe parlato, per far dispetto a Minette.
A testa bassa, Minette camminava rimuginando in mezzo al marciapiede, col suo piumino ingombrante e il cappuccio tirato sulla fronte. Chiunque ci avvicinasse doveva spostarsi e camminare di lato. Con ogni probabilit Minette non aveva visto le ragazze della nostra residenza, non si era accorta di Crystal Odom col suo sorriso insolente, quasi a deriderla con noncuranza.
In quell'istante pensai E' stata lei: Crystal.
La rivelazione mi fece battere forte il cuore. Adesso sapevo! Era la pi astuta delle crudelt. Nessuno avrebbe sospettato che la bella Crystal Odom anche solo desiderasse perseguitare la brutta Minette  Swift.
Domenica mattina Minette, ancora vestita come per andare in chiesa, scese compassata le scale e attravers la corte in direzione di Schuylersville. Naturalmente non la seguii. Ormai non sapevo pi se sarebbe andata in chiesa, o sarebbe solo stata lontana per un po' dalla nostra stanza. Sarebbe stato il segreto di Minette, pensai, non l'avrei mai rivelato.
Smisi di immaginare che sarei andata in chiesa con Minette. Non avevo alcun desiderio di andare in una chiesa senza di lei. A volte, sola nella stanza, sfogliavo le copie di Il faro sul davanzale, dando uno sguardo ad articoli quali Il potere della preghiera, Quando Ges chiama. Una volta vidi la fotografia di una giovane donna nera dal sorriso austero che assomigliava a Minette  Swift in modo prodigioso, ma era una straniera: una missionaria d'oltremare di Ges.
Sfogliavo le pagine bordate d'oro della Bibbia di Minette come uno scettico che lanci i dadi.
Poi egli disse ai discepoli: E' impossibile ma quelle offese arriveranno: ma sia maledetto colui, attraverso il quale verranno .
Non ha mai infranto la legge. E tu lo sai, sei sua figlia.
In Pierpont Avenue, a cercare un regalo di Natale per la mia compagna di stanza Minette  Swift. Volevo comprarle qualcosa pur sapendo che lei probabilmente non avrebbe avuto niente per me. Non volevo mettere in imbarazzo Minette, o me stessa. Tuttavia desideravo tanto sorprenderla, farla sorridere, lei che ultimamente sorrideva cos di rado.
Era proprio da me, la figlia di un penalista, tramare in modo cos ossessivo una piccola manovra: l'ultimo giorno prima delle vacanze di Natale avrei dato il regalo a Minette, forse glielo avrei lasciato sulla scrivania. E se Minette non aveva un regalo per me, le sarebbe stato risparmiato l'imbarazzo della mia presenza.
Mi ripromisi di non restarci male, se Minette non aveva niente per me. Mi dissi che non dovevo aspettarmelo, che la nostra amicizia non dipendeva da simili scambi.
Tuttavia, niente di ci che potevo trovare nei grandi magazzini, nei negozi e nelle boutique di Pierpont Avenue sembrava giusto per Minette. La mia speranza era di rimpiazzare i guanti smarriti con dei guanti nuovi, ma una manovra del genere doveva essere eseguita con tatto. Se regalavo a Minette un paio di guanti inferiore a quello che aveva sferruzzato sua madre, Minette avrebbe arricciato il naso Scusa tanto, ma cos' questo?. Se le regalavo dei guanti costosi, sarebbe stato egualmente offensivo. Solo guanti sferruzzati a mano sarebbero stati appropriati per Minette, ma quelli che trovai erano bruttini, fatti a macchina. E nessuno del colore giusto.
Da Alice's Gifts, una boutique che vendeva oggetti artigianali, gioielli e articoli di abbigliamento, c'erano delle belle manopole fatte a mano, ma nemmeno un paio di guanti.
Una donna di mezza et con straordinari capelli bianchi si avvicin discretamente, forse Alice in persona. Indossava uno splendido cardigan fatto a mano, di filato color erica. Era gentile, intendeva solo chiedermi cosa volevo o pensavo di volere, ma io la ringraziai e sgusciai fuori dalla porta. Grazie! Torni quando vuole!  Le parole della donna erano assolutamente sincere, prive di ironia. Non assomigliava affatto a Veronica nell'aspetto o nei modi, ma mi ricord mia madre, e all'improvviso mi ritrovai con il fiato corto e un bisogno urgente di scappare.
Piccola merda. Chi sei tu per giudicare.
Ed ecco una strana coincidenza: il giorno dopo che ero andata a fare compere in Pierpont Avenue, Minette mi chiese con un basso mormorio imbarazzato se volevo andare con lei gi in centro a comprare un po' di cose. Doveva comprare qualche regalo di Natale, disse. Mi chiesi se sapeva che i negozi di Pierpont Avenue erano piuttosto costosi.
Solo due o tre volte da quando ci conoscevamo io e Minette eravamo andate insieme in Pierpont Avenue, e solo alla libreria del college.
Da Laura Ashley, da Sacks e persino nella cartoleria Merrick, essere in compagnia di Minette mi faceva sentire profondamente a disagio. Gli occhi si posavano su di noi e subito si ritraevano. La presenza di Minette in un negozio sembrava scatenare piccoli soprassalti di attenzione, di vigilanza. Con il suo piumino voluminoso e i brutti stivali, con la sua pelle scura-oleosa, la faccia impassibile, senza sorriso, Minette doveva esser parsa alle commesse caucasiche una figura minacciosa e sospetta, e in sua compagnia avevo acquisito parte di quell'aura. Anche quando Minette stava esaminando articoli come portafogli, cinture, candele, che non potevano essere contaminati dal suo tocco, una o pi commesse la tenevano d'occhio. Ci fu chiesto ripetutamente: Posso aiutarvi?  e ogni volta Minette faceva no con la testa e si scostava. Le commesse erano donne, impettite e curate. Nessuna sembrava ricordarsi di me dal giorno prima: la loro espressione era forzatamente educata, e i loro occhi non ci abbandonavano mai.
Mi chiesi: era la negritudine di Minette, o era la sua persona? Crystal Odom sarebbe stata guardata cos, con lo stesso sospetto? E Traci Poole, dalla pelle cacao-chiaro e i lineamenti caucasici e gli abiti chic? C'erano molte altre ragazze dall'aria straniera, ma poche di loro si vestivano e si comportavano come Minette  Swift che sembrava appena arrivata con l'autobus da Sud Philadelphia... Pensare in questo modo mi imbarazzava, mi faceva dubitare di me. Perch non era forse razzista, un simile ragionamento? Le altre possono essere percepite come ragazze della classe media bianca, a dispetto della loro pelle scura, e pertanto essere benaccette nei negozi bianchi; Minette non  per niente bianca. E per niente benaccetta.
Eppure, in ogni negozio, Minette si aggirava con la solita imperterrita padronanza di s, aggrottando la fronte e bofonchiando. Se vedeva qualcosa che le piaceva, era immancabilmente troppo caro: Scusa, eh! Ma chi pagherebbe questa cifra! Bisognerebbe essere molto ricchi o molto stupidi .
Man mano che il nostro giro di compere procedeva, la risata di Minette diventava sempre pi acuta e sprezzante. Ridevamo insieme. Attiravamo l'attenzione, ridendo. Io, che di solito ero discreta in qualsiasi posto pubblico, beneducata fino a rendermi invisibile, adesso provavo l'impulso di comportarmi male. Ero in preda a un desiderio sfrenato di provocare trambusto. Gli occhi delle femmine caucasiche snob si spalancavano per la paura, se io e Minette cominciavamo a comportarci male come si temeva ci saremmo comportate.
Ogni volta che uscivamo da un negozio, immaginavo ci lasciassimo dietro una scia di scambi d'occhiate, di sollievo! Sebbene n io n Minette avessimo commesso alcuna azione degna di nota, tantomeno atti di vandalismo o dissacrazione, ci sarebbe voluto qualche minuto prima che le ondate di shock si calmassero.
Minette  Swift  talmente nera che la sua negritudine straripa sulla sua compagna e tutte e due diventate nere.
Era divertente? Era tragico? Forse era proprio di questo che Minette rideva, istintivamente.
Cercai di convincere Minette a comprare qualcosa alla libreria del college dove ci avevano trattato in modo molto pi civile, ma Minette mi liquid con un'alzata di spalle: Qualsiasi libro prenda per Je el, lei non lo legger, perch gliel'ho preso io. Non riesci a far fare niente a quella ragazza,  cos testarda . Minette parl con una sorta di fiera esasperazione.
Dissi a Minette che avevo conosciuto Je el, di sfuggita. Minette si gir a guardarmi, incredula.
Davvero? Quando? 
Nella Casa di Elias Meade. 
Scusa, eh, quale casa? Dove sarebbe? 
Stavamo attraversando la strada. Fuori, nell'aria fredda e umida di dicembre, non eravamo inclini all'ilarit come lo eravamo state nei negozi. Stavo cercando di non sentirmi delusa che Minette non ricordasse n me n la Casa di Elias Meade, di quel giorno di settembre.
La vecchia casa federalista di mattoni rossi sul campus. Sai, il monumento storico dove viveva Elias Meade. 
Elias Meade... e chi ? 
Il fondatore dello Schuyler College.  Cercai di usare un tono neutro, indifferente. Ma il cuore mi batteva forte per la delusione. C'era mai stato qualcuno altrettanto privo di curiosit, altrettanto egocentrico, della mia compagna di stanza Minette  Swift? Era la sua casa quella in cui ci hanno portato, per la visita guidata. 
Minette sembrava avere solo un vago ricordo della visita guidata. Chiaramente nella sua memoria quell'evento si confondeva con i molti altri del programma troppo fitto di quella Giornata dell'orientamento. Quando accennai di aver visto lei e la sua famiglia per la prima volta proprio l, anche se naturalmente non ci conoscevamo ancora, Minette arricci il naso incredula. Quella vecchia casa? Tipo museo dei pionieri? Tu eri l? Non ci posso credere! 
E invece c'ero, dissi a Minette. Era raro che riuscissi a sorprendere la mia compagna di stanza, per non parlare di stupirla. Adesso mi stava guardando, valutandomi, con genuino interesse.
Le dissi che io e sua sorella Je el eravamo salite insieme su per la scala segreta dietro il camino.
Scala segreta...? 
La Casa di Elias Meade era una fermata dell'Underground Railroad. 
Underground Railroad. 
Minette pronunci queste parole con tono vago, incolore. Non riuscivo a capire se sapesse perfettamente cos'era l'Underground Railroad o se l'espressione facesse scattare solo un ricordo indistinto associato al venerabile argomento della Storia americana.
Descrissi la cucina della Casa di Elias Meade, il grande camino e la canna fumaria, il ripostiglio nella parete, le dissi come Je el ci avesse infilato la testa e prima che qualcuno potesse fermarla era sgusciata dentro, e Minette mi interruppe con esasperante certezza: Je el non c'era. C'eravamo solo io e i miei genitori, e non ci siamo fermati .
No, Minette. Je el c'era, ci siamo arrampicate sulle scale insieme... 
Non mi ricordo di nessuna scala. E di sicuro non ricordo che Je el si sia arrampicata su nessuna scala in nessuna vecchia casa-museo. 
Be', in realt non potevi vedere n lei n me. Eravamo dentro la parete, in questo spazio segreto. Ci siamo arrampicate fin su in cima, nella soffitta, e ci siamo spaventate l al buio, e poi tua madre ha chiamato Je el e l'ha fatta scendere...  Non ero sicura che fosse andata cos, ma sembrava plausibile.
Tuttavia Minette scosse la testa, per niente convinta. Perch sei cos ostinata, cos cieca pensai.
Mi chiesi se fosse un'aspettativa razzista: che un nero sarebbe stato pi percettivo di un bianco in una situazione del genere. Oppure un nero poteva essere altrettanto ostinato, altrettanto cieco di un bianco? Avrei voluto che Je el fosse con noi, per confermare la mia testimonianza. Je el si sarebbe ricordata di me!
Era inutile cercare di ragionare con Minette, si rifiutava di ascoltare. Non volevo pensare di essere io a sbagliarmi, come in una specie di incubo; forse mi ero arrampicata su per quelle scale con la sorella minore di un'altra ragazza nera, e in seguito avevo confuso quella ragazza con Minette  Swift... Avevo dimenticato persino mia madre, dopotutto.
Una macchina suon forte il clacson. Ero finita in mezzo al traffico, distratta, inconsapevole di un semaforo rosso. Minette mi afferr il braccio, con forza notevole, e mi tir indietro con uno strattone.
Scusa, eh! 
Ero mortificata. Ero imbarazzata. Ero quasi stata investita da una macchina, Minette mi aveva salvata.
Continuammo a camminare, in silenzio. Minette ansimava, il suo fiato fumava nell'aria fredda. Era la prima volta che Minette mi toccava. C'era una leggera tensione tra noi. Non provai nemmeno a dissuadere Minette dall'entrare da Alice's Gifts, la boutique pi raffinata e costosa di Pierpont Avenue.
Un campanello tintinn delicatamente sopra la porta, per segnalare il nostro arrivo. Eravamo le uniche clienti nella boutique. Ed ecco che apparve prontamente la donna dalla schiena dritta e i capelli bianchi con il suo fantastico cardigan fatto a mano, salvo che oggi quella signora teneva le braccia incrociate sul petto e il suo sguardo preoccupato mi scavalc completamente. Con un'espressione prossima allo sgomento stava fissando Minette. Posso... posso aiutarvi? C' qualcosa di particolare che volete vedere? 
Minette era in una delle sue lune bellicose, guardava con occhio torvo indumenti, borsette, gioielli esposti in modo diverso dalla mercanzia in mostra in negozi pi convenzionali: appesi in piccoli gruppi, piegati con cura e disposti a ventaglio sui lucidi ripiani di tavoli illuminati da lampade, in custodie di plexiglas impilate come opere d'arte in una galleria. Sete, satin, velluti; indumenti fatti a maglia e all'uncinetto; abiti lunghi, gonne, camicette di pizzo, giacche di cachemire ed eleganti scialli con frange; gioielli fatti a mano che sembravano galleggiare nell'aria, illuminati. Minette si aggirava per il negozio con impazienza, frugando tra gli abiti appesi, brancicando i capi di vestiario piegati con cura sui tavoli, e la signora dai capelli bianchi la seguiva dappresso con un'espressione addolorata.
Tshhhh!  Minette tir su un cardigan di maglia fatto a mano, nei colori dell'arcobaleno. Sarebbe stato ideale per la sorella minore Je el, non fosse che, come sapevo per averlo chiesto il giorno prima, costava quasi duecento dollari. Minette sbuff con aria sprezzante e lo lasci cadere; scivol gi dal tavolo sul pavimento, dove, come per un riflesso automatico, senza pensarci, Minette gli diede un calcio.
La donna dai capelli bianchi si lasci sfuggire un piccolo grido: Scusate! Mi dispiace tanto, ma devo chiedere a voi ragazze di andarvene. Chiudo presto oggi pomeriggio... .
Le tremava la voce. Mi dispiaceva per lei, era cos in ansia per le sue belle cose. Perch Minette si stava aggirando nella piccola boutique col suo passo pesante, aggrottando la fronte e borbottando tra s come se non avesse udito le parole della donna, o, avendole udite, stesse decidendo di ignorarle finch ne aveva voglia. Cercai di portarla via, ma lei si divincol con uno strattone, accompagnato da un irritato: Scusa, eh! . La faccia di Minette sembrava una scultura intagliata in un legno scuro, senza et e senza sesso e sorda a qualsiasi appello come lo sarebbe un idolo di legno. Mi colp il pensiero Se questa donna chiama la polizia! Se ci arrestano!.
Avrei chiamato mio padre, chiedendogli aiuto. Peccato che non sapessi dov'era mio padre.
Alla fine Minette cedette e si diresse a grandi passi verso l'entrata del negozio. Come una bambina cattiva scosse la porta per far tintinnare freneticamente il campanello, e con voce carica di sarcasmo adolescenziale disse: Signora, Ges la ama lo stesso .
In una nebbia da mal di testa seguii Minette fuori dalla boutique, senza riuscire a scusarmi con la donna dai capelli bianchi che avevamo spaventato. Sulla nostra scia, si precipit verso la porta e la chiuse a chiave. La immaginai che cercava di riprendere fiato mentre il cuore le batteva pericolosamente forte. Non aveva l'et di Veronica, ma almeno vent'anni di pi.
Pensai Adesso avr paura dei neri e li odier per sempre. Questa  la vendetta di Minette  Swift.
Disgustata, Minette aveva rinunciato a cercare dei vestiti. Per intendeva comprare candele di Natale. Era un vero sollievo, perch Minette poteva comprare le candele da  ool orth, il grande magazzino di articoli a basso prezzo dove gli avventori neri non venivano messi in imbarazzo.
Candele! Strano vederne una simile variet, non solo candele di Natale, ma ogni genere di candele. Ero colpita dall'interesse di Minette. Mentre era stata irritabile e di cattivo umore nei negozi pi costosi, adesso sceglieva con calma i suoi acquisti: lunghe candele affusolate al profumo di sempreverde; candele color crema al profumo di fiori; candele rosse luccicanti di pagliuzze dorate; tozze candele verdi con piccoli manici d'argento. C'erano candele a forma di alberi di Natale e candele a forma di angeli. In questo periodo dell'anno, disse Minette, asciugandosi il naso, casa sua le mancava da morire perch a questo punto dovevano aver gi montato l'albero e lei aveva sempre aiutato a decorarlo con alcuni degli ornamenti speciali che aveva realizzato con le sue mani alla scuola domenicale, quando era ancora bambina. E tutto questo  successo a casa mentre io non c'ero, inchiodata qui in collegio.  Alle finestre della loro casa, al piano di sopra e da basso, c'erano delle lucine che rappresentavano candele accese, e nella Temple Vale c'erano candele vere e proprie, e la sua zia preferita, Florence, che era stata missionaria nelle Filippine finch non si era ammalata e aveva dovuto tornare a  Washington, aveva questa consuetudine per cui ogni Natale onorava Ges con candele nel suo soggiorno che formavano una croce lunga sei metri e larga un metro e mezzo, e la vigilia di Natale tutti i parenti venivano a casa di zia Florence per una veglia di preghiera dalle undici a mezzanotte. Puoi essere pieno di discordia e di odio, eppure Ges verr nel tuo cuore. Puoi essere una persona cattiva, spregevole, che dice maldicenze e si comporta male come il peggiore dei peccatori, eppure Ges verr nel tuo cuore se glielo consenti. Se sei un peccatore, crudele con la gente, come anch'io a volte sono crudele con la gente  mi confid Minette con voce esitante Ges ti ama lo stesso. E' per questo che l'ho detto a quella donna di prima, Ges la ama e forse ama anche me. Questo  il messaggio di Ges e il motivo per cui  venuto al mondo alla vigilia di Natale.  Minette parl con una strana sincerit infantile. C'era da non crederci che questa fosse la stessa ragazza che era stata sgarbata e minacciosa con la donna dell'Alice's Gifts solo pochi minuti prima.
Ispirata da Minette, comprai parecchie candele anch'io. Non quelle dal profumo pesante ma quelle senza odore, che non gocciolavano. Dissi a Minette che una veglia di candele sembrava molto bella, e spirituale. Anche se speravo che Minette non avrebbe acceso nessuna delle sue candele profumate nella nostra stanza surriscaldata, perch anche le candele spente mi irritavano le narici, come il profumo scadente.
E io lo avevo visto osservarci. Seguirci con gli occhi in Pierpont Avenue. Seguirci da  ool orth dove Minette aveva comprato le candele. Un estraneo, un uomo dalla pelle scura. Un baluginio di occhiali.
S io vidi ma no, non vidi. I miei occhi videro, io non ci feci caso.
Ed ecco che, una settimana prima delle vacanze natalizie, Minette fu vista nel campus in compagnia di un uomo dalla pelle scura!
E nel caff di fianco alla libreria, Minette  Swift seduta a un tavolo vicino alla vetrata con un uomo dalla pelle scura, i due che parlavano animatamente tra loro.
Ci crederesti? Minette? 
E lui com'? 
E' pi vecchio, sulla trentina forse. Porta gli occhiali. Non  alto. Un tipo abbastanza comune, direi. Vestito come un insegnante. 
E' nero? 
E' nero. 
Qualcuno della chiesa di Minette, forse. 
Quale chiesa? 
La gente pensa che Minette vada in chiesa in citt, probabilmente alla chiesa battista. L'hai vista, no? La domenica mattina. 
Avevo sentito tutto questo prima di vederli insieme con i miei occhi. Incredula, lo avevo sentito dalle ragazze di Haven Hall. Avevo sorriso, per dimostrare che non ero scioccata. Avevo sorriso, per dimostrare che non ero gelosa. Sorridevo, anche se mi doleva la faccia.
Nella nostra stanza Minette canticchiava rumorosamente tra s. Era eccitata, distratta. Quando squillava il telefono fuori sul pianerottolo, alzava gli occhi accigliata e vigile.
Perch non vuole dirmelo! pensavo.
Forse non  il suo ragazzo. E' qualcos'altro.
Alla fine li vidi insieme. Minette  Swift in compagnia di un nero abbastanza giovane, intenta ad ascoltarlo mentre parlava con lei, che gli sorrideva timidamente; e non indossava il piumino ingombrante ma il suo bel cappotto rosso con il collo di pelliccia di leopardo. In testa si era annodata una sciarpa bianca di angora. Le sue labbra carnose brillavano di rossetto color magenta.
Mi chiesi se quelle labbra erano gonfie per aver baciato. Non volevo immaginare Minette  Swift che baciava, e veniva baciata.
Minette e il suo nuovo amico erano fermi sul marciapiede di fronte a Haven House. Vidi che non si tenevano per mano. Vidi che il nero mi era familiare: perch? Non c'era niente di particolarmente notevole in lui. Era pi alto di Minette solo di cinque o sei centimetri. Portava occhiali cerchiati di tartaruga, la testa era coperta da capelli crespi scuro-opachi. Il torace era solido, il collo grosso. Le gambe sembravano accorciate dalla prospettiva. Indossava un soprabito di t eed beige, stivaletti marroni ben lucidati. Da  ool orth. Ci stava osservando.
Mi vide. Proprio mentre mi stavo allontanando, facendo finta di non aver visto Minette. Parl con lei e Minette si volt a guardarmi, ma io mi ero gi girata dall'altra parte, camminavo spedita, e avrei finto di non sentire se Minette mi avesse chiamata. Non mi sarei girata a guardare.
Perch ero cos turbata! No, non ero turbata.
Pensavo Minette mi ha salvato la vita. Quantomeno mi ha salvato dal pericolo. In Pierpont Avenue. E' successo troppo in fretta per essere apprezzato come doveva e non ne parleremo mai, non l'ho mai ringraziata. Probabilmente lei lo ha dimenticato. Sarebbe imbarazzata a ricordarlo. Ma  cos.
Pensavo Se lei lo ama, sar felice. Voglio che Minette sia felice.
Pensavo Ma se le fa del male?.
I miei timori snobistici erano infondati, Minette non accese una singola candela profumata nella nostra stanza. Le aveva messe via per portarle con s a  Washington. Le candele erano importanti per lei, non le avrebbe sprecate per me. Ne sentivo solo vagamente l'odore, da una delle sue valigie in cui erano impilate avvolte in carta da regalo.
Come avevo programmato, lasciai il regalo di Natale per Minette in modo da risparmiarle l'imbarazzo in caso non avesse avuto niente per me. Il mio regalo era la bellissima borsa a tracolla di pelle italiana che Veronica aveva comprato d'impulso per me al Valley Forge Mall, avvolta in modo allegro quand'anche maldestro in vivace carta stagnola rossa. Su un bigliettino avevo scritto
Buon Natale, Minette!
Ci vediamo nell'anno nuovo.
Con affetto,
Genna
Con affetto, Genna! Era rischioso da parte mia scrivere una cosa cos intima alla mia compagna di stanza Minette  Swift che disprezzava tanto l'eccessiva confidenza.
Stetti alla larga da Haven House finch non fui sicura che Minette era partita per  Washington con un autobus Greyhound. Quando tornai vidi la stagnola rossa appallottolata nel cestino della carta straccia di Minette e la borsa italiana in bella mostra sopra il suo cassettone. Con la fretta palese dell'ultimo minuto, Minette aveva preparato un modesto regalo per me: due delle candele al profumo di sempreverde lasciate sulla mia scrivania con un cartoncino di Babbo Natale che diceva
Buon Natale
Sinceramente tua,
Minette  Swift

TERZA PARTE

Buon Natale
Tra madre/figlia c'era la tacita intesa che nel Valley Forge Mall tra i canti natalizi sparati dagli altoparlanti Io non avevo sentito niente, capito niente. Indovinato niente.
Tra noi vigeva la tacita intesa che nessuno mi aveva sibilato tra i denti Cosa ne sai tu, piccola merda.

Vacanze
Eravamo popolari, a quanto pareva. Non  difficile essere popolari tra persone anziane sole. Veronica scherz con mestizia: Una volta flirtavo con gli uomini. Adesso flirto con le vecchie signore .
Eravamo state invitate a stare da ricchi Meade a Philadelphia. Eravamo state invitate a stare da ricchi Meade a  ilmington. Eravamo state invitate a stare da ricchi Meade a Manhattan. Eravamo state invitate a stare da ricchi Meade a Midnight Key, Florida, nel golfo del Messico.
Un'allegra vacanza vertiginosa. Veronica voleva tenere madre/figlia in movimento, senza mai fermarsi.
In ciascuna di queste case c'erano alberi di Natale con splendide decorazioni. C'erano ornamenti luccicanti sugli alberi, gli aghi dei sempreverdi emanavano la loro scura fragranza potente. Chiusi gli occhi non volendo che mi vedessero piangere.
Non volendo che mi guardassero con piet Quella povera ragazza! Le manca suo padre a Natale dove sar mai finito quell'uomo e quale sar la sua scusa stavolta!.
In ciascuna delle case aprimmo regali incartati in modo meraviglioso.

Capodanno 1975
... mi sveglio nel mio letto nella casa di Chadds Ford sentendo attraverso la parete di cartongesso (ma non c' nessuna parete di cartongesso) un basso suono disperato di molari digrignati. Borbottata, quasi impercettibile, la preghiera Padre nostro! Che sei! Nei cieli! Sia santificto....

Testimonianza
Gen-na! Tuo padre. 
Tardo pomeriggio del giorno di Capodanno del 1975 e Veronica me lo grid su per le scale con voce tremante.
Fin dal mattino, la neve stava cadendo in ciuffi soffici come batuffoli di cotone, coprendo il terreno collinoso, gli ettari di bosco intorno alla casa di Chadds Ford.
Avevamo evitato la casa di Chadds Ford per molti giorni. Non avevamo voluto trascorrervi le vacanze. Eravamo arrivate tardi la sera prima, madre/figlia sfinite dall'allegro e vertiginoso sforzo di tenerci in movimento, senza mai fermarci.
Alzai il telefono nella mia stanza. Con gioia?
In realt con riluttanza. In realt con timore.
Chiusi gli occhi cercando di ricordare la sua faccia. Ed ecco la famosa voce roca come legnetti che scoppiettano nel fuoco.
Genna, tesoro! Mi sei mancata. 
Mormorai s. Era un modo per dire Mi sei mancato anche tu, pap senza pronunciare le parole.
Questi ultimi mesi! Ma presto... 
Ascoltavo attentamente. Tenevo il ricevitore stretto nella mano sudata premuta forte contro l'orecchio come potrebbe tenerlo una bambina timorosa che anche una sola sillaba di una preziosa parola rotoli sul pavimento e vada persa.
... no, assolutamente non separato da tua madre. O da te, tesoro. E' solo che ci sono delle complicazioni. Non personali, ma professionali, legali. Posso disperare per come vengono interpretate e applicate le leggi in questo paese ma non perdo mai la fede nella legge come la prima regola di civilt e cos - a volte! - ci sono delle complicazioni quando i clienti vogliono che pieghi un po' la legge per aiutarli, e io non posso. Un giorno, ti spiegher.  Questo piccolo discorso era appassionato e apparentemente pronunciato con spontaneit, non era insolito per Max Meade parlare in questo modo, anche intimamente, eppure non potei fare a meno di pensare Se questa conversazione viene registrata mio padre sta fornendo una testimonianza a suo favore.
Ci fu una pausa. Genna? Sei l? 
Mormorai s pap.
Risi, civettuola. Dove pensi che sia se non qui, pap.
Parlammo per quasi quaranta minuti. Max mi fece le domande che c'era da aspettarsi. Quali erano i miei corsi allo Schuyler, se ammiravo i miei insegnanti, chi erano le mie amiche, quali erano le mie attivit e i miei interessi. Cosa stavo leggendo e, soprattutto, cosa stavo pensando.
Era una domanda che mio padre lanciava spesso a me e mio fratello: Che pensieri stai pensando?. Era una domanda casuale, eppure non cos casuale. Perch la risposta sbagliata era Niente!.
Alla fine, Rickie si rifiutava di rispondere. Io rispondevo sempre con la mia voce da allieva brillante che desidera accontentare suo padre Max Meade, notoriamente difficile da accontentare.
Tuttavia, quando parlai a Max dei miei corsi al college, quando descrissi uno o l'altro dei miei insegnanti, cercando di essere spiritosa, divertente, provocatoria, sentii che la sua attenzione vacillava. Cosa poteva importare a Maximilian Meade, che era stato educato come storico, degli sforzi amatoriali e delle ingenue scoperte di una diciottenne che faceva ricerca sulla vita e l'opera di Henry Adams...
Tu sei la discendente di individui eroici, Genna. Il tuo bisnonno Elias, la tua bisnonna Generva. Spero tu non sia sopraffatta dal loro esempio, ma non dovresti nemmeno darli per scontati. 
Mi batt il cuore per il risentimento. Non era probabile che dessi per scontati gli illustri Meade, tuttavia: che importanza poteva avere che lo facessi o no?
Non sapevo come rispondere. Forse non c'era una risposta. Mio padre non mi aveva mai parlato in questo modo. Sembrava pi vecchio, pi triste. Non il Max che si sarebbe fatto beffe di tanta solennit, ma Maximilian Meade, lo storico.
Mi tremava la voce. Fui obbligata a fare a Max le domande che ci si aspetta una figlia faccia al proprio padre in simili circostanze: come stava, dov'era, a quale causa stava lavorando, quando lo avrei rivisto, quando sarebbe venuto a trovarmi allo Schuyler? Le mie domande erano sincere anche se sapevo (lo sapevo!) che Max non avrebbe risposto alla maggior parte in modo diretto.
Era uscito sulla stampa, sul Philadelphia Inquirer per la precisione, che Maximilian Meade era uno dei numerosi avvocati attivisti impegnati nelle cause di appello contro le lunghe condanne inflitte a molti contestatori della guerra che erano stati giudicati colpevoli di una serie di attentati dinamitardi negli ultimi anni Sessanta e nel 1970-71, e correva voce che Max Meade fosse in contatto con altri contestatori che si erano dati alla latitanza dopo il rilascio su cauzione o erano sfuggiti all'arresto e si pensava vivessero negli Stati Uniti sotto falsa identit. Uno di questi contumaci della giustizia era Ansel Trimmer ma sapevo che non dovevo chiedere di Ansel Trimmer. Qualunque cosa io non sappia, non mi riguarda e non devo saperla.
E' questa la saggezza, credo. Saggezza di figlia.
Non la saggezza dello storico. Quella sarebbe venuta dopo, in un'epoca pi fredda.
Perch uno storico non pu essere figlia, figliolo. Uno storico dev'essere orfano. Nessun retaggio.
... quella tua compagna di stanza, quella giovane ragazza nera di cui hai parlato. Spero di conoscerla presto. 
Minette stava bene, dissi a Max. Era a casa sua a  Washington, per le vacanze.
Come trattano i neri allo Schuyler? Piuttosto bene, vero? 
Esitai. Piuttosto bene, s.
Ero restia a nominare l'argomento del disegno razzista infilato sotto la nostra porta. Perch Max si sarebbe immediatamente allarmato, da avvocato qual era avrebbe voluto interrogarmi, probabilmente avrebbe contattato il rettore del college senza por tempo in mezzo! Stimolare Max Meade equivaleva a gettare un fiammifero acceso in un materiale infiammabile. Non potevo dirgli che segretamente sospettavo ci fosse lo zampino di un'altra ragazza nera dietro la disgustosa Venere ottentotta perch non avevo prove, e non ne avrei mai avute; e non c'erano state altre molestie. (Almeno per quel che ne sapevo.) Sarebbe stato da irresponsabili suggerire a Max che c'era razzismo allo Schuyler College perch in verit non pensavo che ci fosse.
La tua compagna di stanza ha una delle borse di studio Alden, giusto? Per merito. 
S. Era cos.
Quindi  una ragazza sveglia, eh? Quelle borse di studio sono competitive. 
S. Era cos.
Hai conosciuto la sua famiglia, dice Veronica? Il predicatore? 
Mormorai un vago s. Conoscevo gli  Swift.
Veronica mi stava dicendo che tu e questa Minette siete diventate molto intime e che lei, Veronica, ha notato un netto cambiamento in te quest'autunno. 
Questa era nuova! Risi, infastidita. Quasi tutto quello che Veronica riferiva sul mio conto era striato di inesattezze, come una muffa. Chiesi cos'era questo netto cambiamento che Veronica sosteneva di aver visto in me.
Dice che stai diventando pi religiosa, pi spirituale. Non hai proposto di andare a messa la vigilia di Natale? 
Ma non sul serio! Era stata solo un'osservazione, buttata l.
Sai cosa ne penso della religione, Genna. Ma se il cristianesimo ha una qualche attrattiva per te in questa fase della tua vita, mi sta bene. Rispetto la tua ricerca, tesoro: Che cento fiori fioriscano. Anch'io ho avuto una fase religiosa da ragazzino, avevo qualche anno meno di te. Nel 1937, prima dei nazisti cristiani, quando ancora si poteva prendere sul serio la religione. 
Sentii la sferzata delle parole di Max. Come una frusta che rimbalzava leggera sulla mia pelle nuda, facendo uscire il sangue senza lasciare il segno. Era crudele da parte di mio padre parlarmi con tanta condiscendenza, come se fossi una versione ritardata di se stesso.
Veronica esagera, pap. A seconda dei dosaggi dei suoi farmaci. Dovresti saperlo. 
Tesoro, lo so bene! Ma c' della verit in questo, penso. 
Ero irritata anche con Veronica. Parlare di me alle mie spalle a quel supremo razionalista di mio padre, per ridicolizzarmi.
Confessai che avrei voluto andare in chiesa con Minette ma non sembrava che lei mi volesse: L'ho perfino seguita una domenica, ma non ha funzionato. Ero molto delusa . All'improvviso le mie parole divennero precipitose e lacrime d'indignazione mi bruciarono gli occhi.
A Minette sembra non interessi convertirmi. Penso di essere solo una ragazza bianca ai suoi occhi, non potr mai essere una sorella. 
Sai, tesoro. In un certo senso  vero. 
Ma io ci provo. Ci provo, pap. Io sono estraneo alla razza bianca... l'hai detto tu. Io ci provo con tutte le mie forze. 
Max rise imbarazzato. Odiava sentirsi buttare in faccia le sue stesse parole dai discepoli perch nessuno poteva pronunciare parole simili con lo stile di Maximilian Meade. Noialtri eravamo solo caricature, disegni umoristici della sua persona.
Ho fatto questa osservazione anni fa, Genna. In occasione di un discorso alla raccolta di fondi per le Pantere Nere a Chicago. Lo pensavo sul serio allora e in una certa misura lo penso ancora, per dicevo: Vorrei essere estraneo alla razza bianca, perch mi vergogno della razza bianca. Ma di fatto io sono bianco, sono nato bianco, questo  quel che mi ha riservato la sorte e devo accettarlo. Le Pantere Nere ripudiarono i loro simpatizzanti bianchi e li espulsero dai loro raduni, e avevano ragione. Forse questa Minette Smith... 
...  Swift. Si chiama  Swift. 
... non crede che... 
Minette non  una Pantera Nera, pap! E' una cristiana. 
S, ma forse non ti vuole come sorella. E' un suo diritto, tesoro. 
Ma  ridicolo. E' ingiusto. 
Ti sembrer ingiusto, ma questa ragazza ha tutto il diritto di non provare simpatia per te, per quanto lei possa piacerti. Se vuole, pu detestare l'intera razza bianca. E non sarai tu a cambiarla. 
Pap, ma cosa stai dicendo! Pensavo fossi un attivista, pensavo credessi nel cambiamento. Io posso, e ci riuscir. 
No. Ma ci puoi provare. 
Questo  ridicolo! Non posso credere che proprio tu, Max Meade, dica una cosa simile. Noi tutti dobbiamo provarci, dobbiamo fare qualcosa di pi che provarci. E tu lo sai. 
Max tacque. Potevo vedere il suo cipiglio. Da avvocato qual era non tollerava di essere contraddetto.
Senti, possiamo parlarne un'altra volta. Stai dicendo cose irrazionali, Genna. Sei stata sotto pressione ultimamente. 
Io non sono irrazionale, pap. Io non sono... non ho niente a che fare con qualsiasi giudizio tu esprima su di me dalla tua prospettiva superiore, perch tu non mi conosci. 
Ecco, l'avevo detto. Avevo accusato Max Meade di ignoranza.
Con calma, disse: D'accordo, tesoro. Ne parleremo un'altra volta... .
E' questa, l'altra volta, pap! Ricordati che mi avevi chiamato in ottobre promettendo che saresti venuto a trovarmi. Il fatto  che tu non conosci Minette  Swift, e di sicuro non conosci me. Non hai il diritto di esprimere il tuo tronfio giudizio fascista da pap bianco. 
Accidenti, l'avevo detto! La mia voce s'incrin per lo sforzo di non scoppiare in una risata sprezzante come Minette  Swift nei negozi di Pierpont Avenue.
Genna, hai ragione. Non ho il diritto. Adesso riattacco, tesoro. Tu sei arrabbiata con me e non posso biasimarti, ma adesso devo proprio riattaccare. 
E riattacca, allora. Ges ti ama lo stesso. 
Era del tutto irrazionale, la mia battuta d'addio. Ma era stato delizioso, eccitante. In silenzio, interruppi la comunicazione e ascoltai il segnale di libero ed ebbi il pensiero consolante Se questa conversazione  stata registrata entrambi abbiamo fornito una testimonianza a nostro favore.

Anno nuovo
Trepidante per la settimana di ripasso, gli esami finali e il nuovo semestre di primavera, tornai allo Schuyler College con due giorni d'anticipo. Minette  Swift torn con tre giorni di ritardo, appena in tempo per l'esame di matematica.
La sua prima risposta dell'anno nuovo alla mia allegra domanda su come avesse passato le vacanze di Natale fu un'alzata di spalle.
Ero cos delusa! Mi ero immaginata una rimpatriata molto diversa dopo una separazione di ventitr giorni.
Ma a quanto pareva, Minette non desiderava molto tornare allo Schuyler. C'era risentimento e pesantezza nella sua andatura. Borbottava tra s, sospirava. Aveva esami da preparare, compiti da consegnare. Analisi di laboratorio di biologia da completare. Da alcune osservazioni mi parve di capire che i suoi voti erano migliorati, ma solo dopo molti sforzi, e Minette sembrava detestare gli sforzi necessari: I gigli del campo non faticano. Vorrei essere uno di loro .
Non sarebbe molto divertente essere un giglio, Minette. Arriverebbe qualcuno a coglierti. 
Minette sospir, toccandosi il naso. Bofonchiando quello che suon come un Magari!.
Minette aveva la nuova abitudine di salire pesantemente le scale, entrare nello studio senza fiato e buttare i libri sulla scrivania in una cascata assordante. Se alzavo gli occhi con una smorfia per il rumore, borbottava uno Scusa, eh quasi impercettibile.
Mi era parso ci fossimo separate in rapporti amichevoli, in dicembre. Eppure adesso, in gennaio, Minette era distante, lunatica. A volte, quando parlavo sembrava non sentirmi e se rispondeva lo faceva in modo distaccato, senza sentimento, come se parlare con me, pronunciare anche poche parole, fosse per lei uno sforzo eccessivo. Aveva messo su peso durante le vacanze, e sembrava pi vecchia.
A  Washington era andata dall'oculista che le aveva prescritto lenti nuove, e un nuovo paio di occhiali: la montatura rosa conchiglia da scolaretta era sparita, e adesso Minette portava occhiali cerchiati di tartaruga con le lenti pi spesse.
Mi fecero ricordare il robusto giovanotto nero che Minette vedeva in dicembre, ma che in gennaio non era ancora comparso all'orizzonte.
In gennaio faceva molto freddo. Ogni giorno Minette indossava lo stesso tipo di indumenti: camicia con bottoni sulle punte del colletto e un pullover con scollo a V, pantaloni di lana, l'ingombrante e sgraziato piumino col cappuccio. Aveva dei guanti nuovi, foderati di montone per tenere caldo. Facevano sembrare le sue mani gigantesche. Aveva un nuovo paio di stivali impermeabili con robuste punte rinforzate che davano ai suoi piedi l'autorit di zoccoli d'animale. La domenica mattina Minette si metteva la sua tenuta da chiesa ma insisteva perversamente nel portare la sua vecchia borsa da signora di mezza et.
Cosa ne aveva fatto della borsa italiana? Era un mistero!
Quando ero tornata nella stanza in gennaio, c'era la borsa esattamente dove Minette l'aveva lasciata, sul ripiano del suo cassettone. Qualche giorno pi tardi, dopo che Minette era tornata, la borsa era scomparsa. (Nell'armadio di Minette?) Minette non accenn nemmeno una volta alla borsa, e io non glielo avrei mai chiesto.
Le candele al profumo di sempreverde che Minette aveva lasciato per me le avevo portate a casa a Chadds Ford e una sera che io e Veronica stavamo cenando insieme, cosa assai rara, le avevo accese, ma l'odore d'incenso era troppo forte anche per l'ex figlia dei fiori.
Veronica rabbrivid. Un trip di acido sniffato! Sono troppo vecchia. 
Veronica mi chiese della borsa a tracolla italiana, vedendo che portavo ancora la mia vecchia borsa malconcia. Le dissi la verit: avevo dato la borsa alla mia compagna di stanza Minette  Swift come regalo di Natale. Veronica era inorridita, ferita. Ma quello era il mio regalo per te, Genna! Non avevi il diritto. 
Avevo la faccia bollente. Non mi difesi.
Odio le cose materiali. Mi ricordano solo quello che non posso avere. 
Adesso nel nuovo anno 1975, quando il telefono squillava sul pianerottolo fuori dalla nostra stanza a Haven House, Minette s'immobilizzava. Talvolta, alla sua scrivania, si piegava in avanti premendosi le nocche sulle orecchie in un gesto infantile di pianto.
Inevitabilmente, la chiamata era per qualcun altro. A volte persino per me.
Minette sospirava pesantemente. Spostava le natiche facendo scricchiolare la sedia, apriva il cassetto della scrivania e rovistava in cerca di uno snack stantio. A volte, a mio beneficio, schioccava le labbra rumorosamente in un moto di autoderisione.
Ingordo porcellino! Ecco cos' la nostra Min-ette. 
A parte i genitori di Minette, che chiamavano spesso nel tardo pomeriggio, sembrava che nessun altro chiamasse Minette  Swift. A met gennaio / settimana di esami, il giovane nero con gli occhiali di tartaruga non si era ancora fatto vedere. Altre ragazze della residenza mi chiesero che fine aveva fatto il ragazzo della mia compagna di stanza, se Minette mi aveva detto qualcosa di lui.
Minette non parla della sua vita privata. E' troppo orgogliosa.  Lo dissi per difendere Minette, ma suon sbagliato.
Naturalmente, Minette non mi aveva detto niente. N io glielo avevo chiesto. Non mi sarei mai sognata di chiederglielo! Salvo che Minette, una sera verso la fine della settimana di esami, dopo un po' che sfogliava le pagine dai bordi dorati della sua Bibbia in una specie di trance plumbea a occhi aperti, di colpo mi disse: Lui voleva conoscerti, credo. Quella  la tua compagna di stanza? mi ha chiesto .
Ero sbalordita da questa affermazione sbucata dal nulla. Minette l'aveva enunciata in modo freddo e inespressivo, come se fosse soprappensiero. Continu a girare le pagine della Bibbia.
C'era stato molto trambusto nella vita di Minette nelle ultime quarantotto ore. Era uscita barcollando dal nostro esame di biologia, in preda al panico, e aveva dovuto essere portata in infermeria: stava per svenire, temeva di avere un'emorragia cerebrale. In seguito chiese, e ottenne, un incompleto nel voto per il corso di letteratura americana, il che significava che Minette avrebbe avuto del tempo in pi per finire il compito di fine semestre, e avrebbe fatto l'esame finale a un certo punto del semestre successivo. La votazione incompleto veniva accordata di rado allo Schuyler tranne che per motivi di salute, emergenze familiari, costrizioni estreme. Per giorni Minette era stata in ansia per questi esami e adesso la pressione si era allentata, almeno temporaneamente. (Mi ero offerta di leggere per intero il compito di fine semestre di Minette e di studiare con lei per l'esame, che includeva passaggi di identificazione degli autori, ma lei aveva rifiutato altezzosamente: Scusa tanto, eh! Non mi hanno mica tirata su come un vecchio mulo con quattro zampe rotte .) Adesso Minette sospir, e mi lanci un'imperscrutabile occhiata in tralice attraverso la stanza.
Chi voleva conoscermi, Minette? 
Minette fece spallucce. Oh, lui. Lo sai. Quel tipo che circolava da queste parti, il mese scorso. 
Ma perch voleva conoscermi, Minette?  Pensai che Minette mi stesse prendendo in giro. Era tipico da parte sua convincermi a credere qualcosa di improbabile per poi ridere di me come si potrebbe ridere di una sorella minore un po' tonta. Durante le interminabili vacanze di Natale, nella stanza degli ospiti di uno o l'altro dei ricchi parenti Meade, mi ero rintanata a leggere Richard  right, James Bald in, Ralph Ellison eppure non riuscivo ancora a capire la mia compagna di stanza Minette  Swift.
Hendrick Cornish. Almeno cos diceva di chiamarsi. 
Hendrick Cornish. Il nome non mi diceva niente. Ricordavo di aver visto Minette con il giovane nero, sul marciapiede innevato davanti alla nostra residenza. Lui mi aveva notato e aveva detto qualcosa a Minette, e lei si era girata verso di me, ma io me l'ero squagliata...
Con la sua voce piatta e incolore, Minette mi disse che questo Hendrick Cornish era uno studente del primo anno di legge alla Pen. Lo aveva incontrato nella libreria di Pierpont Avenue. In tutto l'aveva chiamata cinque volte ed erano usciti insieme tre volte, ma sempre a piedi, mai con la sua macchina. Ha detto che mi avrebbe chiamato durante le vacanze e forse sarebbe venuto a  Washington a conoscere i miei, e sembrava cos sincero!... ma non  mai venuto. E non ha mai chiamato, neanche una volta. Sono cos contenta di non aver detto niente a nessuno di loro, a casa, altrimenti lo avrebbero aspettato e chiss che grana avrebbe piantato mia mamma. Cos posso dimenticarlo.  Minette stava girando le pagine della Bibbia in fretta, con impazienza. La sua espressione era sprezzante.
Impacciata, dissi: Non  passato tanto tempo, davvero. Forse  successo qualcosa alla sua famiglia, ne succedono tante a Natale. Sembrava simpatico... .
Simpatico era una parola cos debole che Minette mi interruppe con impazienza. Sai, ero nella libreria e questo tipo si fa avanti. E' molto educato, cordiale. Ha detto che voleva visitare la biblioteca del college per esaminare un certo archivio abolizionista. Diceva che stava scrivendo un saggio di legge. Aveva preso una laurea in storia allo Spelman. Mi ha chiesto se mi andava di prendere un caff con lui e io gli ho detto di s.  Minette pronunci le parole tutte d'un fiato. Sembrava non sapere se era ferita, o arrabbiata, o sgomenta, o perplessa; se avrebbe dovuto essere indignata, o se tanto valeva riderci sopra. Insomma, io ho gi avuto dei ragazzi. Ci sono stati ragazzi che mi chiamavano e mi invitavano a uscire, ragazzi della Temple Vale, per lo pi. Ma questo non era un ragazzo qualsiasi, Hendrick  un uomo adulto, uno studente di legge. Era un uomo gentilissimo! Avrebbe fatto colpo su mio pap, che dice sempre a me e Je el che dovremmo stare molto attente nelle nostre scelte perch ci sono ragazzi e uomini di cui non ti puoi fidare perch hanno il diavolo dentro, e solo di un bravo cristiano ti puoi fidare, se riesci a trovarlo. Hendrick mi ha fatto capire che prendeva molto sul serio la sua religione e mi ha chiesto della mia fede. In particolare, mi ha chiesto di mio padre quando ha scoperto chi . Forse ho parlato troppo di me, ma era lui a chiederlo! Tsssh.  Minette aveva l'aria di una che si rigira un oggetto tra le mani esaminandolo da ogni lato, senza sapere se dovrebbe buttarlo via disgustata.
Che cosa ha detto, l'ultima volta che avete parlato? 
Bah, abbiamo fatto una bella chiacchierata, pensavo, camminando lungo il fiume. E' stato allora che mi ha detto che sperava di chiamarmi durante le vacanze di Natale. Era cos amichevole, Genna! Questi altri ragazzi che conosco, a casa, sai, ecco loro non sono esattamente dei maghi della parola. Hendrick sembrava una voce alla radio. Certo, non era poi cos bello, lo so, e aveva le gambe storte, ma era molto intelligente, te lo assicuro. Pap sarebbe rimasto colpito! Cos Hendrick mi chiede della provenienza della mia famiglia che si d il caso venga dalla Carolina del Sud e lui dice, ma guarda che coincidenza, sua madre  di Charleston, e mi chiede se mi piace andare a scuola su al Nord e io rispondo che mi piace molto perch  una vera sfida, non come l'educazione che ho avuto a  Washington, e lui mi chiede se vado d'accordo con le altre ragazze e io gli dico che vado abbastanza d'accordo, ed ecco che lui mi chiede della mia compagna di stanza.  Minette si interruppe. Continuava a girare le pagine della Bibbia senza nemmeno fingere di guardarle.
Risi, imbarazzata. La tua compagna di stanza! Certo che  strano. 
Altroch! Mi ha chiesto se avevo conosciuto i tuoi genitori e gli ho detto di no. Poi mi chiede di tuo padre che dev'essere un avvocato di qualche tipo, giusto?, e io gli dico che non so niente di tuo padre, proprio un bel niente. Allora lascia cadere l'argomento. Per qualche minuto. Poi ci torna sopra dicendo: Quando sei stata a casa della tua compagna di stanza, hai conosciuto suo padre? e io gli dico, piuttosto seccata, che non ho mai conosciuto quell'uomo! Non sapevo nemmeno come si chiamava finch non l'ha detto Hendrick: Max'milian Meade. Allora lui lascia cadere l'argomento, almeno cos speravo, peccato che quando siamo tornati qui, lui ti vede, e dice, tutto eccitato: E' la tua compagna di stanza quella, Generva Meade? e io vedo che sei proprio tu, e lui vuole essere presentato, ma tu te ne sei andata e non  successo. Cos mi fa promettere di non dirti niente di tutte quelle domande che mi aveva fatto e io gli assicuro: S, te lo prometto... quindi adesso ho infranto quella promessa. Suppongo.  Minette fece una risata stridula.
Ero sconvolta dal fiume di parole di Minette. Mi fischiavano le orecchie e non ero sicura di aver sentito bene. Chiesi: Ma lui... lui ha detto perch voleva conoscermi? .
Minette mi lanci un'occhiata furiosa. Gli occhi brillavano bianchi nella sua faccia gonfia e arrossata. Con un gesto violento e definitivo, chiuse rabbiosamente la Bibbia. Perch? E me lo chiedi? Stai facendo la finta tonta, ragazza? Perch qualcuno vuol conoscere qualcun altro, eh? Pensava che sei carina, forse. Certo molto pi carina della vecchia culona-Min-ette. 
L'odio di Minette per se stessa mi sconvolse. Ebbi un flash della terribile immagine della Venere ottentotta.
Avevo visto il giovane nero che ci osservava? In Pierpont Avenue, e da  ool orth? Hendrick Cornish. In un modo o nell'altro, sapeva che aspetto avevo. Aveva abbordato Minette per arrivare a me.
Per arrivare a Max.
E c'era un'altra rivelazione sconcertante. Quasi non riuscivo ad accettarla.
Eppure, in un'ondata di panico nauseabondo, mi si pales: Dana Johnson non mi aveva forse chiesto espressamente dei miei genitori?... quel sorrisetto tirato, gli occhi come punteruoli. Mi era parso ci fosse qualcosa di forzato nelle sue domande affabili. Avrei trascorso il giorno del Ringraziamento con la mia famiglia, a Chadds Ford? E a cosa stava lavorando adesso mio padre, di cui aveva letto l'opera? Dana Johnson aveva proposto, con un sorriso imbarazzato, che se mai fossi stata sola in qualsiasi momento di una vacanza, avremmo potuto uscire a cena insieme. Certo, Dana Johnson era un'intellettuale, una docente di antropologia; era una femminista, e una liberale: era solo naturale che desiderasse farmi uscire dal mio guscio, incoraggiarmi a parlare delle posizioni politiche di mio padre, del suo attivismo; facendomi credere che fosse solidale con i clienti radicali di Max Meade, inclusi quelli ricercati dall'FBI.
E c'era il mio professore di sociologia, il dottor Ferris. Barbuto, capelli scompigliati, in jeans e giacche sportive di t eed, piedi nudi nei sandali fino a ottobre inoltrato. Il dottor Ferris era sulla cinquantina, ma sexy, pieno di espressioni gergali. Enormemente popolare. Le sue lezioni erano condite di riferimenti ai Grateful Dead, Timothy Leary, FrantE' Fanon, Malcolm X, i fratelli gesuiti Berrigan, Stokely Carmichael, Huey Ne ton; su una parete del suo studio c'era il famoso poster di Bobby Seale e Huey Ne ton armati, PRIGIONIERI POLITICI DEL FASCISMO USA. Nella nostra classe, il dottor Ferris si era spesso rivolto a me con uno strano sorriso: Genna? Dicci cosa ne pensi . Tu, la figlia di Max Meade. Mi aveva chiesto di parlare con lui dopo gli esami di met anno, aveva dato un A+ a un compito che avevo scritto. Se non fosse stato per un altro studente che stava aspettando in corridoio fuori dal suo studio, il dottor Ferris avrebbe parlato con me a lungo; mi lusingava che uno dei miei professori sembrasse interessato alle mie idee; sarebbe stato facile per lui stabilire se ero altrettanto radicale del mio famoso padre; allora avrebbe espresso solidariet per i clienti latitanti di mio padre; mi avrebbe convinto con le lusinghe a confidarmi con lui, a condividere ci che sapevo...
Ma io non so niente. Eccetto che Max Meade non ha mai infranto la legge. 
Questo, lo credevo fermamente. Non mi era stato detto moltissime volte?
Giacevo sveglia nel letto. I miei pensieri luccicavano, tremavano, si frantumavano come ghiaccio. Provai un brivido di rancore puro, di odio. Molto probabilmente, alcuni degli amministratori e dei docenti dello Schuyler College erano in contatto con l'FBI. Il decano degli studenti, di sicuro. Il rettore, il direttore amministrativo. Forse non era una loro scelta, vi erano stati costretti. Tuttavia, avrebbero collaborato. Anche Dana Johnson, anche il dottor Ferris.
Era risaputo che l'FBI teneva dossier dettagliati su cittadini privati. Per tutti gli anni Cinquanta e Sessanta la gente si era denunciata a vicenda all'FBI per paranoia politica, ignoranza, rancore. Max amava vantarsi che J. Edgar Hoover aveva una faida personale contro di lui, c'erano pi di tremila pagine di documenti nel dossier di Max Meade a  Washington. (Come faceva Max a conoscere un fatto del genere? Eppure lo rivendicava.) Max non aveva vinto tutte le sue cause contro i pubblici ministeri dell'FBI nei tribunali federali, ma ne aveva vinto la maggior parte, e non si era ancora lasciato intimidire o scoraggiare.
Ero grata a Minette  Swift per non sapere niente di me. Per Minette, il nome Meade non aveva alcun significato, Max'milian Meade non significava niente. Comunque ero convinta che, qualunque cosa Minette sapesse di me, per quanto banale e innocua, non l'avrebbe rivelata a Hendrick Cornish. Io le piacevo, mi avrebbe difesa e protetta. Lo credevo davvero.
Noi siamo sorelle. Potremmo essere sorelle. Max si sbaglia.
Il mattino dopo chiamai la facolt di legge alla Pennsylvania University. Mi passarono parecchi operatori. Chiesi se c'era uno studente di nome Hendrick Cornish tra gli iscritti e dopo una lunga attesa fui informata che nessuno studente di nome Hendrick Cornish era iscritto alla facolt di legge e, per buona misura, tra gli iscritti non c'era nemmeno un Henry Cornish.
Lo avrei detto a Max! Peccato che non avessi il numero di telefono attuale di Max. Per stavo aspettando che mi chiamasse o facesse un salto a trovarmi allo Schuyler College. Aspettavo.
Pensando Un segreto  sempre di qualche utilit. Se lo riveli lo hai perso.

Niggr
Dopo la sua morte ci si sarebbe chiesti: Perch Minette  Swift era rimasta allo Schuyler College.
Perch, in mezzo ai nemici. Perch, se era cos infelice.
Perch era una prova? Perch era un tormento? Perch non poteva arrendersi, non poteva fallire? Perch il reverendo  Swift desiderava che non fallisse? Perch Ges non cessava mai di amarla, e di avere fede in lei?
Non la passerebbe liscia se fosse bianca. 
Vuoi scherzare? Non sarebbe qui se fosse bianca. 
E' tutta una commedia. Quello che i dottori chiamano marcare visita. Fingersi malati per schivare gli esami. Per farsi compatire. 
A Haven House e altrove nel campus si fece strada una forte antipatia verso la mia compagna di stanza Minette  Swift. In qualche modo si era venuto a sapere che a Minette erano stati accordati non uno, ma due incompleti. Cos insignificante, eppure cos malvista! Non riuscivo a capire come facessero a saperlo le altre ragazze, perch Minette non l'avrebbe detto a nessuno a parte me, e io non l'avevo riferito a nessuno. Eppure, quest'informazione riservata si era diffusa come si diffondono i pettegolezzi.
Talvolta mi capitava di sentire queste osservazioni, e talvolta erano dirette a me. Cercai di difendere Minette: era stata davvero male, durante gli esami. Aveva avuto una specie di attacco di panico, era quasi svenuta e aveva dovuto essere portata in infermeria. Un medico l'aveva visitata, e aveva riscontrato pressione alta e crampi mestruali strazianti. Le avevano fissato un appuntamento con uno psicologo...
Comunque, chiesi, cosa c'era di sbagliato in un po' di comprensione? Era difficile per Minette stare allo Schuyler dove c'erano cos poche studentesse nere e quasi nessun docente nero.
La parola nero mi si appiccicava alla lingua come catrame. Perch non riuscivo a pensare a Minette come a una nera, e lei non pensava a se stessa come a una nera. Se mi avesse sentito parlare di lei in questo modo, sarebbe andata su tutte le furie.
Le altre ragazze nere non si comportano come Minette  obiett un'amica. Loro si vergognano di lei. 
Ma le altre ragazze nere venivano da licei pi prestigiosi, dissi. Non sembravano sotto pressione come lo era Minette.
Minette, Minette! Sempre Minette. Perch diavolo  qui, se lo Schuyler  cos duro per lei? 
Nessuno sapeva della Venere ottentotta. Ma tutti avrebbero saputo del Niggr go home.
Innumerevoli volte nei giorni, settimane, mesi e perfino anni che seguirono, i testimoni avrebbero riferito che: verso le quattro e mezzo pomeridiane dell'8 febbraio 1975 erano presenti quando Minette  Swift aveva ritirato la posta dalla sua cassetta delle lettere nell'atrio di Haven House, si era fermata a strappare una busta e a estrarre un foglio di carta, lasciandosi sfuggire un piccolo grido, come se le avessero sparato.
Judith Holman, Sheri Shearer, Audrey  illiams. Stavano parlando tra loro e registrarono solo marginalmente la presenza di Minette  Swift che era appena entrata battendo i piedi per il freddo, respirando dalla bocca, gli occhiali lievemente appannati. Doveva esserci qualcosa di strano nella busta dentro la cassetta della posta di Minette, perch se la rigir tra le dita, aggrottando la fronte; la apr e tir fuori il foglio di semplice carta bianca, poi si lasci sfuggire il suo gridolino ferito e rimase pietrificata. Ma adesso le ragazze la stavano osservando, stupite nel vederla comportarsi in modo cos diverso da Minette  Swift, non incurante di loro come al solito, e certamente non riservata o altezzosa, ma scioccata, impietrita. Judith Holman si affrett a chiederle: Minette, che succede? , sapendo che doveva essere qualcosa di brutto. Quando Minette parve non sentirla, Judith le prese il foglio dalla mano ora tremante.
Su un foglio bianco di normale carta per macchina da scrivere, in lettere scompagnate ritagliate da un giornale o da una rivista:

Minette aveva lasciato cadere la busta. Judith si chin a raccoglierla. La busta non aveva francobollo n timbro postale. Anche qui c'erano le lettere scompagnate e ritagliate che avevano un'aria di scherno:

Judith, e ora le altre due ragazze, stavano parlando a Minette, cercando di consolarla. Ma Minette sembrava non udirle. La sua faccia era contratta, gli occhi dietro le lenti dei massicci occhiali di tartaruga cominciarono a riempirsi di lacrime. Judith la abbracci, cerc di consolarla. Sheri e Audrey, che adesso avevano visto il messaggio ingiurioso, toccavano e accarezzavano le braccia di Minette, le mani. Le ragazze erano scioccate, disgustate, profondamente imbarazzate. In seguito avrebbero detto che era come essere presenti quando qualcuno viene ferito, e tu non sai cosa dire o cosa fare. Quando altre residenti di Haven House apparvero sulla soglia, queste ragazze fecero loro segno di andarsene.
Anche Minette sembrava profondamente imbarazzata. Cerc di ridere, asciugandosi il naso. Poi cerc di non piangere. Se Judith non le avesse preso il messaggio razzista, Minette lo avrebbe stracciato in mille pezzi. E' meglio che lo facciamo vedere a Dana Johnson, Minette. E' la cosa giusta da fare. 
Judith accompagn Minette agli alloggi di Dana Johnson. Le altre ragazze rimasero a guardare in silenzio mentre loro entravano nello studio della consigliera residente, e la porta si richiudeva subito alle loro spalle.
Non seppi di questo brutto incidente fino a pi tardi quel giorno, quando tornai dalle lezioni. Fu come entrare in un alveare in fiamme. C'era un'aria di indignazione, di turbamento. Anche ragazze che non andavano d'accordo con Minette  Swift erano indignate per lei. Non  stato nessuno di Haven Hall. Assolutamente nessuno. 
Quando entrai nel nostro studio al secondo piano, Minette si era ritirata nella sua stanza. Una lama di luce filtrava da sotto la porta, ma Minette si rifiut di rispondere quando bussai.
Minette? Per favore. 
Mi ci erano voluti dieci minuti per salire di sopra. Tutti a Haven House volevano parlare con me. (No, non proprio tutti: non Crystal Odom, n Traci Poole, n le altre due ragazze nere della residenza.) Ero turbata, ansiosa. Non volevo pensare che il fatto di non aver denunciato il disegno razzista avesse potuto provocare questo secondo attacco.
Minette, sono Genna. Posso parlarti? Ho saputo... 
Niggr go home era quello che avevo saputo. La strana ortografia di Niggr: cosa significava?
Bussai molte volte alla porta di Minette. Non pensavo che stesse dormendo. Minette? Posso entrare? ... ma ci fu una risposta rapida e smorzata per scoraggiarmi. Ero molto turbata. Temevo che Minette mi biasimasse, mi considerasse alla stessa stregua dei suoi nemici. Non riuscivo a immaginare Minette ferita, distrutta. Mi era stata descritta - da Audrey  illiams, una del terzetto di diaboliche casiniste che abitavano sotto di noi - come fuori di s ma non riuscivo a crederci! Non la mia compagna di stanza Minette S ift.
Ed ecco cosa vidi: Minette che mi guardava in cagnesco, dall'altra parte della porta (chiusa); la tozza figura di Minette sul letto, ginocchia muscolose tirate sul petto e braccia che stringevano le ginocchia con aria di... sfida? rabbia? disgusto? disprezzo? La faccia di Minette dura e impassibile come una maschera scolpita in legno scurito.
Se vuole pu detestare l'intera razza bianca.
Non sarai tu a cambiarla.
La mia voce si era arrochita, come se avessi implorato Minette per ore e non minuti. Gli occhi mi bruciavano di lacrime di rabbia, frustrazione. Che vadano al diavolo, Minette! Andiamo a mangiare qualcosa. Di! 
Ma Minette  Swift era troppo orgogliosa per lasciarsi blandire da simili stratagemmi da ragazza bianca. Non mi apr la porta, e non mi diede il permesso di aprirla da sola.
Genna Meade, se sai qualcosa di questa storia... 
Genna Meade! Che strano modo di pronunciare il mio nome, da parte della consigliera residente, come se fosse il nome di un impostore. Come se ci fosse una Genna Meade diversa dalla ragazza dal viso rigido e triste che le stava davanti.
Era la seconda volta in tre mesi che Dana Johnson era costretta a convocare le ragazze di Haven House nel suo studio per parlare con lei, a una a una. Diciassette studentesse universitarie dello Schuyler, per lo pi allieve meritevoli, erano divenute personaggi di un film noir degli anni Quaranta su microcriminalit, corruzione e colpa. Come compagna di stanza di Minette S ift, ero naturalmente il primo individuo sospetto da convocare.
Ero pazza di paura: che Dana Johnson (chiss come) venisse a sapere che avevo distrutto il disegno della Venere ottentotta, come se avessi voluto proteggere i nemici razzisti di Minette  Swift.
Era la regola del campo sportivo a scuola, non devi mai porgere l'altra guancia quando ti colpiscono. Non devi mai accettare passivamente l'ingiustizia o l'oltraggio come se pensassi di meritarlo. Distruggendo la prova, avevo solo suscitato altre molestie.
... devi dirmelo. Immediatamente. 
Ma, ma io... non lo so. 
Ms Johnson mi ordin di sedere. Eravamo nella stanza nota come il salottino della consigliera residente. Sulla parete di fronte c'erano fotografie di ragazze dei tempi andati, di anni, decenni prima. Si poteva vedere come, fin dall'inizio, ci fossero facce dalla pelle scura in mezzo alla maggioranza di pelle chiara. Si trattava di una piccola minoranza, ma erano sempre presenti, come segni d'interpunzione. Pensai che forse, un giorno, avrei contato i sorrisi sulla parete del salotto di Dana Johnson.
Quella sera, Dana Johnson non aveva perso tempo a preparare il t e un vassoio di biscotti. Era vero che, come tutti dicevano, Dana Johnson era sconvolta. Come un corridore sfinito, respirava dalla bocca. Parlava con cautela, come se ciascuna delle sue parole pungesse. Chiaramente era divorata dal timore che un incidente razzista nella sua residenza le potesse rovinare la carriera allo Schuyler College: sarebbe diventata famosa come la consigliera di una casa in cui una matricola nera veniva molestata. Quel Niggr smozzicato era osceno, indicibile. Sebbene nessuno sapesse della Venere ottentotta, tranne l'individuo o gli individui che avevano infilato il disegno sotto la nostra porta, e me, che lo avevo strappato, il mistero irrisolto dell'antologia vandalizzata di Minette era noto a tutti. Evidentemente c'era un disegno di molestia razziale a Haven House, storicamente la pi liberale/integrata delle residenze dello Schuyler, e Dana Johnson, assistente di antropologia, sembrava incapace di limitarlo.
Invece del servizio da t, Ms Johnson aveva messo sul tavolino il foglio di carta bianca e la busta che Minette aveva trovato nella sua cassetta delle lettere. (A meno che fossero dei facsimili. Gli originali non avrebbero dovuto essere controllati per le impronte digitali?) Non avevo visto quei documenti fino a quel momento, e non so perch, ma avevo pensato che fossero pi grandi. Invece il foglio di carta era di dimensioni normali, la busta strappata comune e scadente. Ms Johnson non voleva che li toccassi, solo che li esaminassi. Come una breve, enigmatica poesia di Emily Dickinson i cui versi simili a un indovinello io e Minette avevamo studiato nel nostro corso, i documenti, nella loro estrema semplicit, sembravano invitare all'interpretazione,

C'era un indovinello qui. Che quel Niggr fosse scritto per caso nel modo sbagliato non sembrava possibile.
Allora, Genna? Sai qualcosa di questa storia? 
Ms Johnson era seduta di fronte a me, e mi fissava. Ero pazza di preoccupazione, avrebbe visto dentro la mia anima: avrebbe visto la mia colpa e l'avrebbe interpretata male. Poich mi stavo comportando come una persona colpevole, mi si riempirono gli occhi di lacrime, offuscandomi la vista. Sapevo che avrei dovuto dire a Ms Johnson del disegno della Venere ottentotta. Mi sembrava quasi che stesse aspettando la mia confessione. Non osavo alzare gli occhi su di lei, che mi stava osservando a una distanza cos ravvicinata. Lei sa! Sa qualcosa. Mi accorsi che le strane lettere scompagnate mi erano familiari: perch?
Distolsi in fretta lo sguardo, il viso in fiamme.
Con voce grave, Ms Johnson mi ricord che avevo firmato il codice d'onore dello Schuyler College. Ero tenuta a difendere l'onore in ogni situazione che riguardasse lo Schuyler College.
Scossi la testa in un no. No, no!
Mi torn alla mente un ricordo, fuggevole e grottesco, di un barcollante ragazzo-uomo nudo che cercava in modo maldestro di piantarsi un coltellino da verdure nella pancia.
Ci prov e fall. Il coltello gli era sfuggito di mano.
Lo trovi divertente, Genna? Questo? 
Non mi ero accorta di sorridere. Mi morsi le labbra per non ridere. Dana Johnson mi guard incredula.
Sembrava che avessi qualcosa da dire, un minuto fa. 
No. Non avevo niente da dire. 
Non hai idea di chi possa aver lasciato questo orribile materiale nella cassetta delle lettere di Minette  Swift? 
No, Ms Johnson. Non ne ho idea. 
La punizione per chi mente  l'espulsione, Genna. Se si scopre che hai violato il nostro codice d'onore. 
Il nostro codice d'onore! Dana Johnson era nuova allo Schuyler College, come lo ero io. Non aveva il diritto di parlare delle sue tradizioni con tanta familiarit. Mi sarebbe piaciuto dirle: questo college lo ha fondato il mio bisnonno. Mio nonno ha regalato milioni di dollari a questo college. Mio padre  Max Meade. Nessuno mi espeller.
Non ce la facevo a guardare di nuovo i documenti sul tavolino di Dana Johnson. Dovevo essermi sbagliata nel pensare di aver visto le lettere qualche tempo prima, di riconoscere i caratteri. Avevo gli occhi inondati di lacrime, non avevo visto bene. Ero sudata, infelice. Forse sarei stata espulsa dalla commissione disciplinare. Non ero colpevole, eppure mi stavo comportando come se lo fossi. Dana Johnson mi stava ancora parlando, e io ero gi in piedi. Mentre mi stava ordinando di restare, giravo sui tacchi e mi allontanavo in malo modo. Sarei fuggita dal salottino della consigliera residente sulle cui linde pareti di carta da parati generazioni di studentesse dello Schuyler College posavano in file di facce sorridenti dalla pelle chiara e dalla pelle scura. Sarei corsa di sopra ansimante e spavalda e sarei entrata dalla prima porta aperta senza essere invitata, avrei riso sguaiatamente e chiesto chi voleva venire con me al centro studentesco a vedere un film, quella sera la Film Society dava Rapina a mano armata, un film del 1956 di Kubrick, le residenti di Haven House avevano i nervi troppo tesi per restare nelle nostre stanze a fare i compiti da brave bambine studiose quali ci si aspettava che fossimo, l'atmosfera della casa era tesa, insubordinata. Tre di noi, cinque di noi avrebbero camminato nel freddo fino al centro studentesco, parlando e ridendo rumorosamente, saremmo entrate con un gran chiasso nel cinema dove Rapina a mano armata era gi iniziato, una storia di genio virile, una trama a orologeria, precisa e spietata, una vera delizia da guardare. Sarebbe stata una serata vertiginosa. Mi sarei fatta almeno una nuova amica. Non sarei rientrata nella mia stanza al secondo piano di Haven House fin quasi a mezzanotte. A quel punto la luce sotto la porta di Minette  Swift sarebbe stata spenta e io sarei andata a tentoni nella mia camera, al buio.

Spoglio
Il davanzale dove di solito erano sistemate le copie di Il faro adesso era spoglio. Non avrei pi visto copie di Il faro nel nostro studio comune.
La Bibbia speciale di Minette, rilegata in morbida similpelle bianca con scritte dorate e bordi pagina filettati d'oro, spiccava bene in vista sulla sua scrivania.

Alcune verit sono bugie. Alcune bugie sono verit. Perch tutte le affermazioni umane sono provvisorie e di parte. E ci che desideriamo credere REALE non  che la nostra prospettiva politica e la nostra prospettiva politica  determinata da razza, classe e privilegio sociale da cui dobbiamo essere risvegliati per essere liberi di scrollarci di dosso la nostra coscienza-di-pelle che  la nostra cecit collettiva e talvolta il risveglio deve essere violento perch non c' altro modo.

Nella notte
Come denti digrignati, i tuoi stessi molari si serrano e macinano. Pur non credendo a queste fervide parole pronunciate da Maximilian Meade in un raduno per la pace a  Washington nel 1968, non riuscivo a dire la verit sulla mia compagna di stanza Minette  Swift sebbene avessi giurato di difendere l'onore allo Schuyler College, perch ormai parole come verit, onore, persino giuramento, mi sembravano termini controversi, da mettere in discussione, e tuttavia non potevo parlarne apertamente con nessuno perch non c'era nessuno di cui potessi fidarmi, sveglia nella notte, sfinita da pensieri simili, odiando simili pensieri, in un parossismo di disprezzo per me stessa, per essere il ricettacolo di tali pensieri, mentre crollo nel sonno verso l'alba come un relitto galleggiante buttato a riva su una spiaggia deturpata gi ingombra di detriti e vengo svegliata dallo scricchiolio delle molle del letto, un gemito soffocato, un pianto di bimbo nella notte, attraverso la scadente parete di cartongesso il digrignar di denti.

L'incidente
Chiunque sia il responsabile dovrebbe essere arrestato.
Non solo il college, anche la polizia dovrebbe indagare.
Il procuratore generale della Pennsylvania dovrebbe indagare! Quanto  stato fatto a Minette  Swift  un crimine dell'odio.
Non era stato nessuno della Haven House.
Non poteva essere nessuno di nostra conoscenza.
Tsssh! 
Minette rise tra le sue dita aperte, queste ragazze cos carine con lei.
Maledette ipocrite cos carine con lei, nella sala da pranzo trascinavano le sedie al suo tavolo. A lezione si sedevano con lei, o vicino a lei. Le stesse che prima la snobbavano. A Haven House si facevano in quattro, come se Minette  Swift fosse una convalescente, tutte a gridare Ciao Minette! e a lanciarle sorrisi e occhiate di solidariet e a chiederle se voleva andare alla partita di basket con loro o a vedere un film o una commedia o a una riunione per cui lei non aveva tempo, queste filistee che sapeva (oh, se lo sapeva!) la odiavano a morte e in segreto pensavano che aveva avuto quel che si meritava, gettata nel fango, offesa nell'orgoglio e minacciata NIGGR GO HOME nei loro occhi luccicanti come occhi di moffetta ogni volta che la guardavano, e alcune di loro (Minette lo aveva notato, ne era certa) che sgusciavano via per non farsi vedere, vergognandosi di Minette  Swift, compatendo Minette  Swift e risentite con lei come se fosse colpa sua quello che le avevano fatto per pura cattiveria, per malignit. E tutte quelle riunioni! Tutta quella gente che discuteva la situazione d'emergenza a Haven House, riunioni dalle quali Minette  Swift aveva il privilegio di essere esonerata.
Minette era andata solo a sentire il discorso del rettore, nella cappella del college. Cos tanta gente ammassata nella cappella, che dovettero adattarsi a stare in piedi in fondo alla chiesa e nelle navate. Il rettore Belknap, una ex docente del dipartimento di storia, una donna eloquente e appassionata di mezza et, ma molto giovanile, fece un discorso intitolato Nessuna tolleranza per gli odi razziali nella Nuova' America. In questo discorso di quaranta minuti c'erano citazioni da John Stuart Mill,  .E.B. Du Bois, Generva Meade (La nostra pioniera nella difesa delle minoranze e dei diritti delle donne), il reverendo Martin Luther King Jr,  hitney Young, John F. Kennedy e Marian  right Edelman, alla quale il rettore si rifer con affetto come a una collega e un'amica. Nel primo banco, direttamente davanti al pulpito sopraelevato, Minette  Swift sedeva nel suo cappotto di panno rosso con il collo di leopardo guardando accigliata il rettore Belknap, la faccia impassibile e stoica che non trad un filo di emozione per l'intera durata del discorso e nemmeno quando, alla sua conclusione, tutti gli altri esplosero in un applauso. Minette condivideva il banco con altre giovani donne nere dell'African-American Student League dello Schuyler College, solo che diffidava di queste nuove amiche dell'ultim'ora, perch tante attenzioni per Minette  Swift adesso? Dov'erano quando era stata cacciata dal Bob-o-links da quella giudea della Bidelman, dov'erano quando le avevano rubato la sua antologia di letteratura americana e l'avevano vandalizzata proprio fuori dalla sua finestra? E il guanto che sua mamma aveva sferruzzato per lei? Dov'erano state, fino all'altro giorno, prima di arrivare a frotte nella stanza di Minette al secondo piano di Haven House come vecchi avvoltoi che sentivano odore di carogna? Maledette filistee che volevano sfruttare Minette  Swift a scopi politici, che parlavano come comunisti fatti e finiti. Il reverendo  Swift aveva messo in guardia sua figlia, le aveva raccomandato di guardarsi dai comunisti che vogliono sedurti, in quel college sinistrorso su al Nord. Nessun rispetto per la fede cristiana di Minette. Ges ci insegna Amate i vostri nemici. Porgete l'altra guancia. Chi  senza peccato scagli la prima pietra. Si sente parlare di amici dei tempi buoni, ma questi sono amici dei tempi grami che Minette disprezza per come la guardano con piet e impazienza quasi fosse una scimmietta storpia e raggrinzita su una sedia a rotelle.
Lo stesso vale per il rettore Belknap che ha invitato Minette al cosiddetto t del venerd nella lussuosa residenza del rettore. Quella riunione informale di amministratori, decani degli studenti, assistente (nera) della responsabile delle ammissioni, assistenti (neri) di inglese, storia, economia, filosofia, pi due istruttori di educazione fisica (neri) alti un metro e novanta e una dozzina di leader studenteschi inclusa la copresidente (con la pelle color caramello) di qualcosa chiamato Arts at Schuyler  eekend e la vicepresidente (nera ebano) del corso del '75,  endy Yardman, che  la borsista Rhodes dello Schuyler College di nomina pi recente e la cui foto fiera-sorridente  stata pubblicata sul Philadelphia Inquirer insieme a sorridenti ragazzi bianchi, studenti di Penn, Princeton e Haverford. In mezzo all'animato chiacchiericcio di tutti loro, Minette  Swift  impacciata, silenziosa. Non esattamente imbronciata (perch a Minette  stato insegnato che bisogna essere cortesi in presenza di persone pi vecchie) ma molto silenziosa: occhi bassi dietro i massicci occhiali di tartaruga e mani strette in grembo come se aspettasse che l'incubo finisca; o, quantomeno, che il vassoio d'argento carico di pasticcini e bonbon compia un altro giro ellittico nella sua direzione. Per questa occasione speciale nella casa del rettore Belknap, vecchia e storica come la Casa di Elias Meade poco distante, Minette indossa il suo vestito di jersey viola con la gonna svasata che le si arriccia sui fianchi ma, come se non se ne desse pensiero, senza calze o scarpe coi tacchi, solo calzettoni di lana al ginocchio pieni di filacce, e gli stivali con la punta rinforzata che indossa dappertutto. Neanche un filo di trucco n un'ombra di rossetto color magenta. E i capelli sono impastati di gel, emanano un odore pungente perch Minette non si fa la doccia n si lava i capelli dal pomeriggio dell'8 febbraio (parecchi giorni fa) quando tornando a Haven House ha scoperto NIGGR  GO HOME nella cassetta delle lettere.
Queste femmine che chiocciano come galline, e sai una cosa?... le ho interrotte per dire Scusate, eh, se non ero una vecchia negra' non sarei stata invitata qui oggi, o sbaglio?. 
La compagna di stanza bianca alla quale Minette sta raccontando questo la guarda con tanto d'occhi. La faccia pallida-lentigginosa che si copre di macchie di rossore. Oh, Minette. Non l'hai fatto sul serio! 
Ohhh, Minette. Non l'hai fatto sul serio! Che ne sai tu, ragazza, di cosa Minette ha o non ha fatto? Tu non c'eri, perch non eri invitata. 
(In effetti, nessun'altra di Haven House era stata invitata. Nemmeno Crystal Odom che aveva partecipato al t precedente nella lussuosa casa del rettore Belknap, per le allieve pi brillanti.)
Minette  Swift in vena di risate sguaiate. Sale le scale battendo i piedi abbastanza forte da far tremare la casa. Marcia nella stanza battendo i piedi abbastanza forte da far tremare le ragazze nella stanza sottostante. Lascia cadere i libri dalle braccia, sulla scrivania e sul pavimento. Dopo l'incidente, come viene chiamato, Minette si lascia andare a questo umore, e non si pu prevedere. Ride della sua compagna di stanza Genna Meade che si lascia abbindolare cos facilmente, puoi raccontarle qualsiasi stupidaggine e lei ci crede come la mamma di Minette con tanto d'occhi Oh, Minette, non l'hai fatto sul serio.
Ti fanno venir voglia di ridergli in faccia.
Che ne sai di quello che Minette ha o non ha fatto? Tu non c'eri.

Pieno inverno
Pieno inverno e le finestre di Haven House rivolte a nord erano coperte di ghiaccioli simili a denti, luccicanti.
Certe mattine, quando non usciva il sole, la mia compagna di stanza Minette S ift si trascinava gi dal letto e si vestiva nella cupa luce giallastra dell'alba, restia a fare qualcosa di pi che usare il gabinetto, nel nostro bagno comune del secondo piano. Non poteva pi farsi la doccia perch qualcuno aveva messo piccole schegge di vetro nella cabina, sapendo che Minette stava per usarla. Aveva appena il tempo di fare i gargarismi con il collutorio, per sciacquarsi la bocca secca e impastata. Temeva che un'altra ragazza o altre ragazze entrassero nel bagno mentre c'era lei, cos i suoi movimenti erano rapidi e furtivi. Non poteva lasciare i suoi asciugamani su una delle rastrelliere come facevano le altre ragazze, sapendo che quelle altre avrebbero usato i suoi asciugamani, perch era successo non una, ma parecchie volte, e dopo l'incidente uno dei suoi asciugamani era stato insudiciato di proposito. Non poteva lasciare la sua saponetta, lo shampoo o il tubetto del dentifricio o lo spazzolino da denti perch anche tutti questi erano stati usati e insudiciati. Il suo spazzolino da denti - di plastica azzurra, con setole folte, appena comprato in settembre - era stato sfregato nello sporco accumulato dove il linoleum del pavimento incontrava la parete e (forse, non ne aveva le prove, tranne l'odore) sfregato nella parte inferiore della tazza del gabinetto, cos lo aveva buttato via disgustata e non ne aveva comprato un altro. Ohhh, le facevano male i denti, a volte. Le dolevano le mascelle. In infermeria, la nurse che sembrava spiacente per lei anche se restia a toccarla, le aveva dato delle potenti compresse per il raffreddore che agivano sul dolore come l'acqua agiva sui fazzoletti di carta, imbevendoli e ammorbidendoli, cos Minette inghiottiva i resti delle sue compresse prendendoli a secco direttamente dal palmo della mano, come Smarties.
Canticchiando sottovoce, si infilava a casaccio i pesanti indumenti invernali che ormai sembravano aderire ai contorni del suo corpo come un'armatura ed emanavano l'odore di quel corpo identificabile a poca distanza: i pantaloni di lana pieni di grinze al cavallo, la camicetta stazzonata sotto il pullover beige con scollo a V, calzettoni di lana irrigiditi dalla sporcizia. Cos Minette si preparava a uscire per la sala da pranzo e le lezioni mattutine con i suoi stivali dalla punta rinforzata, ma fuori sul pianerottolo a pochi metri dalla nostra stanza, i suoi passi rallentavano e quando uscivo, dieci o quindici minuti dopo, capitava che trovassi Minette accucciata e vigile davanti alla ringhiera, intenta a scrutare la tromba delle scale con occhi attenti e sospettosi dietro gli spessi occhiali di tartaruga, e un rivolo di sudore sulla faccia scura e impassibile. Allora parlavo piano per non allarmarla: Minette, qualcosa non va? .
L dove Minette stava guardando, non vedevo niente. Per temevo di scorgere qualcosa di brutto.
Mi aveva mostrato le schegge di vetro prese dalla cabina della doccia. Mi aveva mostrato gli asciugamani insudiciati, lo spazzolino da denti.
Minette per non voleva denunciare le molestie alla nostra consigliera residente. E non voleva lo facessi io. E' meglio che me lo prometti, Gem'a! Non ne posso pi di gente che mi compatisce, e non sopporterei altre maledette investi-gazioni. 
Se Minette si accorgeva di me sul pianerottolo, a volte si limitava a scuotere la testa in un no. Oppure, cosa ancor pi strana, con indosso il pesante piumino, si fermava indecisa appena dietro la porta, respirando a fatica e aggrottando la fronte, persa nei suoi pensieri, decisa a non essere interrotta.
Non provocavo inutilmente Minette chiedendole se dovevo portarle la colazione dalla sala da pranzo, ma se gliela portavo, Minette la accettava e la mangiava. Sempre che non mi attardassi nella stanza e la lasciassi alla sua privacy.
In seguito avrebbero chiesto se Minette  Swift avesse ricevuto un aiuto professionale allo Schuyler College. Se le sue condizioni psicologiche fossero state adeguatamente diagnosticate.
Di fatto Minette era stata indirizzata dal suo consigliere accademico a un tutor (per i componimenti in inglese) e a uno psicologo con specializzazione in psicologia clinica al centro sanitario studentesco. Pi volte alla settimana, questi appuntamenti. Se mai riusciva a trascinarvisi.
Pieno inverno, in mattine buie e ventose Minette restava nello studio.
Minette sonnecchiava. Minette sfogliava la Bibbia leggendo passaggi a casaccio. Minette canticchiava, cantava tra s. Talvolta, tornando nella stanza, sentivo la sua voce attutita attraverso la porta prima di aprirla e mentre l'aprivo scuotevo sempre la maniglia per avvertirla della mia presenza.
Scusa, eh, ma mi stavo chiedendo com' che la gente decide cosa fare? Tipo, girare a destra o a sinistra? In quale minuto esatto, scendere dal letto? Metti che non riesci a decidere, che fai, te ne stai a letto e basta? 
Minette parl lentamente, scuotendo la testa come se sospettasse un trabocchetto nella sua stessa domanda. Aveva disegnato figure geometriche per gran parte della giornata. Sparsi sul ripiano della sua scrivania c'erano fogli di carta coperti da figure di straordinaria precisione e bellezza: cerchi e ovoidi, triangoli, trapezi disegnati in modo elaborato, rettangoli dalle strane forme di sua invenzione. Minette mi aveva confidato che alle superiori le piacevano moltissimo geometria e matematica, geometria solida soprattutto, per la quale usava compasso e regolo ed era confortante imparare i teoremi a memoria come versetti della Bibbia e i compiti a casa, i quiE' e gli esami di Minette  Swift erano pressoch i migliori della sua classe e lei aveva preso punteggi del cento per cento molte volte e la sua insegnante Mrs Bro nlee l'aveva lodata fino alle stelle.
Quel semestre Minette si era iscritta a Matematica 101, la matematica della vita di tutti i giorni, che era per lo pi per studenti che non avevano scelto matematica come materia principale. Aveva avuto qualche difficolt con il corso di geometria / calcolo analitico ma alla fine aveva preso una misera sufficienza, un C, o forse un C-, ma in Matematica 101 al suo primo test aveva gi preso un A-.
Agisci a basta, Minette. Non pensare. Non decidere nemmeno. Fai qualcosa. 
Parlai con l'autorit di mio padre Max Meade anche se mi sentivo poco autorevole in quella stanza surriscaldata che odorava dei capelli sporchi della mia compagna. Speravo che Minette, che sembrava ascoltarmi con un interesse cos estremo che avrebbe potuto essere una presa in giro, non percepisse il tremito nella mia voce.
Minette rise, Minette si strofin vigorosamente il naso con l'attaccatura del polso, tanto da farti pensare che fosse un naso di gomma impossibile da rompere. Scusa, eh! Ma va a finire che te lo fanno di nuovo! 
Cos' che ti fanno? Chi? Cosa intendi dire, Minette? 
Minette sventol la mano verso la finestra alta e stretta sopra la sua scrivania. Il vetro incrinato era stato cambiato da un pezzo, ma c'era, per un occhio attento, una lievissima differenza nei vetri; a stento percepibile forse, una traccia della crepa originaria in una ragnatela fantasma nel vetro nuovo.
Sul davanzale dove un tempo erano state orgogliosamente esposte copie di Il faro adesso c'erano pile di libri e carte, cassette di lingua spagnola, panini dolci e biscotti sbriciolati avvolti in tovaglioli di carta.
Mi dispiace, Minette non c' al momento. 
Mi dispiace, Minette non pu venire al telefono adesso. 
Mi dispiace. Se vuole pu lasciare un altro messaggio, forse Minette la richiamer, ma non posso assicurarglielo. 
In pieno inverno presi spesso delle telefonate per Minette, che si rifiutava di parlare al telefono con chiunque, eccetto i suoi genitori. Perch all'improvviso c'erano estranei che volevano dialogare con la Minette  Swift di cui avevano tanto sentito parlare. C'era una reporter aggressiva dello Schuyler Clarion che voleva intervistare Minette. C'era un'annunciatrice radiofonica del People's Radio Net ork di Philadelphia che chiedeva insistentemente di parlare con Sorella  Swift. C'erano giovani donne sempre pi impazienti che si identificavano come membri dell'African-American Student League dello Schuyler College che esigevano di sapere come mai Minette  Swift non si era incontrata con loro come aveva promesso e non aveva mai richiamato dopo le loro telefonate.
Aspettavo che Hendrick Cornish chiamasse. Ma nessun uomo (tranne il reverendo  Swift) chiam mai Minette.
Minette rise: Dov'era tutta questa gente, prima? Adesso che sono niggr go home devo essere popolare, suppongo, come Sammy Davis Jr, eh? .
Una commissione di alto livello era stata nominata dal rettore Belknap per indagare sulla molestia razziale ai danni di Minette  Swift e per scoprire altri eventuali incidenti simili allo Schuyler che forse non erano stati denunciati o erano passati inosservati nell'ultimo anno o due, e a una a una le residenti di Haven House furono convocate per essere interrogate da questa commissione come eravamo state interrogate da Dana Johnson, e una dopo l'altra negammo di sapere qualcosa su chi aveva messo il NIGGR  GO HOME nella cassetta delle lettere di Minette. Ci fu ricordato il codice d'onore dello Schuyler College, tuttavia continuammo a negare di saperne alcunch. Perch non sapevamo niente! La stessa Minette si era incontrata con la commissione all'inizio, ma poi non si era presentata alle riunioni successive e quando il presidente della commissione, l'amministratore accademico del college, chiam personalmente chiedendo di parlare con Minette, tocc a me scusarmi per la mia compagna di stanza.
Minette si scusa, dottor Schulman. Non si sente bene. Ha dovuto essere esonerata dalla lezione di educazione fisica, ha crampi terribili che la costringono a letto e non vorrei disturbarla... Sono sicura che contatter la commissione, al pi presto. 
Una guida per gli utenti su odio e molestie razziali allo Schuyler College dal 1860 al 1975 era il titolo provocatorio di una serie di articoli scandalistici che sarebbero apparsi sullo Schuyler Clarion nel febbraio/marzo del 1975. La reporter universitaria cui erano state negate le interviste dagli amministratori del college come pure da Minette  Swift si stava vendicando.
Per decenni, in modo pi marcato negli anni Venti e Cinquanta, c'erano stati numerosi episodi di molestia razziale: giovani donne bianche che tormentavano le loro compagne di classe, spesso con la complicit o con l'aiuto diretto di parenti ed ex alunni pi vecchi. Simili incidenti si erano verificati in molti college e universit degli Stati Uniti, naturalmente, ed erano continuati fino agli anni Settanta, ma com'era possibile, proprio qui, in questo prestigioso college di arti liberali, il cui fondatore quacchero lo aveva progettato come un modello di integrazione e armonia razziali? Il caso scandaloso pi recente (che aveva inondato i giornali, bollato dal Time come una chiara dimostrazione dell'ipocrisia della sinistra) si era verificato nel 1962: una diciottenne, allieva meritevole di Ne ark, Ne  Jersey, e per coincidenza una residente di Haven House, aveva abbandonato lo Schuyler College per motivi di salute dopo essere stata gravemente torturata alla cerimonia di iniziazione di un'associazione segreta di studentesse in cui erano state impiegate scope e mazze da hockey. L'amministrazione dello Schuyler College aveva negato categoricamente l'esistenza di associazioni studentesche di qualsiasi tipo, segrete e non, nel 1962.
La serie di articoli del Clarion concludeva:
E oggi ci sono associazioni studentesche segrete allo Schuyler? E si tratta di organizzazioni bianche-razziste? Le ex alunne dello Schuyler forniscono finanziamenti? Ci sono membri del corpo docente che simpatizzano con programmi razzisti? L'amministrazione nega categoricamente ogni conoscenza di simili associazioni studentesche e quando questa reporter ha osato chiedere cosa c'era di vero in queste voci inquietanti secondo le quali un'allieva meritevole nera di diciotto anni residente a Haven House era stata vittima di ripetute molestie razziali, l'ufficio del rettore Belknap ha rilasciato un gelido No comment.
Una tempestosa domenica mattina Minette non si vest per la chiesa come al solito. Non si vest affatto, e rimase in pigiama e vestaglia blu mare per gran parte della giornata. Io uscii, rientrai, uscii di nuovo, e rientrai, e ancora Minette non si era vestita e sembrava contenta di rimanere nella stanza a onorare Ges accendendo una mezza dozzina di candele sistemate con cura sul suo davanzale, sul ripiano del cassettone e della scrivania.
Erano candele profumate. Potenti odori di essenze: sempreverde, lill, gardenia. C'era qualcosa di ipnotico nelle loro fiammelle tremolanti che sembravano reagire al nostro respiro, mio e di Minette  Swift.
Mentre un tempo il lato di Minette del nostro studio comune veniva tenuto pulito e ordinato, quasi a rimproverarmi la noncuranza per le faccende domestiche, adesso aveva l'aspetto di una spiaggia erosa e ingombra di detriti. Indumenti, asciugamani, persino calzettoni di lana irrigiditi dalla sporcizia erano sparpagliati sul pavimento in mezzo a libri e carte. Alcuni di questi libri erano della biblioteca, e giacevano aperti l dove erano stati lasciati cadere. Anche il bel poster della CONFRATERNITA DELLA GIOVENT CRISTIANA, luccicante d'oro, era leggermente strappato, logoro ai bordi. L'anta dell'armadio di Minette di solito era socchiusa e si potevano vedere il cappotto rosso e il vestito di jersey viola schiacciati all'interno sulle grucce, senza alcun riguardo. Attraverso la porta della camera di Minette si vedeva un groviglio di coperte e lenzuola trascinate sul pavimento, biancheria intima sporca, pigiama, vestaglia blu mare. Quando Minette era fuori, riordinavo di nascosto il suo lato dello studio, vuotavo il suo cestino della carta straccia pieno fino all'orlo, buttavo via alimenti stantii e spalancavo la mia finestra. Mi ci inginocchiavo davanti e mettevo fuori la faccia nell'aria fresca, per respirare.
Pensando Possiamo vivere cos. Staremo bene.
Mi torn in mente la casa di Chadds Ford. Quegli anni in cui degli estranei venivano ad accamparsi da noi per un giorno, una settimana, sei settimane. I ragazzi-uomini erano barbuti ed emaciati e carichi di energia nervosa come Ges Cristo. C'erano meno ragazze-donne, ma i loro indumenti sparpagliati in giro, i loro odori, le fuggevoli visioni dei loro corpi nudi o parzialmente nudi mi assalivano in modi che mi lasciavano sgomenta, senza fiato. Perch mi paralizzava il pensiero Devo essere come loro, per farmi amare da mio padre.
Non ero una bambina piccola, avevo dodici anni quando una delle ragazze-donne mi fece il bagno. E vide che la mia faccia bruttina era chiazzata di lacrime e moccio secco. Vide che ero timida e furtiva come un topo (c'era una colonia di ratti grigi nei fabbricati annessi di Chadds Ford e Max Meade non riusciva a scoraggiarli con esche avvelenate) e che i miei genitori non avevano tempo per me. Gem-ma mi chiamava, avendo udito male il mio nome. O misconoscendolo. Mmmm Gem-ma! i cui piccoli seni sensibili erano esattamente della misura delle mani a coppa di Melanie e le cui labbra intirizzite potevano essere dischiuse, e scaldate, dalla bocca carnosa ed esperta di Melanie.
Ovunque Melanie mi baciasse c'era una galassia di lentiggini diceva. Ovunque Melanie mi baciasse ero benedetta.
Ricordati sempre, Gem-ma, che tu sei il mio cuore.
Anche quando sarai vecchia. E io sar cenere-alla-cenere.
Perch capisci? Noi siamo qui e adesso.
Adesso  sempre e per sempre e qui  dappertutto Gem-ma mmmmmmm!
Promesso?
Nel disordine della scrivania di Minette  Swift la Bibbia bianca-rilegata restava bene in vista. E accanto a questa, adesso c'era un diario nero-rilegato.
Minette era andata a casa per un  eekend di quattro giorni verso la fine di febbraio e dopo il suo ritorno questo diario era apparso all'improvviso sulla sua scrivania. Pensai Questo  qui perch io lo legga, giusto?. Infatti, sebbene Minette fosse indifferente alla mia persona, avevo l'impressione che desiderasse che io la osservassi, la notassi.
Sola nello studio, mi avvicinai alla scrivania di Minette. Tesi l'orecchio per assicurarmi che non ci fosse nessuno sulle scale, che nessuno entrasse nella stanza. Aprii il diario che aveva una rigida rilegatura nera e spesse pagine di pergamena. Rimasi delusa: la maggior parte delle pagine del diario erano in bianco. Solo le prime pagine erano riempite con l'ordinata calligrafia da scolaretta di Minette in inchiostro blu, passaggi copiati dalla Bibbia. E c'era un ritaglio di giornale ingiallito dal Carolina Negro Record, del giugno 1951:
Sono stato un testimone oculare del linciaggio di Nelson  Swift nella contea di Jasper, Carolina del Sud. Il linciaggio  avvenuto in un campo vicino alla zona della fiera della contea. La vittima era un giovane nero di ventinove anni. Era stato liberato dalla prigione di contea ed era a piedi quando fu catturato da una banda del Ku Klux Klan e altri. Ci fu una conversazione tra gli uomini dello sceriffo della contea e i capi del Klan, e gli uomini dello sceriffo non rimasero. La folla era piuttosto numerosa, circa 200 individui, comprese alcune donne e ragazzi. Nelson  Swift urlava mentre i capi lo spogliavano dei vestiti e lo mutilavano con coltelli nelle parti basse. Poi venne legato con una corda intorno al collo e trascinato dal rimorchio di un camion fino al campo. A questo punto la folla era molto pi numerosa, forse 500 persone. Nelson  Swift era ancora vivo quando lo legarono a un albero nel campo, circondato da pezzi di legna e fascine. Queste furono inzuppate di benzina e date alle fiamme. Nelson  Swift gridava Oh Dio! Dio, aiutami! Ma non ci fu nessun aiuto. Lui si dibatteva e lottava per sciogliere la corda che lo teneva legato ma non riusc a liberarsi quando il fuoco divenne pi caldo. Alla fine non si riusciva pi a distinguere il corpo di Nelson  Swift dalle fiamme.
Nel campo erano state parcheggiate molte macchine, e adesso stavano partendo. Io ero tra gli ultimi testimoni rimasti. Il Klan prese possesso dei resti carbonizzati di Nelson  Swift che furono riportati nella piazza della cittadina di Jasper dove rimasero in mostra per parecchi giorni. Fotografi di molti Stati oltre alla Carolina del Sud hanno venduto souvenir del linciaggio per un dollaro. Si dice che fossero disponibili anche dita delle mani e dei piedi ma la testa di Nelson  Swift  scomparsa.
Lessi pi volte questo terrificante resoconto. La vista annebbiata dalle lacrime. Nelson  Swift! Ventinovenne nel 1951, oggi la vittima avrebbe l'et del reverendo  Swift se fosse ancora viva. Forse era un fratello, un cugino. Un parente di Minette  Swift che era stato assassinato prima che lei nascesse.
Minette, io... 
Io, io! Perch a Minette sarebbe dovuto importare cosa provavo io? Mi sarei ritratta da lei, pazza di vergogna.
Perch non sapevo cosa dire a Minette  Swift, avendo letto il suo diario. Non c'erano parole adeguate per quel che provavo, e quel che provavo non era adeguato per ci che era successo a un uomo di ventinove anni di nome Nelson  Swift, nel 1951, nella contea di Jasper, Carolina del Sud. Non sapevo neppure se Minette avesse voluto che leggessi il suo diario. Ora, quasi in marzo, dovetti ammettere che conoscevo la mia compagna di stanza meno di quanto la conoscessi, o pensassi di conoscerla, in settembre.
Il diario nero-rilegato sarebbe rimasto sulla scrivania di Minette esattamente nella stessa posizione accanto alla Bibbia bianca-rilegata ma non lo avrei pi aperto.
Questa merda! Deve finire! 
Crystal Odom era furibonda, gli occhi lucidi di lacrime. Aggredendomi sulle scale dove non potevo sfuggirle in nessun modo e vidi i suoi pugni chiusi, vidi che le sarebbe piaciuto picchiarmi e invece le si incrin la voce, stava implorando: Genna! Devi farla smettere, sei la sua compagna di stanza. E' pazza, sta avvelenando questa casa, la deve smettere con tutta questa merda diglielo tu! .
Il 7 marzo 1975 Minette  Swift sostenne di essere tornata al suo armadietto nell'edificio di educazione fisica dopo la lezione di ginnastica e aver scoperto che uno dei suoi maglioni era stato insudiciato con un pennarello nero. Minette non voleva che venisse formalmente denunciato l'incidente perch non desiderava altre seccature, ma aveva chiesto al decano degli studenti di essere esonerata da educazione fisica per il resto dell'anno, e il decano aveva acconsentito.
Minette festeggi bruciando i suoi vecchi e barbosi indumenti da ginnastica. Li avrebbe bruciati nel suo cestino metallico della carta straccia nel nostro studio se non glielo avessi impedito, convincendola a uscire insieme a me sul retro della residenza, nella neve, dove Minette dovette gettare molti fiammiferi accesi sulle T-shirt macchiate di sudore, i voluminosi calzoncini cachi e sneakers bianche candide prima che prendessero fuoco e bruciassero con una puzza fumosa e soffocante che ci infiamm gli occhi e ci fece ridere.
Quell'odore? E' l'odore del diavolo. Non solo i poveri vecchi porci del paese dei Geraseni devono sopportare la puzza di Satana. 
Non capivo di cosa stesse parlando Minette. Ma si esprimeva con zelo e sentimento e si confidava con me come con una sorella.
Non c'era stata nessuna denuncia formale della molestia negli spogliatoi, ma naturalmente corsero molte voci.
Un pomeriggio  endy Yardman sal le scale scricchiolanti fino al secondo piano di Haven House, per parlare con Minette  Swift. Ma Minette non aveva nessuna voglia di parlare con  endy Yardman, che era cos barbosa e piena di s che mi d la nausea, quindi Minette si nascose nella sua stanza con la porta sgarbatamente chiusa mentre io balbettavo cercando di spiegare alla popolare rappresentante degli studenti dell'ultimo anno che la mia compagna di stanza era una cristiana devota che credeva nel perdonare i suoi nemici, porgere l'altra guancia, non creare altri problemi... Esasperata,  endy disse: Ma i problemi ci sono. Ce ne sono un sacco. Gli stramaledetti problemi non se ne andranno da soli, Minette  Swift  -  endy alz la voce stridula per parlare a Minette attraverso la porta - puoi seppellire la testa nella sabbia con tutta la tua pia piet cristiana, ma se c' odio razziale in questo campus, non far che peggiorare come i nazisti e siamo tutte coinvolte, sorella! .
Fuggii dalla stanza. Ero imbarazzata per  endy Yardman! Perch sapevo che Minette non avrebbe aperto la porta a questa sorella, molto probabilmente Minette si stava facendo beffe di lei al di l della porta, o seduta sul letto sfatto con le dita ficcate nelle orecchie.
Minette  Swift non  tua sorella, ma mia.
Qualche giorno dopo fui informata, non da Minette ma da un'altra ragazza della residenza, che Minette era andata da Dana Johnson per dire che non poteva continuare a consumare i pasti nella sala da pranzo. Sulle prime ero incredula, perch Minette non mi aveva detto niente. Quando le chiesi perch, cos'era successo, Minette mi guard come se la stessi mordendo.
Scusa, eh! Stai cercando di dirmi che non lo sai? Io invece lo so benissimo. 
Ormai, sempre pi spesso, Minette parlava con la sua pronuncia strascicata da negro del Sud. Quello che era iniziato come un gioco scherzoso divenne abituale. Si diceva che, perfino con i suoi insegnanti, Minette parlasse cos.
So cosa, Minette? 
Ma Minette rise soltanto, girandosi dall'altra parte. Perch non voglio dare altre soddisfazioni a quelle l. Ecco perch. 
Era vero, Minette attirava l'attenzione nella sala da pranzo. Nessuno era maleducato, non proprio. Nessuno la fissava apertamente, o la indicava alle altre. Tuttavia, se camminavi accanto a Minette  Swift, e dopo aver fatto la coda alla caffetteria ti sedevi con lei, non potevi non accorgerti della malcelata attenzione delle altre. E poi c'erano ragazze che venivano al nostro tavolo per parlare con Minette, offrirle solidariet, sostegno morale. Dopo l'incidente negli spogliatoi, queste interruzioni estemporanee erano aumentate.
Ma mi mancherai, Minette... 
Forse Minette aveva udito questa tenue protesta, ma si era allontanata canticchiando come se niente fosse.
Dopodich, Minette inizi a consumare i suoi pasti a Little Hall, una residenza per ragazze dell'alta borghesia sul lato pi distante e collinoso della corte quadrangolare. Little Hall era pi lontana da raggiungere a piedi, ma Minette era soddisfatta perch aveva il privilegio di consumare i suoi pasti non nella sala da pranzo con tutta quella banda di gente, ma in una dispensa fuori dalla cucina, in privato.
Strana, la sala da pranzo, senza Minette  Swift! Per la prima volta, allo Schuyler College, non avevo una compagna di stanza con la quale sedermi. Ero ferita, ero arrabbiata con Minette, mi mancava soprattutto a colazione, che era il pasto che consumavamo insieme pi sovente. Anche se adesso ero libera di sedermi con le altre. Ero libera, quando entravo nella sala da pranzo, di sedermi a qualsiasi tavolo volessi.

Separate
... la notte del 28 marzo 1975 avevo lavorato alla mia scrivania, scrivendo a mano la brutta copia di un compito per la lezione di storia dell'arte perch non volevo dattilografarla per non disturbare la mia compagna di stanza Minette  Swift che era andata a dormire alle dieci, ed erano le tre del mattino quando smisi di lavorare, m'infilai a letto e rimasi sveglia, incapace di dormire, come capitava spesso che non riuscissi a dormire in quelle notti, eppure pensando con calma Possiamo vivere cos, ma per quanto? come nella casa di Chadds Ford anche una bambina poteva chiedersi Per quanto? Per quanto tempo ancora andr avanti cos?. Attraverso le palpebre semichiuse, al di l della stretta finestra vidi qualcosa di simile a piani di luce mutevoli in cielo, a meno che non fossero piani di luce mutevoli in un'incisione di una marina di  ilson Homer, e attraverso la parete di cartongesso udii il familiare scricchiolio delle molle di un letto, i sospiri della mia compagna di stanza e un borbottio di parole indecifrabili e quello che mi parve un breve ma violento intermezzo di denti digrignati seguito dal silenzio e dopo un po' il rumore della mia compagna di stanza che si levava a sedere, trascinava il corpo tarchiato gi dal letto, poi il rumore di Minette che usciva dalla sua stanza e lentamente, passo dopo passo, attraversava lo studio fino alla porta e pensai Come mai Minette  cos silenziosa? perch quasi ogni notte si alzava per andare in bagno, camminando pesantemente sui talloni come avrebbe fatto di giorno. Per quella notte Minette era molto silenziosa. Adesso ero completamente sveglia, in ascolto. Non intendevo origliare, come non avevo mai inteso ascoltare di notte nella casa di Chadds Ford le misteriose voci alzate, le risate e le grida occasionali dolci e penetranti come richiami di uccelli esotici dal piumaggio vivace e tuttavia stavo ascoltando, sentendo Minette che nella sua avanzata furtiva usciva dalla stanza chiudendosi la porta alle spalle e dopo parecchi minuti tornava e mi venne il pensiero pi curioso che sospettoso che Minette non aveva usato il gabinetto, vero?... perch non c'era stato nessun rumore di sciacquone o rubinetto, quel fastidioso gemito protratto di acqua che scorreva attraverso le tubature antiquate di Haven House e adesso Minette stava tornando nella sua camera con passi infallibili nell'oscurit, a piedi nudi, lentamente e silenziosamente come ne era uscita e solo il lieve scricchiolio dell'assito del pavimento la tradiva, e poi lo scricchiolio pi distinto delle molle del letto mentre il suo corpo robusto vi si adagiava e adesso calava il silenzio come un respiro trattenuto e allora mi venne in mente come mi accadeva spesso di notte in questa stanza che i nostri due letti erano esattamente paralleli e i nostri due corpi galleggiavano insieme sulla superficie del sonno come sulla superficie dell'acqua e forse iniziavamo a sprofondare sotto la superficie esattamente nello stesso momento, forse il sonno ci trascinava gi insieme bench fossimo in letti separati con una rozza parete di cartongesso a dividerci come di giorno eravamo divise in due pelli separate per necessit perch tutta la vita deve essere separata altrimenti non potremmo vederci a vicenda, non potremmo amarci l'un l'altro altrimenti.

Vendetta
La mattina si sarebbe scoperto che la nostra porta era stata deturpata dall'odiosa parola , scritta in inchiostro nero. era tronca e impudente, misurava undici centimetri in altezza ed era stata tracciata con un grosso pennarello.
Non fummo n io n Minette a scoprirlo. Lo venimmo a sapere quando una delle nostre vicine buss timidamente alla porta per svegliarci verso le 6,20 del mattino. Era una ragazza che si alzava presto, col buio, per lavorare nella sala da pranzo.
Si chiamava Maria Kubovy. Era un'allieva meritevole di Moncton, Ne  Bruns ick. I suoi genitori erano immigrati russi, e lei era nata nel Ne  Bruns ick ma parlava inglese con un accento che si faceva pi pronunciato quando era ansiosa, eccitata. A lungo avrei ricordato com'era spaventata Maria Kubovy mentre balbettava che non voleva che qualcuno pensasse che era stata lei, Maria, a deturpare la nostra porta: Io stavo solo... cio, c'era gi quando l'ho visto, poco fa. Non l'ho mai visto prima d'ora, non so chi ce l'ha messo. Spero che mi crederete, io, io non so... .
Vedendo sull'esterno della nostra porta, Minette mormor Ohhh!  come se le avessero dato un calcio nello stomaco, si gir e scapp goffamente nella sua stanza.
! Era una beffa, uno schiaffo in faccia. Eppure erano solo dei segni fatti da un pennarello a inchiostro nero, difficili da cancellare dalla porta, ma se fossi stata io a scoprire questi segni come mi sarebbe stato facile nascondere il passandoci sopra il pennarello, trasformando un simbolo in una semplice macchia misteriosa/irritante.
Ma non ero stata io a scoprirlo. Insieme, io e Maria Kubovy scendemmo a bussare alla porta di Dana Johnson.
Quella sera alle 7,30 ci fu una riunione per motivi d'emergenza per tutte le residenti di Haven House. Nel salotto di Dana Johnson ci sedemmo sui divani, sulle poltrone e sul pavimento. Precedenti generazioni di residenti di Haven House ci sorridevano felici, ancorch cieche, dalle fotografie incorniciate sulle pareti.
Questa volta, inaspettatamente, Minette  Swift era presente. La sua era una presenza intimidatoria, come lo sarebbe stata una scultura totemica in mezzo a comuni esseri umani, appariva pi grande del normale pur non essendolo, con la pelle scura tesa sul viso dalle ossa grosse e occhi dietro i massicci occhiali di tartaruga che apparivano risoluti, lo sguardo inflessibile fisso su tutte noi e nessuna mentre con voce esitante Dana Johnson ci informava di ci che a quel punto sapevamo tutte: un altro odioso attacco razzista era stato perpetrato nella residenza.
era stato cancellato dalla porta da un custode. Ma non prima che fosse stato fotografato come prova. Sulle scale del secondo piano, nel corridoio fuori dalla nostra porta, al pianterreno negli alloggi di Dana Johnson, per tutto il giorno erano stati presenti a turno amministratori del college e membri del personale. Il viso di Dana Johnson mostrava chiari segni di sfinimento, occhi cerchiati di fatica come fuliggine.
Avevo i brividi. Mi sedetti sul pavimento poco distante dai piedi di Dana Johnson, stringendomi le ginocchia al petto. Non riuscivo a guardare Minette  Swift. Pensavo Sta chiedendo vendetta, ne ha il diritto. Pensavo Non parler. No, non lo far. Ero troppo agitata per andare a lezione quel giorno. Avevo cercato pi volte di chiamare Veronica, nella speranza di farmi dare il numero di Max, ma non rispondeva nessuno nella casa di Chadds Ford e fui costretta a rendermi conto che non parlavo con mia madre da settimane, e mia madre non aveva chiamato per lasciarmi un messaggio. Eppure ci eravamo separate in buoni rapporti dopo la vacanza interminabile, ci eravamo baciate e abbracciate, a meno che non fosse un sogno che adesso ricordavo nella confusione e nello stress di quel momento.
Dana Johnson stava parlando in fretta. Le sue mani sgraziate si muovevano a scatti. I capelli brizzolati erano tagliati cortissimi, come quelli di una martire. Da settembre era invecchiata di dieci anni. Mentre alle sue lezioni la professoressa Johnson parlava con relativa facilit e autorevolezza, e un tocco di umorismo, qui, in questo ambiente angusto e affollato, di fronte a un pubblico involontario di ragazze che la fissavano in un silenzio rancoroso, balbettava, perdeva il filo del discorso e doveva ricominciare daccapo. C' una follia in questa casa! A un certo punto della notte scorsa, qualcuna di voi, e deve essere una di voi, o pi di una, ha imbrattato la porta della stanza 303. Sappiamo che pu essere solo qualcuno di questa residenza, perch tutte le porte erano chiuse a chiave dall'interno. E' un gesto d'odio assolutamente lampante, rozzo e crudele che offende il senso comune e la comune decenza. Una parola orribile, oscena, scarabocchiata su una porta da un vile individuo. Non lasceremo questa stanza, nessuna di noi, finch... 
Ci fu una pausa straziante. Un'emozione cos tesa che le ragazze di Haven House correvano il rischio di scoppiare in una risata isterica. Le labbra carnose di Minette si contrassero e mi chiesi se stesse cercando di non sorridere, o sogghignare; anche se forse era una preghiera quella che le sue labbra stavano formando inconsciamente. Sapevo che preghiere, frammenti di passaggi della Bibbia e inni cristiani scorrevano nella mente di Minette a tutte le ore del giorno e della notte, e che le erano di conforto.
Timidamente, avevo alzato gli occhi sul viso della mia compagna di stanza. Mi ricordai della prima volta che avevo visto Minette  Swift nella cappella del college, e poi fuori dalla cappella, e dopo ancora nella Casa di Elias Meade, e avevo provato un'attrazione cos potente per lei, impossibile da comprendere come da biasimare. Da quel giorno Minette  Swift era ingrassata di una ventina di chili. Gli occhiali di plastica rosa conchiglia erano spariti come se non fossero mai esistiti. Gli occhi che erano stati belli, orlati da ciglia folte e attentamente guardinghi, erano spenti. Non puoi piacerle per forza. Non puoi cambiarla. Non puoi nemmeno cambiare te stessa. Sapevo che ero obbligata dal codice d'onore dello Schuyler college a dare informazioni su Minette  Swift, a denunciarla e tradirla ma non riuscivo a decidere quali parole dovevo usare, non riuscivo a udire le parole nella mia voce. Perch Minette era seduta immobile accanto a Dana Johnson, le spalle dritte, la testa alzata, l'espressione distante, volta all'interno. Sembrava una persona il cui dolore  completamente interiore, non riconosciuto. Cos profondo, da poter essere trasformato in radianza. Temevo che il suo sguardo incrociasse all'improvviso il mio, ma non ci fu alcun barlume di riconoscimento. Minette ascoltava imperturbabile mentre Dana Johnson balbettava, incespicava, perseverava. Minette indossava la sua tenuta invernale: pantaloni di lana, camicia e pullover, e stivali con la punta rinforzata. Il davanti del pullover era sbavato di quelli che potevano essere grumi di salsa. I capelli cos rigidi di gel da sembrare un cappello messo in testa di traverso in modo sbarazzino. Un alone di ascelle non lavate, di indumenti sporchi emanava da lei permeando ogni angolo della stanza priva d'aria. La sua espressione rimase distaccata, ironica mentre Dana Johnson balbettava: Come pu accadere una cosa simile, voi giovani donne siete la crema  - incapace di ricordare quello che stava dicendo - la messe, la crema... il meglio del meglio eppure... un incubo si  abbattuto su di noi, e io vi chiedo di dirci perch? .
Ero spaventata al pensiero che questa donna, l'unica adulta nella stanza, potesse crollare e mettersi a piangere e nessuna di noi avrebbe saputo cosa fare, se osare toccarla, consolarla, persino riconoscere le sue lacrime. Nel silenzio penoso iniziai a parlare come una cieca che procede a tentoni nella semioscurit: Non so chi ha imbrattato la nostra porta la notte scorsa. Ma ho sentito qualcuno. Erano circa le tre e mezzo del mattino e ho sentito qualcuno fuori dalla porta. Stavo lavorando alla mia scrivania. Non ho fatto molta attenzione, ma ho decisamente sentito qualcuno fuori in corridoio, vicino alla nostra porta. Penso di non aver avuto nessun sospetto, credendo che fosse solo qualcuno che stava andando in bagno, c' sempre gente che va e viene dal bagno, e la nostra stanza  vicino alle scale, e in seguito ho pensato che forse qualcuno era salito dalle scale, ma non ne sono sicura. Perch al momento non ero sospettosa, ero concentrata sul mio lavoro. Minette era a letto, la sua luce era spenta. Era andata a dormire prima di mezzanotte. Credo di non essere andata a letto fin verso le quattro . Stavo parlando pi spedita adesso. Il cuore aveva iniziato a saltare e scalciare in modo irregolare come aveva fatto un giorno dello scorso anno nello sforzo frenetico di una partita di basket alla Corn all Academy quando avevano dovuto portarmi a braccia fuori dal campo. Adesso vorrei essere andata ad aprire la porta per vedere se c'era qualcuno. Per vedere chi c'era. Perch avrebbe potuto essere qualcuno di esterno a Haven House, sarebbe stato facile per qualcuno nascondersi nella casa finch venivano chiuse le porte, e a volte le porte non sono chiuse a chiave, lo sappiamo, sappiamo che la porta sul retro a volte viene lasciata aperta con una zeppa, chiunque potrebbe entrare, un sacco di gente potrebbe avere accesso a Haven House. Se avessi avuto dei sospetti...  La mia voce rimase sospesa in aria, come un uccello che batte le ali contro il vento.
Mentre parlavo, tutte mi guardavano. Doveva essere stata una rivelazione che Genna Meade parlasse in questo modo, perch avevo fama di essere taciturna e schiva. Eppure ero consapevole solo di Minette  Swift che mi guardava mentre parlavo, e mi vedeva. Mi vedeva per la prima volta. La sua espressione era sbalordita, incredula. Adesso lo sa. Sa che io so. Adesso finir.
Mi furono fatte domande da Dana Johnson e alcune altre. Ripetei diligentemente quanto avevo detto. Non avrei cambiato quel che avevo detto. Come chi abbia attraversato un abisso in equilibrio su un'assicella strettissima non avrei cambiato la mia strategia. Minette  Swift continuava a fissarmi e adesso le sue labbra si erano aperte, e stava respirando rumorosamente dalla bocca. Come se anche il suo cuore stesse battendo all'impazzata. Nel bel mezzo di una domanda di una delle altre residenti, Minette si riscosse all'improvviso, si alz in piedi, borbott Scusate, eh!  e usc dal salotto di Ms Johnson senza guardarsi indietro.
Sentimmo i suoi passi pesanti sulle scale, mentre saliva.
La mattina dopo Minette  Swift chiese di essere trasferita da Haven House a un'altra residenza, in una stanza singola. Nel primo pomeriggio le trovarono un nuovo alloggio e nel tardo pomeriggio lei e le sue cose erano state rimosse da Haven House.
Fu un vero shock! Ingenuamente, avevo previsto una reazione molto diversa alla mia testimonianza. Minette? Perch...  Cercai pi volte di parlare con Minette, ma lei si ritraeva da me. Come se io fossi avvolta in una luce accecante che non riusciva a guardare, girava il viso da un'altra parte senza incrociare il mio sguardo. Dopo che i facchini del college ebbero caricato le sue cose su un furgone per portarle alla sua nuova residenza, rimasi scioccata nel vedere che Minette si era lasciata dietro la borsa a tracolla italiana, bene in vista sul ripiano del suo cassettone.
La borsa era ancora imbottita con la carta del negozio. Non c'era nessun biglietto di accompagnamento.
Non c'erano camere singole disponibili a Little Hall, n in alcuna residenza per le studentesse, cos si rese necessaria una sistemazione d'emergenza per Minette, allo Stone Cottage, la casa delle ex alunne dello Schuyler. Qui, Minette aveva un salotto con caminetto, una stanza da letto spaziosa e un bagno tutto suo. Lo Stone Cottage era uno degli edifici storici del college accanto alla Casa di Elias Meade e per gran parte del tempo solo una o due stanze erano occupate, e raramente per pi di una notte.
Il giorno dopo, il reverendo e Mrs  Swift vennero in macchina da  Washington. Incontrarono il rettore Belknap e altri amministratori del college e anche il consigliere accademico di Minette e il suo psicologo del centro sanitario studentesco. A quanto pare erano stati avvicinati dalla zelante reporter dello Schuyler Clarion ma avevano educatamente rifiutato di essere intervistati, come aveva pi volte rifiutato la loro figlia. A una certa distanza li vidi camminare insieme a Minette col suo cappotto rosso e la sciarpa di angora bianca, lasciare l'edificio dell'amministrazione e attraversare la corte quadrangolare coperta di neve in direzione dello Stone Cottage. Era met pomeriggio, le lezioni erano in corso, quindi le persone che stavano camminando nella corte erano relativamente poche. Speravo che Minette guardasse verso di me, sorridesse e mi facesse segno di andare a conoscere i suoi genitori, in uno di quei bruschi cambiamenti d'umore tipici di Minette  Swift, perch adesso che la mia compagna di stanza mi aveva ripudiato, e ferito, e si era lasciata dietro il mio regalo, forse provava un po' di comprensione? senso di colpa? affetto? Mi aveva salvato la vita, dopotutto.
Allo stesso tempo, non mi aspettavo veramente che Minette si degnasse di riconoscere la mia presenza, perch non era certo il momento adatto.
Senza dare nell'occhio, li seguii. Ero comunque diretta alla biblioteca. Mi spiaceva che Je el non fosse con loro, ero andata pi d'accordo con Je el che con la sorella maggiore, fin dall'inizio. Vidi che Mrs  Swift era pi bassa di Minette, particolare che non ricordavo, e che era grossa quanto lo era diventata Minette; sembrava pi vecchia, stanca, non attraente come appariva nella Giornata dell'orientamento. Ma il reverendo  Swift era un bell'uomo, faceva girare molte teste al suo passaggio. La sua andatura era elastica, aggressiva. Aveva l'aria di un ex atleta. In quel giorno di marzo freddo e nuvoloso, indossava un lungo cappotto scuro che sembrava di cachemire, gettato sulle spalle, sbottonato, e un completo blu scuro con un gilet rosso. La sua espressione era intensa, combattiva. Lo stress della riunione con il rettore Belknap e altri funzionari dello Schuyler sembrava avergli dato energia, mentre aveva sfibrato Minette e la madre che faticavano a stare al passo con lui. Come davanti a un pubblico in ammirazione, il reverendo stava parlando e gesticolando animatamente. Il suo fiato fumava, le mani si muovevano con gesti rapidi e convincenti.
Alla biforcazione a V dei due marciapiedi, gli  Swift passarono a tre metri da me. Nessuno di loro mi not.

Non solo i poveri vecchi porci del paese dei Geraseni devono sopportare la puzza di Satana.

Voci!
Alla fine si era ucciso. A cinque anni dal giorno successivo alla morte del guardiano notturno nero.
La morte del guardiano quarantatreenne nell'attentato dinamitardo alla Do  Chemical non era stata calcolata, la morte di Ansel Trimmer lo fu.
Solo che Ansel Trimmer si era ucciso giocando alla roulette russa con una pistola. Pu essere calcolata una pallottola sparata da una pistola in un gioco alla roulette russa?
Anche se, forse, Ansel Trimmer non era morto. Forse era solo fuggito dagli Stati Uniti con un passaporto nuovo.
O forse stava progettando di fuggire dagli Stati Uniti e i suoi complici stavano diffondendo le voci della sua morte per confondere le acque e fuorviare i loro nemici.
I suoi complici e/o il suo consulente legale.
Un consulente molto leale. Pro bono per quasi dieci anni.
Trimmer aveva vissuto una vita da latitante nell'area di Altoona, Pennsylvania. A meno che non fosse  ilkes-Barre. Port Alleghany? Era una vita da fuggitivo-fisso non molto diversa dalla carcerazione. A lavorare come meccanico d'auto sotto falso nome. Lui, i cui eroi politici erano stati Che Guevara, John Bro n, Mao Tse-tung. Lui, i cui poeti-eroi erano stati  alt  hitman, Pablo Neruda, Gary Snyder, Allen Ginsberg.
Non aveva mai perso la sua fede nella rivoluzione / era stato depresso, con pensieri suicidi per qualche tempo. Divorato dai sensi di colpa a meno che non fosse invidia, rabbia. La sua vita non vissuta da poeta-rivoluzionario. La sua visione politica non realizzata. Aveva vissuto nell'Era del Vietnam e adesso, nel 1975, la guerra era finita da un pezzo e Nixon era stato sconfitto eppure era cambiato ben poco nell'essenza dell'anima americana. E lui aveva trent'anni, la sua giovinezza era andata. E anche la maggior parte dei suoi denti.
Era diventato un tossico. Era diventato un alcolizzato. Era andato in riabilitazione ed era pulito. Oppure era stato disintossicato ed era pulito.
Aveva chiesto con insistenza che Max Meade facesse un pellegrinaggio per andare a trovarlo nella campagna ormai in malora di Altoona, o  ilkes-Barre o ovunque si trovasse il luogo del suo esilio. Max Meade aveva fatto di lui un martire e adesso Max Meade doveva fare un pellegrinaggio per vedere Ansel Trimmer.
Vicini come padre/figlio. Anzi, pi vicini: il figlio di Max Meade si era sottratto alla sua influenza all'et di sedici anni; il padre milionario di Ansel Trimmer lo aveva buttato fuori di casa a diciotto.
Per anni Max Meade e Ansel Trimmer avevano interrotto ogni rapporto, avevano litigato su differenze ideologiche. Probabilmente c'entrava anche una giovane donna bionda. Pi di una donna, probabilmente.
In esilio Ansel Trimmer era ancora armato. Il suo arsenale segreto di pistole, fucili, una doppietta calibro dodici era impressionante. Aveva mostrato a Max Meade la pistola che si portava sempre dietro, addosso o sul pickup, una Colt calibro .38.
La maggior parte di queste armi, anche se non tutte, erano state fornite a Ansel Trimmer e ai suoi (ex) compagni da Max Meade e soci. Oppure, i fondi per acquistare le armi erano stati forniti da una miriade di fonti.
Aveva mostrato il revolver a Max Meade. In una variante delle voci, Max aveva cercato di disarmare Ansel. In un'altra variante, Max era terrorizzato e Ansel aveva riso dell'uomo pi vecchio per la sua vigliaccheria morale.
Infine, Ansel si era puntato la canna della calibro .38 alla fronte e aveva premuto il grilletto, non una ma tre volte in rapida successione e al terzo tentativo era morto sul colpo, una pallottola nel cervello. Era morto nella cucina di una fattoria nella campagna vicino a Altoona, o Port Alleghany, o  ilkes-Barre. O al di l del confine statale a Maysville,  est Virginia...
Insieme ad altri nella casa, Max aveva dovuto trascinare il cadavere nei boschi per seppellirlo.
Scossi e terrorizzati. Erano principianti in fatto di morte. Avevano spesso parlato di morte, ma non avevano mai toccato e nemmeno visto la morte cos da vicino.
Stronzate, non ci credo! Max non si sarebbe fatto coinvolgere in niente di simile.
Se hai bisogno di credere questo, fa' pure.
Il terreno doveva essere ghiacciato! Nessuno avrebbe potuto scavare una fossa. Non a mano. Questo non  mai successo!
E va bene, Genna, ti sto solo riferendo le voci che circolano.
Sono voci ridicole. Non  mai successo,  impossibile. Lo sai che nostro padre non ha mai infranto la legge.
Va bene, Genna.
Non credo che sia possibile, tutto qui. E' ridicolo. Il terreno  ancora gelato come un pezzo di ghiaccio, lo Schuylkill  ghiacciato.
Forse non  successo proprio cos. Non lo hanno sepolto nella terra ma in un altro modo.
Oh, Rickie, stronzate. Come?
Te l'ho detto, non sono Rickie. Sono Richard.
Allora, mi dici come?
In una cava di ghiaia, per esempio. O se il ghiaccio cominciava a incrinarsi, in un lago o un fiume. In una miniera.
Questa  pura invenzione. Non ci credo.
Oppure Trimmer non  morto. Le voci sono fabbricate ad arte. Per fuorviare.
Fuorviare chi?
Le autorit, agenti sotto copertura. La famiglia di Max. Noi.
Non credo neanche a questo. Stronzate!
Genna, pensavo lo volessi sapere, tutto qui. Dovresti saperlo. In caso tu abbia bisogno di sapere. Se qualcuno ti chiede di nostro padre, come lo hanno chiesto a me.
Chi? Chi te lo ha chiesto? Quando...?
D che non sai niente. Che  quanto so anch'io.

Perdita
Adesso Minette  Swift se n'era andata da Haven House e dalla mia vita. Entrando nella stanza inciampai in un silenzio sgomento come dopo una violenta esplosione.
In tanto vuoto mi sentivo imbarazzata, a disagio. Mi sapevo colpevole, ma di quale crimine o peccato, non riuscivo a ricordarlo.
La stanza all'ultimo piano era diventata una singola e in quanto tale percepita come desiderabile. Quasi altrettanto spaziosa della mia vecchia stanza nella casa di Chadds Ford.
Non ero a mio agio nel prendere possesso dell'armadio di Minette. La sua stanza da letto non mi sarebbe servita e tenni la porta chiusa. (Il materasso era sudicio, macchiato. Lo coprii con un lenzuolo buttato sopra.) Avrei potuto ragionevolmente prendermi la scrivania di Minette accanto alla finestra pi grande, ma per qualche ragione non lo feci.
In attesa del ritorno di Minette. Forse.
Sulla parte dove c'era stato il poster di Minette della CONFRATERNITA DELLA GIOVENT CRISTIANA, una spettrale ombra rettangolare.
Verso la fine di marzo, una telefonata inaspettata.
Genna? C' un tale per te. 
Era un fatto ignoto, ma c'erano dei tali nella mia vita. Non erano esattamente i miei ragazzi. Nessuno era un amante.
Uno di loro, il pi improbabile, era il dottor Ferris, il mio (ex) professore di sociologia.
Molte volte, dopo la fine del semestre autunno/inverno, ci eravamo incontrati per caso, e mi aveva invitato a bere un caff con lui in Pierpont Avenue. Non ero a mio agio con il dottor Ferris, mi mancava l'atteggiamento filiale/seducente necessario a relazioni del genere. Sapevo che era sposato, era della generazione di mio padre. Le nostre conversazioni erano teoriche, mai personali. Non aveva mai accennato a Maximilian Meade, nemmeno in modo indiretto. Non mi aveva chiesto della mia famiglia. Tuttavia pensavo Non posso fidarmi di lui, sa chi sono.
Non era il dottor Ferris a chiamare, per. Il tale si rivel ancor pi improbabile: mio fratello Rickie che non sentivo da moltissimo tempo.
Di Rickie i miei genitori dicevano con distacco che era andato per la sua strada. E dovevi immaginarti un ragazzo sciocco e ostinato che batteva la sua strada solitaria attraverso il sottobosco, e non un giovane scaltro che fuggiva dall'affascinante squallore della casa di Chadds Ford in cerca di una vita pi ordinata a Philadelphia, una carriera prevedibilmente brillante alla Penn e una specializzazione post-laurea alla  harton School of Business.
Salvo che non era pi Rickie Meade. E nemmeno Rick. Era Richard, Richard H. Meade.
E di punto in bianco mi chiedeva di andare a un telefono pubblico a chiamare un numero che stava per darmi, cosa che feci, e poi informarmi che voleva venire allo Schuyler per vedermi, potevamo incontrarci come per caso nella libreria del college, e andare a piedi da qualche parte, si ricordava vagamente di Pierpont Avenue e dello Schuyler College, potevamo evitare il campus e camminare lungo il fiume oltre la zona industriale della citt, e cos seguii le istruzioni pratiche di mio fratello, e ci incontrammo come voleva lui, e fu allora che mi parl delle voci che circolavano a Philadelphia sul terrorista latitante Ansel Trimmer e nostro padre Max Meade.
Non fu un incontro gradevole. Ero irritata con mio fratello che veniva a sconvolgermi in questo modo. A intromettersi nella mia vita. Non era pi niente per me, un ambizioso carrierista in banche d'investimento! Il mio vecchio amore per Rickie, e il dolore che lo aveva accompagnato, era sbiadito dalla mia memoria come le polaroid di noi due appuntate sul pannello di sughero in cucina a casa, esposte al sole. Anni di lontananza e indifferenza e adesso: Pensavo che volessi saperlo, Genna, tutto qui. Tu dovresti saperlo .
Stronzate. 
Genna.  Era leggermente scioccato, che la sua sorellina usasse un linguaggio del genere. Non gli era venuto in mente che ormai non mi conosceva pi.
Non volevo essere in combutta con mio fratello su niente che potesse costituire un tradimento di nostro padre. Anche se ero furiosa con Max, ed ero stata ferita da lui.
Sono solo voci, come ho detto. Ma tu devi esserne informata. In caso ti avvicini qualcuno. Max ha giocato col fuoco, per quasi tutta la sua vita adulta. Finir col bruciarsi, non pu non aspettarselo. 
Rickie, vale a dire Richard, aveva ventiquattro anni. Avrebbe potuto averne trentaquattro, per come si comportava, tutto compunta dignit e cautela. C'era una ruga d'espressione tra le sue sopracciglia folte, una piega combattiva nelle labbra. Mentre camminavamo in riva al fiume, nessun altro in vista, Rickie si guardava spesso intorno.
Passammo davanti alla panchina sporca sulla quale si era seduta Minette S ift, con la schiena alla strada. Mi sembrava quasi di udire le voci del coro della chiesa portate dal vento.
Entrambi loro. Succeder, alla fine. 
Non volevo sentire questo. Ero piombata in una trance di resistenza. Alla volont malevola di mio fratello. Al suo desiderio di turbare, intromettersi. Il suo racconto su Ansel Trimmer, Max Meade, la roulette russa era stato fatto in modo da suggerire dispiacere e urgenza ma si vedeva benissimo che c'era una vaga soddisfazione in lui. Era contento che Trimmer fosse morto e abbandonato nei boschi, anche se solo nella fantasia; era contento che Max Meade fosse stato spaventato a morte, umiliato e ridotto alla disperazione, anche se solo nella fantasia. Aveva goduto a diffondere queste voci come qualcuno che gode a diffondere una malattia.
Rickie adesso viveva in un appartamento di cinque stanze in una delle belle, vecchie case di arenaria di Society Hill, a Philadelphia. Al termine della  harton School era stato assunto da una delle societ di investimento pi prestigiose della citt. Si guardava intorno mentre parlava, strizzando gli occhi, aspettandosi di vedere... Cosa? Chi? Max Meade che ci osservava da lontano, molto colpito?
Tornammo indietro, diretti verso Pierpont Avenue. Ci eravamo incontrati per caso nella libreria. Per strada, ragazze che conoscevo mi sorrisero, nella speranza di essere presentate. Ragazze di cui ero diventata amica, almeno in apparenza, che non sapevano che avessi un fratello pi grande. Dissi vagamente: Questo  mio fratello Rickie... Richard. Questo  mio fratello Richard H. Meade che vive a Philadelphia e lavora per una banca d'investimenti . Le parole arrivavano meccanicamente come se le avessi pronunciate molte volte.
Vidi mio fratello attraverso gli occhi di queste ammiratrici: alto, smilzo, inquieto come se i vestiti gli andassero stretti, attraente come lo era Max Meade pur non avendo una sola caratteristica attraente. Il suo viso era asimmetrico, gli occhi ravvicinati. Si vedeva che un giorno la cupola calva della sua testa sarebbe sbucata fuori, anche se per il momento i suoi capelli erano folti, scompigliati dal vento. Capelli molto simili ai miei.
Com'era simile alla mia, la sua faccia punteggiata di lentiggini.
Continuammo a camminare. Le ragazze ammirate ci seguirono con lo sguardo. Ero salita nella loro stima, adesso. Mentre, nella disastrosa faccenda della mia compagna di stanza Minette  Swift, avevo occupato una posizione molto dubbia nella loro stima.
La Casa di Elias Meade  nel campus, vero? Non la vedo da anni. 
Rickie aveva fatto pochissime domande sullo Schuyler College, o su di me. Lo capivo, era difficile per un fratello prendere sul serio la sorella pi piccola. Solo Max meritava il suo interesse, e in grado minore Veronica. Si era degnato di informarmi che non aveva alcun tipo di contatto con Max; sentiva spesso Veronica, lo invitava sempre ad andare a trovarla a Chadds Ford, ma lui manteneva le distanze, naturalmente.
Passammo attraverso l'arco dello Schuyler College. Le lettere ornate in ferro battuto forgiato con eleganza. Al di l, il campus collinoso scolpito in bianco come in un immacolato polistirolo espanso. La torre campanaria della cappella scand le ore: le cinque.
Sembra cos remoto questo posto. Un altro mondo. Avresti dovuto andare alla Penn. E devi essere molto conosciuta qui. La pronipote del fondatore quacchero. 
Gli dissi di no. Pensavo di no.
E che mi dici di Maximilian? Dev'essere risaputo che  tuo padre. 
No. Pensavo di no.
Ti ricordi che Max voleva radicalizzare questo posto? La sua visione utopistica era quella delle guardie rosse di Mao. Quel delinquente! 
La risata di Rickie era eccitata, affannosa. Non capivo chi fosse il delinquente: Mao o Max.
Una volta, scherzando, Max aveva detto che la differenza tra lui e Mao era che Max Meade non avrebbe ucciso cos tanta gente.
Era una battuta, e avrebbe dovuto farti ridere. Detta con la voce roca di Max simile a un crepitare di canne secche.
Improvvisamente esasperato, Rickie disse: Non li perdoner mai, Genna. Quegli adulti dei nostri genitori. Che ci hanno inflitto quella vita. Tu poi, all'et che avevi .
Rickie, io sto bene. Ho solo perso la capacit di sorprendermi, tutto qui. 
Non sai che cosa hai perso, Genna. E' nella natura della perdita, non saperlo mai. 
Stronzate. 
Mi si stringeva il cuore per la pena nel sentire queste cose, non volevo saperne. Ridevo per dimostrare che non le prendevo molto sul serio. Provammo ad aprire la porta principale della Casa di Elias Meade, ma era chiusa a chiave e dentro era tutto buio.

Ricerca
Adesso che Minette  Swift se n'era andata da Haven House e dalla mia vita, mi assaliva spesso il pensiero furtivo e bruciante La tua punizione  giusta.
Non era vero quello che avevo detto a mio fratello: non avevo perso la capacit di sorprendermi. Ero come qualcuno che  stato anestetizzato e non sa come  stato ferito, o se  stato davvero ferito.
Pi facile ridere in modo sprezzante. Scusa, eh!
Era stata una sorpresa assoluta per me la reazione della mia compagna di stanza Minette  Swift quando avevo testimoniato il falso per il suo bene.
Era stata una sorpresa assoluta, e s, si potrebbe dire una ferita, che Minette si fosse trasferita.
E la borsa italiana abbandonata.
Io non ho bisogno delle tue bugie. Non ho bisogno di te. Ti odio.
Nei giorni, nelle settimane che seguirono avvistavo spesso con una fitta di emozione la mia ex compagna di stanza che attraversava la corte quadrangolare, scendeva i gradini di un edificio in mezzo a gruppi di altre ragazze anonime, quella figura solitaria, indomita, inconfondibile: Minette S ift. Come sempre camminava con una calma esasperante, gli occhi fissi e impassibili che non guardavano n a destra n a sinistra, pi che sprezzante, dimentica e indifferente a ci che la circondava.
Come una roccia, in un torrente impetuoso, dotata di un misterioso moto proprio. Completamente svincolata dal moto del torrente, o da testimoni che osservavano il tutto.
Conoscevo il programma di Minette: alle dieci spagnolo (Minette aveva fatto due anni di spagnolo alle superiori, e adesso allo Schuyler stava seguendo il secondo anno di spagnolo per il corso in lingue straniere in cui sperava di ottenere un facile A) nel padiglione di lingue romanze e da qui, luned/mercoled, passava a  oburn Hall per la lezione di letteratura americana e il venerd andava in biblioteca per le esercitazioni di letteratura americana. Il pomeriggio, Minette aveva lezione di botanica e laboratorio nel Ne  Science Building: partecipavo anch'io alla lezione, con altre settantacinque studentesse, ma non al laboratorio di Minette. (Frequentavo anche il corso di letteratura americana. In nessuna delle due grandi aule cercavo di sedermi vicino a Minette. Di solito mi sedevo un paio di file dietro di lei. Minette badava poco alle altre e non mi aveva notato nemmeno una volta, nonostante prima del suo trasferimento da Haven Hall avessimo spesso frequentato insieme queste lezioni. Di soppiatto riuscivo a osservare la scrupolosit di Minette nel prendere appunti, il suo interesse concentrato nella lezione, che inevitabilmente, nel corso dei cinquanta minuti della sessione, si trasformava in irrequietezza; talvolta riuscivo persino a intravedere gli intricati scarabocchi di Minette sui margini dei quaderni, elaborate figure geometriche che si potevano scambiare per soli in esplosione.) Minette aveva Matematica 101 nel padiglione di matematica il marted/gioved all'una: un edificio gotico di granito logorato dal tempo, nel quale io non avevo motivo di entrare.
Esonerata dalle lezioni di educazione fisica che disprezzava tanto, Minette non doveva pi scarpinare attraverso il campus fino alla palestra e ai campi da gioco, e non la si vedeva ai bordi del campus, a parte una o due volte in cui la intravidi o mi parve di intravederla, e seguii la sua figura imbacuccata nel piumino, con il cappuccio tirato sulla testa, finch scoprii che no, non era Minette  Swift, ma un'altra ragazza che camminava spedita e sola con una sacca di libri a tracolla.
Nei pressi di Little Hall ovviamente era pi facile avvistare Minette. E nei pressi dello Stone Cottage. Questi erano edifici familiari nel campus centrale e nel corso della giornata mi capitava pi di una volta di passarci davanti.
Minette? Ciao! 
Le gridavo con naturalezza. A voce alta, vivace, che si librava senza peso e senza rimproveri come un aquilone. Talvolta Minette sentiva, si guardava intorno con un sorriso accigliato, di educata sorpresa: perch Minette  Swift era stata addestrata alla buona educazione e dunque questa era la risposta immediata a qualsiasi intrusione. Vedendo chi ero, o, sbattendo le palpebre dietro le lenti spesse degli occhiali, senza vedere, mormorava in modo impercettibile quello che avrebbe potuto essere un Ciao e proseguiva per la sua strada.
A volte Minette proseguiva per la sua strada senza sentire niente.
C'erano giorni, giorni di brutto tempo in marzo e all'inizio di aprile, in cui Minette non si faceva vedere alle ore previste. Saltava le nostre lezioni pi affollate parecchie volte. Quantomeno, io non riuscivo a vederla.
(Non volevo fermarmi ad aspettare Minette  Swift. Non volevo che le altre mi vedessero ferma ad aspettare, col cuore infranto, la mia ex compagna di stanza Minette  Swift che mi aveva ripudiato nel modo pi plateale.)
Nella biblioteca del college feci una ricerca sulla Venere ottentotta. Trovai tre libri che contenevano la caricatura esatta che era stata fotocopiata e infilata sotto la nostra porta. Tramite un'amica che lavorava nel reparto consultazione riuscii a stabilire che nessuno aveva preso questi libri in prestito, nessuna di loro, fin dalla primavera del 1974.
Per c'erano delle fotocopie in biblioteca. A ogni piano. Minette avrebbe potuto copiare con facilit il disegno in biblioteca senza bisogno di ritirare il libro. La mia indagine non dimostrava niente.
Tuttavia: se Minette aveva scritto sulla nostra porta, non seguiva necessariamente che avesse inscenato anche il precedente atto di molestia. Nel corso di introduzione alla filosofia ci avevano insegnato a opporci alla falsa causalit, ai termini imprecisi, ai sillogismi illogici.
Niente.
Sempre in biblioteca provai a fare una ricerca sul Nelson  Swift che era stato linciato nella Jasper County, Carolina del Sud, nel giugno del 1951. Nessuna traccia, nemmeno nei libri e negli articoli sui linciaggi nel Sud americano, sul Ku Klux Klan, o sulla discriminazione razziale.
Non  vero che Minette  Swift era sempre sola. Ogni tanto mi capitava di vederla con altre. Una volta, al centro studentesco, a un tavolo della caffetteria con  endy Yardman e un'altra allieva dell'ultimo anno, una robusta ragazza-donna dalla pelle scura che portava i capelli in ispide treccine, una certa Hannah Steele, redattrice dello Schuyler Clarion che aveva scritto editoriali controversi in difesa della marxista nera Angela Davis, delle Pantere Nere e persino, con un certo grado di ambiguit, dell'Esercito di Liberazione Simbionese. Tra queste due potenti personalit, Minette  Swift sedeva impassibile, la sua pazienza stoica messa a dura prova. Passando a una certa distanza dal loro tavolo, non m'intromisi; non lanciai un saluto a Minette; mi rallegrai in cuor mio che il viso di Minette fosse una maschera di pura cortesia, sapevo che di l a qualche minuto avrebbe mormorato: Scusate, eh! e avrebbe tagliato la corda lasciando  endy Yardman e Hannah Steele a guardarla sgomente.
Non potete prendermi! Neanche andarci vicino.
S, ci avevo pensato: per convalidare l'accusa di molestie razziali fatta da Minette, per assolverla in modo definitivo e irrefutabile dalle controaccuse (ufficiose, inespresse) di aver fabbricato lei stessa le prove delle molestie, avrei potuto spedire a MIN S IFT STONE COTTAGE un altro messaggio di NIGGR GO HOME. Sarei potuta entrare di nascosto nello Stone Cottage, e scarabocchiare col pennarello nero la scritta .
A volte pensavo, s, lo far. E Minette capir.
Altre volte pensavo, no! E' una follia. Nessuno capir.
La pronipote di Elias e Generva Meade. Nipote di Alden Meade, figlia di Maximilian Meade. Rivelatasi una razzista bianca. Pubblicamente smascherata come colei che ha spedito messaggi di odio razzista a un'allieva meritevole nera di diciotto anni, figlia di un ministro del culto e sua ex compagna di stanza.
Mi batteva il cuore per la vergogna e il terrore, nel sentire simili accuse.
Oh, ma mi veniva da ridere: la faccia di Max Meade!
Verso la fine di marzo, comprai un pennarello nero in cartoleria. Quello con la punta pi grossa. Un pennello, praticamente. Mi piaceva l'odore dell'inchiostro. Mi piaceva la grossa sbavatura nera che lasciava su un foglio di carta bianca. Mi ricordai i pennarelli che aveva Minette, sistemati con cura sulla sua scrivania.
Cercai di scrivere a Minette. Talvolta anche mentre le ragazze andavano e venivano dalla stanza che adesso era la mia stanza - la stanza di Genna - a curiosare, a fare commenti vuoti e imbarazzati (Non riesco a credere che se ne sia andata! Devi essere cos sollevata), mascherando il loro disagio, la loro confusa vergogna/disprezzo (Chiunque l'abbia fatto, se mai lo ha fatto, perlomeno adesso  finita, qualunque cosa dicano di noi) e pruriginosa curiosit (E' davvero cos sporco il suo materasso? E' ancora in quella stanza?). Io non le assecondavo, non permettevo loro di aprire la porta della vecchia stanza di Minette che tenevo sempre chiusa come fossi nervosamente consapevole della possibilit che s, Minette  Swift era in camera sua, e la privacy della mia compagna di stanza non doveva essere violata.
Certo che mi manca. Ero amica di Minette. Noi non possiamo capire la pressione cui  sottoposta, non sta a noi giudicare... 
Loro ridevano di me, credo. La figlia di Max'milian Meade, cos pia! Eppure avevano simpatia per me, e forse, fino a un certo punto, mi ammiravano come un personaggio nel racconto del loro primo anno allo Schuyler College, che si era rivelato tanto pi tumultuoso di quanto chiunque avrebbe immaginato: un racconto che si sviluppava slittando e derapando fino alla brusca partenza di Minette  Swift dalla residenza, ma che non si era ancora concluso.
L'11 aprile era il compleanno di Minette  Swift. Il 13 aprile era il mio compleanno.
Chiss se Minette se ne sarebbe ricordata?

Stradegia
Da Richard H. Meade a Philadelphia a Generva Meade a Haven House, Schuyler College, arriv una breve lettera battuta a macchina, datata 8 aprile 1975.
Perch non la dimentichi e basta la nostra conversazione, Genna, dell'altro giorno. Visto che non riesci ad accettare certi fatti che hai davanti agli occhi penso sia la stradegia pi saggia per entrambi noi, figli di M.M. Grazue.
Richard
Stradegia, grazue erano errori di battitura che sarebbero stati individuati se mio fratello avesse riletto quel che aveva scritto. Lo aveva battuto a macchina in fretta e furia, dunque. Strideva anche, come una nota stonata, la posizione di Genna nella prima frase.
S, pensai: dimenticher.
E dimenticher anche quello che mia madre mi aveva spifferato, o vomitato addosso, al Valley Forge Mall.

Ragazza nera / Ragazza bianca
All'inizio di aprile del 1975, Minette  Swift avrebbe chiesto, e le sarebbe stato accordato, un congedo dallo Schuyler College per motivi di salute per il resto del semestre, a condizione che le venisse consentito di tornare, come allieva meritevole, in autunno.
Bruscamente, alla fine di aprile del 1975, Generva Meade si sarebbe ritirata dallo Schuyler College per motivi di salute. E non sarebbe pi tornata.

Stone Cottage
Senza essere invitata, andai a trovare Minette  Swift nella sua suite di stanze dello Stone Cottage, il 10 aprile 1975, che era la vigilia del diciottesimo compleanno di Minette. Senza saperlo, sarei stata l'ultima persona a vedere Minette  Swift viva.
Fu un capriccio! Portare a Minette una dozzina di rose bianche, comprate da un fiorista in Pierpont Avenue. Perch il giorno dopo era il suo compleanno e avevo saputo che Minette non stava bene.
Sapevo che Minette era stata assente dalle nostre lezioni. Era indietro col suo lavoro per il laboratorio di botanica. Correva voce che non fosse riuscita a sostenere i suoi esami fondamentali (letteratura americana, biologia), e che avesse fatto una domanda di congedo dalla scuola che le consentiva di ritirarsi dai suoi corsi attuali senza essere bocciata, per tornare allo Schuyler in autunno.
La voce pi inquietante era che Minette era scivolata, caduta, era stata spinta, sui gradini della biblioteca, viscidi per una tempesta di nevischio, e si era slogata la caviglia, una brutta distorsione che la costringeva a usare le stampelle. Per Minette si rifiutava di denunciare a qualsiasi funzionario del college di essere stata spinta e lo Schuyler Clarion non aveva fatto menzione dell'incidente.
Verso i primi di aprile, l'affaire  Swift, nell'elegante espressione che Crystal Odom aveva coniato, si era gradualmente affievolito, dopo la raffica iniziale di eccitato e scandalizzato interesse. Le diciassette residenti rimaste a Haven House vivevano in una specie di nebbia avvelenata: eravamo vagamente note, non individualmente, ma collettivamente, come razziste, infide, cattive e maligne.
A Haven House, il desiderio collettivo era dimenticare. Stava diventando sempre pi raro che qualcuno nominasse Minette  Swift. Le visitatrici della mia stanza cessarono di parlare di lei. Certe mattine, mi svegliavo senza pensare alla mia (assente) compagna di stanza. Solo quando io e Maria Kubovy ci incontravamo i nostri saluti erano impacciati, imbarazzati. Era come se avessimo commesso un gesto dissacrante insieme, oscuramente ma dolorosamente ricordato.
Questo  un errore. Lei non ti vuole. Servir solo a ricordarglielo. Non ti vergogni!
Era la voce di Max Meade che mi avvertiva. Una delle sue frasi fatte, un rimprovero buffo con una punta di severit paterna, era Non ti vergogni!. Il rimprovero era un'allusione al famigerato senatore repubblicano Joseph McCarthy.
Ciononostante portai una dozzina di rose bianche, rose bianche dai petali soffici, lievemente fragranti tra felci delicate come pizzi, alla mia ex compagna di stanza Minette  Swift, pur sapendo che avrebbe disprezzato le rose, come avrebbe disprezzato me.
Quando i miei ricchi parenti Meade visitavano lo Schuyler College per le riunioni degli amministratori fiduciari, soggiornavano allo Stone Cottage. Cos mi avevano detto. Ma io non ci ero mai entrata. Mentre Haven House era un alveare di attivit, lo Stone College era un sepolcro. Avevo notato che la maggior parte delle sue finestre erano buie. Una governante solitaria viveva al primo piano. Costruito in un'epoca precedente persino alla Casa di Elias Meade, il cottage era fatto di brutte pietre massicce che sembrava fossero state pigiate insieme a forza; appariva tozzo, nanesco. Naturalmente era stato arredato per essere pittoresco, delizioso. Nel salotto principale c'era una spinetta con la tastiera coperta, c'erano sof e poltrone con fasce legate intorno per impedirne l'uso. C'erano (non illuminati e coperti di polvere) lampadari di cristallo. C'erano scaffali fino al soffitto di libri rilegati in pelle e male assortiti - Shakespeare, The Federalist Papers, sir  alter Scott, James Fenimore Cooper - e c'erano pareti di foto incorniciate della storia dello Schuyler College. Gran parte di tutto questo era semibuio e trasudava un'umidit pietrosa. Appena entrai nell'atrio cominciai a tossire.
Allora mi venne il pensiero folle: come sarebbe stato oltraggioso nello Stone College. Scritto col pennarello nero su una delle porte bianche immacolate, o sulle pareti di logora tappezzeria di seta.
La governante dall'aspetto irlandese mi inform seccamente che la suite di Minette  Swift era la 2b, al piano di sopra.
La ringraziai. Salii la scala coperta da una guida nella luce crepuscolare. Sentii che, dietro di me, la governante fissava la mia schiena. Ragazza bianca / ragazza nera. C' qualcosa che non va. La governante era una donna robusta di mezza et la cui espressione, quando aveva pronunciato il nome di Minette, mi aveva detto tutto quello che avevo bisogno di sapere sulla sua rabbia per la presenza della ragazza nera in quella casa storica.
Il cuore mi batteva forte. Bussai alla porta della suite 2b. Sapevo che Minette c'era, potevo vedere un barlume di luce sotto la porta. Minette? Sono...  Avevo la gola secca, non riuscivo a pronunciare il mio nome. All'improvviso fui sopraffatta da una vergogna terribile, al pensiero che Minette non ricordasse il mio nome.
C'era silenzio nella stanza. Sentivo la tensione del silenzio. Sapevo che Minette stava fissando la porta, sospettosa e ostile. Bussai di nuovo e questa volta dissi timidamente il mio nome, quasi come una domanda: ... Genna Meade? 
Sentii Minette avanzare traballando sulle stampelle, poi con inaspettata violenza la porta fu parzialmente aperta. La faccia di Minette apparve nello spiraglio come una rabbiosa luna nera. Scusa, eh, ma  tardi! Io mi alzo presto, non faccio mai tardi la sera. 
Non era veramente tardi: l'orologio illuminato sul campanile della cappella segnava le nove e dieci. La maggior parte delle ragazze dello Schuyler stava alzata fin dopo mezzanotte. Minette si era gi messa la vestaglia blu e il pigiama, calze di lana su entrambi i piedi. Era la caviglia destra che si era slogata, ingrossata dalla fasciatura dentro il calzino. Appoggiandosi alle stampelle, ansimante, Minette mi lanci un'occhiata ostile. Attraverso le lenti sporche degli occhiali, i suoi occhi trasudavano rabbia, rassegnazione.
Tu, ragazza! Perch tu!
Ciecamente, porsi le rose a Minette, che non aveva una mano libera per prenderle. Udii me stessa darle delle spiegazioni: avevo sentito dire che si era slogata una caviglia e sapevo che il giorno dopo era il suo compleanno...
Senza una parola, Minette si fece da parte, come per farmi entrare. Il gesto doveva bastare, per invitarmi nella stanza. Minette usava le stampelle in modo brusco, avventato. Sembrava non si accorgesse o non le importasse che, maneggiando le stampelle in modo cos maldestro, finiva per appoggiarsi con tutto il suo peso sulla caviglia malandata.
Minette aveva acceso candele profumate: candele di tutte le forme, dimensioni e colori, sistemate in piccoli supporti di vetro sui ripiani dei tavoli, sui davanzali e sulla sua scrivania, e a forma di croce, sul tappeto sopra il pavimento. L'odore era opprimente. Molte delle candele stavano colando sul tappeto. Potevo immaginare la costernazione atterrita della governante.
... com' bello, Minette. Questo ... 
Mi sentivo intimidita, imbarazzata. Come se, senza saperlo, fossi entrata in un tempio.
In una follia privata. Onoro Ges. 
Le fiamme delle candele erano abbaglianti. Tremolavano, ammiccavano. Cos tante, e l'odore cos forte! L'effetto di questa miriade di fiamme era sognante, ipnotico. La croce, che era al centro delle candele che la circondavano, misurava circa un metro per due. C'era un disegno geometrico nella disposizione delle candele intorno alla croce, un ottagono forse. Per tener fuori gli spiriti maligni. I demoni. Vidi che molte candele verdi alte e affusolate erano pericolosamente vicine alle tende increspate di organza.
Minette era a un tempo imbarazzata per essere stata scoperta, e orgogliosa. Mi stava presentando il suo dio, nella sua misteriosa forma infuocata.
Avevo interrotto il rituale, non tutte le candele erano state accese. Vidi la mia occasione, avrei acceso quelle che rimanevano perch per Minette era difficile muoversi, e chinarsi con le stampelle.
Minette si sedette pesantemente su un divano che scricchiol sotto il suo peso, e lasci cadere le stampelle sul tappeto con malagrazia. Ogni suo gesto sembrava suggerire quanto Minette  Swift fosse indifferente a questo luogo storico in cui era stata alloggiata.
Secondo le voci che circolavano nel campus Minette  Swift viveva in una spaziosa suite di antichit, ma i mobili in questa stanza non sembravano autentici pezzi d'antiquariato, solo vecchi e sgraziati mobili coloniali americani. Il tappeto tessuto a telaio era di buona qualit ma logoro in alcuni punti. La tappezzeria di seta alle pareti, stampata a disegni floreali vertiginosi che si ripetevano all'infinito, era a sua volta di buona qualit, ma sbiadita. Sulle pareti c'erano ritratti di antenati dall'aria arcigna, per lo pi maschi dalla pelle bianca come latte cagliato. (Tra i ritratti c'era solo una donna, dalla mascella sporgente e occhi da falco: Generva Meade? La donna indossava una cuffietta bianca ornata di gale simile a una cuffia da notte. Non riuscivo a credere che quella donna dai lineamenti cos sgradevoli fosse la mia bisnonna.) Sopra la scrivania c'era il poster mal ridotto della CONFRATERNITA DELLA GIOVENT CRISTIANA che Minette aveva attaccato rozzamente con lo scotch alla tappezzeria, e poco pi in l, sempre attaccato con lo scotch, c'era un calendario girato sul mese di aprile.
I primi dieci giorni di aprile erano stati cancellati con una X tracciata col pennarello nero. Avrei voluto far notare a Minette che il 10 di aprile non era ancora passato.
Libri, carte, capi di vestiario erano sparpagliati per tutta la stanza come un bottino di guerra. Perch qui c'era uno spazio grande il doppio del nostro studio a Haven House, che doveva essere rivendicato. Sulla scrivania di Minette che era uno scrittoio di elaborata scomodit, c'era la sua macchina da scrivere, e accanto a questa, un quaderno di laboratorio di botanica tutto ciancicato, i fogli di carta gialla coperti da figure geometriche compulsivamente intricate, la semidistrutta antologia Norton con la copertina che avevo fatto io. E c'era anche il diario rilegato in nero.
Sul divano accanto a Minette c'erano la sua Bibbia e una delle lattine di biscotti di Mrs  Swift, cui Minette stava attingendo quando ero arrivata. Sul pavimento ai piedi di Minette c'era una bottiglia da un litro di root beer, per tre quarti vuota.
Avevo interrotto non solo le onoranze per Ges, ma anche un banchetto notturno. Adesso Minette si sarebbe sentita in dovere di dividere il suo cibo con me, per cortesia. Non mi aveva invitato a restare, tantomeno a togliermi la giacca, ma io me la tolsi e la appoggiai sullo schienale di una sedia. Le chiesi se c'era un vaso che potevo usare, per le rose, e con riluttanza Minette mi indic un'angoliera dall'altra parte della stanza. Dentro ci trovai un vaso. Era fatto di opaline, ma era scheggiato. Sentii la mia voce librarsi leggera come un aquilone nel vento e chiedere a Minette come stava, per quanto tempo avrebbe dovuto usare le stampelle, come stavano andando le sue lezioni in questo semestre... Non pensavo fossero domande alle quali Minette avrebbe desiderato rispondere, ma non ne avevo altre.
Erano settimane che non vedevo la mia compagna di stanza cos da vicino e rimasi turbata dal suo aspetto. E non solo perch Minette non si era presa cura della propria persona come gi faceva prima, ma perch aveva l'aria malata, depressa. La sua faccia sembrava gonfia e lucida di un malsano sudore untuoso, le palpebre erano pesanti e gli occhi iniettati di sangue. Minette  malata. E' odore di malattia quello che sento. Sotto il nauseante profumo d'incenso, avevo individuato l'odore di arancia bruciata della pelle o dell'alito di Minette che significavano droghe, nella mia esperienza. Nel bagno di Minette, dove andai a riempire il vaso d'acqua, vidi una boccetta aperta di grosse pillole bianche sul lavandino, e battuta a macchina sull'etichetta la parola CODEINA.
Un potente analgesico. Veronica aveva adorato la CODEINA.
Lo specchio sopra il lavandino era schizzato di macchie d'acqua. Nel lavandino c'erano capelli neri e una patina di sporcizia. Non volevo guardare troppo attentamente gli asciugamani sporchi sulla rastrelliera, le calze e le mutande sudice sul pavimento e, nel cestino dei rifiuti pieno fino all'orlo, un pannolino rigido di sangue secco. Mi sentivo mancare, trattenni il respiro contro l'odore.
Con gioia portai le rose nel vaso di opaline a Minette, per offrirgliele: Bene! Buon compleanno, Minette .
(Rose bianche! Perch le avevo comprato delle rose bianco-crema! Non me n'ero resa conto fino a quel momento, vedendole riflesse negli occhi di Minette.)
(Ma il rosso mi era sembrato troppo romantico/vistoso. Il rosso, nel negozio del fiorista, mi era parso troppo un clich.)
Minette parve commossa. Si asciug gli occhi, mormor un grazie. Il suo sorriso era addolorato, ma pur sempre un sorriso. Con la sua bocca da bambina imbronciata, disse: Come faceva qualcuno a sapere che era il mio compleanno? .
Dissi a Minette che io naturalmente sapevo che era il suo compleanno. Il mio era due giorni dopo, il 13 aprile.
Minette mi guard al di sopra delle rose che stava annusando. Tu? Quanti ne compi? 
Diciannove, come te. 
Diciannove. 
Minette aggrott la fronte, pensandoci su. Non era chiaro se diciannove era troppo vecchia, o troppo giovane.
Dissi, con impacciato umorismo: Siamo quasi gemelle, sotto lo stesso segno zodiacale .
Gemelle!  La risata di Minette era a un tempo sprezzante e stupita, come la risata di Je el nella soffitta segreta della Casa di Elias Meade.
Era divertente, e risi anch'io. La mia risata era acuta, fiammeggiante. Mi vennero le lacrime agli occhi, era uno scherzo crudelmente feroce, quanto indicibile.
Era chiaro che Minette non stava bene. Sembrava stanca, sfinita. Una tristezza pesante la opprimeva, dando una piega amara alle sue labbra, una piega all'ingi da donna di mezza et. I suoi occhi che mi erano parsi cos belli avevano perso il loro splendore, il bianco era giallastro, iniettato di sangue. In capo a pochi anni Minette  Swift sarebbe stata pi grassa, e sfiatata. Sparita per sempre la spavalda scolaretta con gli occhiali di plastica rosa conchiglia e i suoi provocatori Scusa, eh? . Al di l di un abisso guardai Minette, pietrificata. Cosa ci facevo qui? Perch ero venuta, dove non ero desiderata? (Tuttavia, Minette non era parsa sorpresa di vedermi.) Cosa volevo da Minette  Swift, e cos'avevo da dare a Minette  Swift che fosse di qualche valore? Nel mio nervosismo avevo raccolto una scatola di fiammiferi per accendere il resto delle candele. Avrei dovuto spegnerle quelle candele, era una follia, era pericoloso, tutte quelle candele accese, e alcune che vacillavano come se stessero per rovesciarsi... Stai onorando Ges, Minette. Mi ricordo.  Le fiamme delle candele erano ipnotiche. Cos simili ad anime umane tremule, trasparenti e fuggevoli, questo continuo consumarsi bruciando, espiazione ed estinzione. Con riverenza, mi chinai sulle candele spente, avvicinando il fiammifero allo stoppino. Vidi che Minette mi stava osservando, con attenzione. Non l'avrei mai tradita, avevo testimoniato il falso per il suo bene. Avevo macchiato il mio onore per lei, siamo sicuri che questo fosse un bene? che fosse generoso? che fosse fraterno? Qui e adesso! Qui e adesso! Dio  qui,  ovunque, adesso! Il mio polso acceler nell'improvvisa consapevolezza che era proprio cos, tutto ci che Max aveva denunciato come una sterile panzana era vero, il nucleo stesso del dio vivente che tiene insieme quelli che credono, tuttavia non era una verit che si poteva sostenere a lungo, come un appassionato respiro trattenuto.
Minette disse piano: Noi siamo deboli. Ges  forte. In noi Ges  forte .
C'erano cinque candele perpendicolari rispetto ad altre undici. La croce, la doga. L'odore d'incenso mi stordiva.
Non  stato Ges a salvarmi la vita, sei stata tu Minette! 
Parlai come in preda a un'improvvisa ubriachezza. Minette rise, stupita e leggermente offesa. Scusa, eh, ma quando sarebbe successo? 
In dicembre. In Pierpont Avenue. Quando abbiamo comprato le candele. 
Minette scosse la testa, confusa. Naa. 
Minette, lo hai fatto! O forse era Ges, in te. Hai agito senza pensare. E' stato il tuo istinto, io ero scesa dal marciapiede come una stupida, cieca in mezzo al traffico. 
Minette aggrott la fronte, scosse la testa. Naa!
... Adesso vorrei  - le vene sulle tempie mi pulsavano per l'enormit di quello che stavo per dire, che avrei osato dire mentre Minette mi fissava da sotto palpebre pesanti - vorrei poter pregare per te. So che tu puoi pregare per me, ma vorrei essere io a pregare per te. Vorrei che le mie preghiere avessero qualche potere. Pregherei per Una lunga vita felice per Minette S ift. 
Minette rise, irritata. Scusa, eh, ragazza, ma io posso pregare per me stessa. 
... che la tua caviglia guarisca, e... 
La mia caviglia sta guarendo! E' una slogatura, non una frattura.  Di colpo Minette si mise a parlare in un flusso precipitoso di parole. Quelle ragazze mi hanno spinto uscendo dalla libreria, capisci,  gi buio e si scivola per via del ghiaccio e loro ridono fingendo di non vedermi l sulle scale dove sto cercando di mettermi a tracolla la stramaledetta sacca dei libri e loro mi vengono addosso e poi fanno finta di essere sorprese: Ohhh non ti abbiamo vista!, Ohhh, riesci ad alzarti? Riesci a camminare?, come diavoli, potevo vedere la cattiveria nei loro occhi, come carboni ardenti, potevo sentire la puzza di Satana nel loro fiato, come quelle streghe diaboliche nell'altro posto. Ges mi stava mettendo alla prova e io penso, fin dove pu arrivare il mio perdono, porgi l'altra guancia e vedi che ti prendono a calci nelle natiche perch sei una vecchia Niggr che loro possono prendere a calci sapendo che la passeranno liscia. Anche quelle a cui piaci ti prenderanno a calci di sicuro! Cos dico a quei diavoli non toccatemi, non allungate una mano su di me o vi uccido. Sono scappata via zoppicando non volevo dargli nessuna soddisfazione a quelle l. Non ho fatto rapporto a nessun sorvegliante. Perch avrei dovuto! Per dargli soddisfazione, a quelle. Torno qui, e la mia caviglia comincia a gonfiarsi, la immergo nell'acqua calda e per poco non svengo dal dolore ed ecco che arriva un sorvegliante e mi porta in infermeria in macchina e l'infermiera mi guarda la caviglia e chiama un'ambulanza!... poi, prima di dire ba, sono al pronto soccorso a fare una lastra. E hanno dovuto chiamare i miei genitori. E tutto il resto. 
All'improvviso Minette sembrava stanca. Aveva spinto in su gli occhiali e si strofinava gli occhi con tanta forza che avrei voluto afferrarle le mani, per fermarla.
Non hai riferito di essere stata spinta, Minette. 
Perch avrei dovuto dargli la soddisfazione, a quelle! Lo sanno tutti cosa stanno facendo. 
Ma, se ti hanno spinto... 
E' come le altre volte! Quello che ti fanno, devi sopportarlo. Io sono debole ma Lui  forte. E' stata la mia debolezza, a lamentarsi di qualcosa. Ges non ti d pi di quanto puoi sopportare. Pu darti dolore, pu darti offese, pu darti vergogna, pu darti un cuore infranto, ma non ti dar pi di quanto puoi sopportare. Mai e poi mai. 
Non pi di quanto puoi sopportare, Minette, ma pu essere estenuante per te. Per la tua salute... 
Scusa, eh, ma questa non  la mia salute! Questa non  la tua salute. E' la salute di Ges,  lui che ce la d. 
La logica di Minette era cos appassionata che non riuscii a controbattere. Sentii la potente corrente sotterranea della sua pazzia, volevo tirare un respiro profondo, soccombere. Protestai debolmente: Ma la tua caviglia  slogata, questo  reale. Il dolore  reale. Se... .
Senti, domani  il mio compleanno. E' andata cos, e domani verranno a prendermi. Per portarmi a casa. 
A casa? Vai a casa domani? 
In congedo. Mio padre ha parlato al telefono con, come si chiama... il decano. L'accordo  che potr tornare qui, e avr ancora la borsa di studio. 
Minette parl lentamente. Storse la bocca intorno a borsa di studio come se avesse un gusto acido.
Oh, Minette, mi dispiace. Che tu vada a casa, intendo... 
Scusa, eh, ma a me non dispiace. 
Minette era ancora senza fiato per la sua tirata, ma non pi cos agitata adesso. Stava armeggiando per staccare un pezzo di muffin, per mangiarlo; il divano era cosparso di briciole.
Quando arriveranno i tuoi genitori, Minette? Forse dovrei restare con te, almeno finch... 
Minette fece spallucce. Parve non sentirmi, per ribad, con maggiore enfasi: A me non dispiace come a mio pap, e non mi vergogno come lui. Ges mi aiuter, pap imparer a perdonarmi. Ho fede in questo .
Minette spinse verso di me la scatola con i muffin. Erano di farina scura e pastosa con dentro un piccolo frutto o una bacca leggermente amara: mirtilli palustri? Cos deliziosi da farmi venire l'acquolina in bocca. Non sapevo di essere tanto affamata.
Restammo sedute in silenzio a mangiare muffin. Minette bevve dalla bottiglia di root beer e me la pass. Il liquido scuro era tiepido e gasato, di una dolcezza nauseabonda. Tuttavia lo bevvi, avevo una sete terribile. E la bocca secca, come se fossi in preda al panico, o al ricordo del panico.
Mi chiesi cosa avesse letto Minette nella sua Bibbia. Se avesse letto ad alta voce. La grossa Bibbia rilegata in pelle bianca era aperta, imbrattata di briciole di muffin. Non riuscii a vedere su quale libro fosse aperta. Minette non mi aveva mai letto niente dalla sua Bibbia, non mi aveva mai invitato ad andare con lei in chiesa. Per non glielo avevo chiesto, forse aspettava che lo facessi?
Tra una e l'altra, divorammo tutti i muffin nella scatola.
La campana della cappella scand le dieci. Era ora di andare via. Minette stava sbadigliando. Ero sfinita come se fossi stata sveglia per giorni. Non facevo pi caso alle candele accese, i miei occhi si erano abituati alla luce tremolante. L'odore d'incenso non era pi cos forte. Solo quando lasciai lo Stone Cottage l'aria fresca mi risvegli, come uno schiaffo in faccia.
Buonanotte, Minette. 
Come se non riuscissi a dire addio.

Nella notte
Quella sera, poco dopo mezzanotte, un'improvvisa esplosione di sirene.
Nel mio studio al secondo piano di Haven House andai alla finestra della mia ex compagna di stanza a guardare fuori nella notte, senza riuscire a vedere l'incendio, perch si frapponevano edifici e alberi, e la fuligginosa densit del fumo che cominciava a diffondersi nella stanza come una paralisi mi bloccava, non riuscivo a muovermi, a respirare.

Sorpresa!
Genna. Mi spiace tanto. 
Questa s che era una sorpresa: Veronica nella mia stanza a Haven House.
I suoi capelli tinti di nero non erano impilati in una massa traballante sulla testa e non le scendevano sulle spalle come una criniera selvaggia in un abbandono da hippy di mezza et, ma erano raccolti in uno chignon austero ed elegante.
La testa di Veronica sembrava pi piccola: non pi una testa da fumetto. Sul suo viso, sottili rughette bianche.
Cerc a tentoni la mia mano, che era floscia e inerte.
Hai perso la tua pi cara amica, Genna. So cosa pu significare. 
Mi chiesi se Veronica si riferisse a Max. Avrei voluto ribattere Non  mai stato un tuo amico. Era tuo marito.
Non mi aspettavo di trovare mia madre qui. Eppure aveva salito le scale, era entrata nella mia stanza e mi stava davanti. Ed era vestita di nero: giacca attillata di Chanel e pantaloni. La stoffa era di lana leggera con piccole protuberanze.
Nei suoi occhi la compassione brillava come lacrime.
Quando Veronica fece per abbracciarmi, il mio corpo si irrigid. In modo animalesco il mio corpo sapeva di doversi opporre. Non ero malata, ma avevo la pelle febbricitante e mi faceva male quando toccata. Non volevo che la compassione di mia madre propagasse il mio cordoglio. Non volevo essere consolata per la mia perdita di Minette  Swift, il mio senso di colpa per quella perdita.
E cos vicino al tuo compleanno, Genna! E' un duro colpo. 

Dono perduto
Le avevo portato delle rose per il suo compleanno. Quello che lei intendeva regalarmi, lo aveva accennato, ma non avevo idea di cosa potesse essere il dono perduto. 

Resti
Ecco un'amara ironia: i genitori di Minette  Swift avevano programmato di venire in macchina da  Washington allo Schuyler la mattina dell'11 aprile, il giorno del diciannovesimo compleanno di Minette, per riportarla a casa con loro; il mattino prestissimo di quel giorno, ricevettero una telefonata dal direttore del college che li informava della morte di Minette.
Il reverendo  Swift e la moglie avrebbero fatto il viaggio a Schuylersville, ma erano i resti della figlia che avrebbero provveduto a far riportare a casa, per la sepoltura.
Il servizio funebre fu celebrato alla Temple Vale of the  orld Tabernacle of Jesus Christ dove il reverendo  Swift era ministro. Fu una cerimonia privata. La bara era chiusa. Nessuno dello Schuyler College fu invitato.

Senza mai fermarmi
Posso vivere cos. Sempre di corsa, senza mai fermarmi.

Non entrare non entrare
Lo Stone Cottage and quasi completamente distrutto nell'incendio, ma gli edifici storici adiacenti, tra i quali la Casa di Elias Meade, furono risparmiati grazie all'intervento dei vigili del fuoco di Schuylersville.
L'incendio e la morte di Minette  Swift la vigilia del suo diciannovesimo compleanno sarebbero stati dichiarati accidentali dal coroner della contea di Montgomery, Pennsylvania.
Minette  Swift fu l'unica vittima dell'incendio. Non c'erano ospiti allo Stone Cottage quella notte. Sopraffatta dall'inalazione del fumo nei suoi alloggi al primo piano, sul retro della residenza, la governante era stata salvata dai vigili del fuoco.
Per molto tempo una coltre di fumo acre aleggi sopra il campus facendoci lacrimare gli occhi come a rimproverarci. Per settimane saremmo passate in atterrito silenzio intorno alle rovine annerite dal fumo e in parte sventrate dello Stone Cottage, isolato da cavalletti e nastro giallo della polizia che avvertiva NON ENTRARE NON ENTRARE NON ENTRARE con maniacale e feroce ripetizione, come l'abbaiare di un cane impazzito.
Trasportate dall'aria contaminata c'erano voci del campus che parlavano di rituali voodoo che richiedevano candele accese e c'erano voci di suicidio, ma nessuna di queste voci fu mai confermata da valide prove.
Sulla stampa, in alcuni ambienti circolavano voci di incendio doloso, omicidio, assassinio razzista. Anche queste non furono mai confermate.
Ci sarebbero stati due investigatori, indipendenti, per indagare sull'incendio che aveva provocato la morte di Minette  Swift: uno dell'ufficio indagini dei vigili del fuoco della contea di Montgomery, l'altro un rappresentante dell'assicurazione dello Schuyler College. Come ultima persona che aveva visto Minette  Swift viva, fui interrogata da entrambi.
Alcune verit sono bugie non era un principio in cui desideravo credere, tuttavia: dire la verit su Minette  Swift sarebbe equivalso a diffamarla e travisarla, e pertanto a mentire. E io non lo avrei fatto.
Non avrei parlato di Minette  Swift dopo la sua morte atroce come di una persona in qualche modo disturbata, irrazionale, paranoica come altri sembravano voler credere fosse stata. Non avrei ritratto Minette come un patetico oggetto da sezionare, esaminare, analizzare, giudicare al pari della Venere ottentotta. Entrambi gli investigatori erano bianchi, non volevo essere indotta ad allinearmi con il loro essere bianchi nel modo pi inconscio e impalpabile. Parlai di Minette che aspettava con ansia l'arrivo dei genitori il giorno seguente per il suo compleanno. Parlai di Minette felice per il suo congedo da scuola e il ritorno programmato per l'autunno. Non era depressa, non aveva dato segno di tendenze suicide. Niente affatto. Perch era una devota cristiana, aveva una fede enorme in Ges Cristo. Per questo, a volte Minette accendeva delle candele per onorare Ges, come ne aveva accese quella sera. Ma non molte. E non in modo imprudente.
Avevo gi risposto diverse volte a domande sulle presunte molestie razziali subite da Minette  Swift. Non avevo niente da aggiungere a quanto avevo gi detto.
Minette amava moltissimo i suoi genitori. E la sorella minore Je el.
Minette aveva una voce bellissima per il canto.
Le ultime parole di Minette che potevo ricordare erano io ho fede.

Troppo tardi
E infine, come in una favola crudele in cui i tuoi desideri si avverano, ma troppo tardi perch serva a qualcosa, per lenire il mio dolore Max venne a trovarmi. Ormai era troppo tardi per conoscere la mia compagna di stanza Minette  Swift.
Penso fosse per lenire il mio dolore, che Max venne a trovarmi a Schuylersville. Non ero mai sicura dei motivi di mio padre.
Come Veronica, Max mi abbracci e il mio istinto animale mi fece irrigidire contro di lui.
Non ero malata (ne ero certa!) ma mi bruciava la pelle come per un'ustione solare. Non sopportavo di essere toccata. Il tocco di altre persone era repellente, ma anche il tocco dei vestiti, lo sfregamento contro la pelle sembrava ferirmi.
Fuori, anche un improvviso colpo di vento sul viso. Deglutivo a fatica, quel trauma bruciante. Quell'aria acre e contaminata che aveva l'odore dello Stone Cottage.
Come sempre, Max Meade era richiesto con urgenza altrove. Era stato richiesto con urgenza a Los Angeles dove (a periodi alterni) aveva passato mesi interi e adesso era richiesto con urgenza a  Washington. Aveva preso un volo per Philadelphia solo per affittare una macchina e vedere me a Schuylersville, poi avrebbe guidato fino a  Washington, un viaggio di almeno tre ore e mezzo, dopo la nostra cena. I piani di viaggio, i calcoli di Max Meade! Ti trovavi coinvolta nella febbre del suo tempo accelerato, continuavi a guardare l'orologio.
Saremmo stati insieme per novanta minuti. Max arriv a Schuylersville nel tardo pomeriggio del 17 aprile, e sarebbe ripartito (si premur di avvertirmi) non pi tardi delle nove di sera dello stesso giorno.
La situazione era molto urgente. Perch Max doveva consultarsi con un avvocato, a meno che l'avvocato non fosse lui stesso, per una complicata causa al tribunale federale che riguardava un processo intentato all'FBI con numerose accuse d'intercettazioni illegali di privati cittadini.
Ordinammo la nostra cena, mangiammo. Soprattutto mangi Max Meade. Perch Max era un uomo di vigorosa mezza et, e di robusto appetito. Mangi, bevve. Fum sigarette tra una portata e l'altra, non alla maniera languidamente raffinata di Veronica, ma con boccate rapide e profonde, come se inalasse ossigeno. Ero affascinata dalla testa di Max. Testa calva e luccicante. L'aspetto vetrificatoincrinato della testa, vene nervose e increspate simili a pensieri proibiti. Era una testa da busto romano. Era una testa da far cadere, da rompere. Non vedevo mio padre da tanto di quel tempo che mi sarei innamorata di un estraneo. A meno che non mi innamorassi affatto. A meno che non fosse un estraneo. Ma Max fu molto gentile, si ricord di chiedermi della tua compagna di stanza, la figlia del ministro. Appoggiandosi sui gomiti puntati sul tavolo, di fronte a me nella sala illuminata dalle candele, chinandosi pazientemente per sentire le mie risposte mormorate che erano cos brevi. Max conosceva alcuni dettagli della morte di Minette, naturalmente. Al momento, la causa dell'incendio era ancora sotto indagine. Capii che Veronica aveva parlato con lui. Doveva aver visto la notizia sui media perch la morte di Minette  Swift era stata ripresa dalla stampa e dalle tv nazionali. La Associated Press aveva pubblicato una colonna dal titolo
STUDENTESSA DI COLLEGE, 19 ANNI
PRESUNTO BERSAGLIO RAZZISTA
MUORE IN INCENDIO SOSPETTO NEL CAMPUS
C'erano altri articoli dettagliati, con la foto di Minette al diploma delle superiori, Minette in tocco e toga bianchi e occhiali da scolaretta, con un sorriso cos esagerato che dovevano dolerle le guance, sul  Washington Post, il Philadelphia Inquirer, il Ne  York Times.
Quando mi manc la voce, Max mi strizz la mano. Mi ritrassi al suo tocco rovente.
Max era affettuoso e comprensivo, ancorch distratto. Pensai che fosse per l'ora, l'ora che si avvicinava: l'impulso di Max di guardare l'orologio, un impulso cui intendeva resistere, per non offendermi. Perch era una conversazione seria, quella che stavamo facendo.
Non stavo piangendo. Non piangevo mai in pubblico. Era solo la mia pelle. Avevo la faccia intorpidita, facevo fatica a deglutire e avevo mangiato pochissimo, sperando che Max non se ne accorgesse. Avevo la sensazione che i capelli mi facessero dolere la testa. Avevo paura che il mio cuoio capelluto fosse coperto da uno sfogo rosso fiamma ma non osavo toccarlo con la punta delle dita.
Alla sua maniera vagamente euforica, Max parl di Veronica e della casa di Chadds Ford. Non chiese di Rickie, come se si fosse dimenticato di avere un figlio.
Mi parl del caso a  Washington. Un contestatore di lunga data della politica estera degli USA che era stato un ostinato pacifista, anti-Nixon/Kissinger, il cui nome avrei saputo, sospettando che i suoi telefoni fossero controllati e lui e la sua famiglia sorvegliati dall'FBI, si era introdotto, con l'aiuto di amici, in una sede dell'FBI priva di contrassegni a Meridian Park, nel Maryland. Avevano fotocopiato documenti sulle macchine dell'ufficio FBI. Se n'erano andati senza lasciare traccia, inosservati. Era un colpo da maestri! Negli ultimi dieci mesi avevano fatto pervenire questi documenti ai media, prove che l'FBI stava effettuando intercettazioni illegali, e solo di recente... Ti sto annoiando, Genna?  Max si interruppe, irritato.
Stavo guardando una giovane donna bionda che era seduta da sola in fondo alla sala del ristorante. Stava leggendo un libro appoggiato contro un candelabro; di quando in quando, si fermava per sottolineare un passaggio. I capelli avevano un taglio elegante, corti ai lati del viso, con un ciuffo sulla fronte, di sbieco. Sembravano laccati, di un biondo chiarissimo. Era bella, almeno di profilo. Ogni tanto alzava gli occhi per fare un cenno al cameriere, o per vedere chi altri era entrato nel ristorante. Pi volte, pensando che io non potessi vederla, ma forse Max s, guardava nella nostra direzione.
La sua assistente. Una delle sue assistenti.
Non avevo sentito la domanda di mio padre. O forse l'avevo sentita ma non riuscivo a ricordare cosa mi aveva chiesto. Di colpo ero stanchissima. Le fiamme tremolanti delle candele mi ferivano gli occhi. La testa era cos pesante che dovevo lottare contro l'impulso di appoggiarla sulle braccia incrociate sul tavolo, e dormire.
E chiss come, lo avevo fatto. La mia testa era cos pesante! Con delicatezza, Max mi tocc la spalla. Per un momento la sua voce roca parve allarmata. Genna. Su, tesoro. Non fare cos. 
Mi scusai e andai in bagno. Con discrezione concessi qualche minuto a mio padre e alla sua assistente per parlarsi, prima che lui mi riaccompagnasse a piedi al campus.
Era una nebbiosa serata d'aprile dopo un giorno di pioggia. Era solo una camminata di dieci minuti per tornare a Haven House, ma Max si offr di accompagnarmi con la sua macchina presa a nolo. Preferivo camminare. Mi sentivo pi forte, adesso. Non volevo deludere ulteriormente mio padre che restava sgomento e offeso di fronte a qualsiasi sintomo visibile di debolezza. Sarebbe stato brusco e cordiale nell'augurarmi la buonanotte alla residenza. Se c'erano altre ragazze avrebbe chiesto di essere presentato. Mi avrebbe abbracciato, sfiorandomi la guancia con le labbra. Mi sarei irrigidita in quel breve abbraccio, ma non avrei tradito alcun segno di dolore. Mentre attraversavamo il campus, l'odore dello Stone Cottage sembrava alzarsi perversamente dall'erba bagnata. Avremmo evitato quell'angolo della corte quadrangolare, naturalmente. Max era diventato taciturno. Forse stava pensando alla Casa di Elias Meade: probabilmente non la vedeva da parecchio tempo, aveva evitato a lungo lo Schuyler College. E forse aveva le sue ragioni, perch anche lui era stato un figlio estraniato dal padre. Sopra un filare di alberi coperti di gemme, la torre campanaria della cappella era avvolta nella luce. Un quadrante d'orologio che galleggiava nella luce. Morbidi rintocchi sonori: le otto e mezzo.
Le otto e mezzo! Possibile da pensare, non era ancora successo.
Mi aspettavo che Max mi chiedesse nel suo modo sbrigativo come mai la mia compagna di stanza Minette  Swift si era trasferita nella casa delle ex alunne. Ma non lo chiese mai.

Confidenziale
Mi stavo trascinando sul pavimento. Mi era piombato addosso all'improvviso Ho le gambe cos deboli e in quell'istante la spaventosa consapevolezza Le mie gambe sono andate. Nella terribile esplosione le mie gambe divennero schegge d'ossa, cartilagine e tessuti, ma non ne avevo coscienza perch l'esplosione aveva cancellato ogni consapevolezza. E non  difficile come potreste pensare, trascinarsi su un pavimento di legno, senza moquette. E nella logica del sogno lo sapevo. Per evitare di cadere quando mi cedettero le ginocchia, era iniziato sulle scale, ero sul pianerottolo appena sotto il secondo piano quando mi cedettero le ginocchia e non c'era nessuno a vedere mentre mi trascinavo su per il resto delle scale, ed entravo faticosamente nella mia stanza, ed ero al sicuro, perch strisciare quando sei improvvisamente debole  pi sensato che cercare coraggiosamente di camminare. In piena notte in grado di arrancare fino in bagno ma al ritorno ero stordita, cos debole, non c'era Max Meade a guardarmi con piet, angoscia, disgusto. Questo lo sapevo e poi mentre mi stavo trascinando mi resi conto Lei non ha perso le gambe, non  morta nell'esplosione ma in un incendio e per un momento rimasi confusa come in un sogno febbrile sebbene pensassi: forse anche lei si  trascinata. Si  trascinata tra le fiamme. Morente, si  trascinata. Dovetti ammetterlo, non stavo sognando ma stavo veramente trascinandomi dal bagno del secondo piano alla mia stanza a Haven House. Vorresti che fosse un sogno, ma non lo . Vorresti che il sogno si dissolvesse per magia, come fanno i sogni, ma non succede. Una ragazza della stanza accanto alla mia mi vide. Per caso, erano le due del mattino e Haven House era quasi tutta al buio, ma questa ragazza stava andando in bagno e mi vide. E si chin su di me, spaventata. Oh, Genna. Dio mio.  Mi aiut a rialzarmi, le mie gambe erano cos deboli, mi aiut a tornare nella mia stanza e nel mio letto zuppo di sudore e subito dopo c'era Dana Johnson china su di me, la faccia bianca, atterrita. Dana Johnson chiamata nel cuore della notte con una vestaglia di spugna gettata sopra la camicia da notte di flanella, accovacciata accanto al mio letto, mi pos una mano esitante sulla fronte, dicendomi parole di conforto e preoccupazione quali si potrebbero dire a una bambina spaventata, per temperamento non era una donna cui le parole di conforto e preoccupazione venissero facili, eppure nella mia stanza che emanava odore di febbre, malattia, disperazione, Dana Johnson fece appello a tutta la sua forza, anche lei stava tremando ma divenne forte, afferrando la mia mano che fremeva come un uccellino ferito divenne forte, e divenne gentile, e la sua gentilezza mi fece piangere. Da moltissimo tempo non piangevo davanti a qualcuno che poteva vedermi. Perch io non ero debole, vero? Eppure adesso stavo piangendo, avrei fatto la mia confessione a Dana Johnson. All'improvviso era cos. Era questa la logica della mia malattia. Perch non riuscivo pi a sopportarlo, quello che sapevo, o sapevo a met, che mi era stato dato, da sopportare in segreto senza sapere cosa c'era di vero, e cosa di immaginato e allucinatorio. Non riuscivo pi a sopportarlo, dopo che Max Meade mi aveva lasciato. Non mi aveva abbandonato, mi aveva lasciato solo temporaneamente. Lo sapevo. Lo capivo. Tutte le assenze di Max erano temporanee e non permanenti, questo lo sapevo. Ero un'adulta, ero una figlia ma anche un'adulta, potevo assumermi le mie responsabilit. Tuttavia, non riuscivo a sopportarlo. Avrei fatto la mia confessione a questa donna forte e gentile che era china su di me, gli occhi a punteruolo dilatati, scurissimi e attenti. Doveva aver pensato che sarebbe stato di Minette  Swift che avrei parlato nella mia angoscia. Doveva aver pensato che le verit che conoscevo, e nessun altro conosceva, le verit che mi facevano star male, riguardassero la vita e la morte di Minette  Swift. Invece - cos all'improvviso! - fu di un argomento molto diverso che iniziai a parlare. Fu di Ansel Trimmer che iniziai a parlare. Raccontando a Dana Johnson con la mia voce soffocata quello che sapevo dell'attentato dinamitardo alla Do  Chemical, a Niagara Falls, nel marzo del 1970, e di John David Donovan che viveva in segreto ad Altoona, o Port Alleghany, o  ilkes-Barre, o Maysville,  est Virginia, dopo l'attentato, dopo che un guardiano notturno era rimasto ucciso nell'esplosione, anche se probabilmente Ansel Trimmer era morto a sua volta, o era fuggito dagli Stati Uniti, a meno che Ansel Trimmer non fosse ancora vivo e, sotto il nome di John David Donovan, abitasse ad Altoona, o Port Alleghany o...
Stavo diventando isterica. Mi manc la voce. Dana Johnson mi guard esterrefatta. Le sue mani strinsero forte le mie. Mi avrebbe confortato, mi avrebbe spronato a dire tutto ci che sapevo: Questo  confidenziale, Genna. Te lo prometto .

EPILOGO
(SETTEMBRE 1990)

Alcune verit
Forse alcune verit sono bugie. Ma nessuna bugia  una verit.
Non gliel'ho mai detto, che sono stata io a fare la spia. Non l'ho mai detto a nessuno.
Quello che ho ammesso qui, nel mio testo senza titolo, non potevo ammetterlo nella mia vita.
La mia identit fu tenuta nascosta all'epoca. La mia identit non fu mai un problema. Non mi fu mai recapitato un mandato di comparizione come testimone dell'accusa, non fui mai coinvolta in nessuna indagine. Tranne che come informatore anonimo, non esistevo. Per l'informazione fornita da me era stata (evidentemente) trasmessa alle autorit federali da una privata cittadina a sua volta non coinvolta nelle indagini. In questo modo tortuoso, mio padre Max Meade fu incastrato.
Per colpa della mia malattia. La mia isteria. Il sogno febbrile dell'assenza di gambe. Il mio strisciare sul pavimento a Haven House quella notte, troppo debole per camminare, cos a causa di quella debolezza, qualche settimana dopo, nel maggio del 1975, mentre si preparava a salire a bordo di un aereo della T A diretto a Francoforte, Germania, in compagnia di una giovane assistente legale, Maximilian Elliott Meade fu arrestato da agenti dell'FBI con accuse multiple che includevano distruzione criminosa di propriet e associazione a delinquere ai fini di distruzione criminosa di propriet, aiuto e favoreggiamento di latitanti, complicit prima e dopo il fatto in reati di furto, incendio doloso, omicidio di secondo grado.
Condannato all'ergastolo, trentacinque anni in un carcere federale di massima sicurezza.
Non lo sapevo. Come avrei potuto saperlo!
Perch mi era sempre stato detto Max Meade non ha mai infranto alcuna legge.
Ci avevo sempre creduto. Avevo voluto crederci.
Ed ecco la perenne vergogna: era stato distrutto pubblicamente.
Costretto a dichiararsi colpevole, e l'atto di capitolazione di Maximilian Meade, la resa ai suoi nemici nel tribunale federale, fu trasmessa dai notiziari di tutte le reti televisive. Perch altrimenti c'era la possibilit di una condanna a morte. E gli ex discepoli di Max avevano fatto la spia su di lui, nel tentativo disperato di evitare essi stessi una condanna a morte.
Quando John David Donovan fu arrestato nell'aprile del 1975 a Maysville,  est Virginia, e accusato, tra gli altri crimini, di omicidio di secondo grado, non era scontato che Max Meade sarebbe stato coinvolto nei reati. Perch all'epoca non era noto agli agenti federali che Max Meade non aveva fornito solo la sua consulenza legale a una cellula di contestatori contro la guerra sospettati di numerosi attentati dinamitardi nel 1968, 1969, 1970 in una mezza dozzina di Stati oltre che a  Washington, DC, ma anche denaro contante per l'acquisto di armi da fuoco, munizioni ed esplosivi; non era ancora noto che Max aveva provveduto a procurare case sicure e documenti d'identit falsi per il gruppo di sovversivi, che era stato co-cospiratore e complice prima e dopo le azioni per le quali Ansel Trimmer era stato arrestato e incriminato. E che Ansel Trimmer, all'epoca trentunenne, avrebbe fatto il nome dell'uomo che un tempo venerava.
Di fatto, Maximilian Meade sarebbe stato nominato molte volte. Da Trimmer e altri. All'inizio Max neg ogni coinvolgimento in attivit illegali, ma alla fine non avrebbe avuto altra scelta se non capitolare, perch i suoi nemici lo avevano inchiodato.
Dopotutto non sarebbe stato un martire per i suoi principi. Messo alla prova, si sarebbe arreso.
Non faceva per Maximilian Meade, il destino dei Rosenberg.
E cos, Max fu distrutto, spezzato. Tutto quel che restava della sua dignit era il suo rifiuto di fare il nome di altri.
Trentacinque anni di carcere. Il che significa la possibilit di scarcerazione sulla parola non prima della primavera del 1993. A quel punto mio padre avr settantun anni.
Non vecchio. Niente affatto! 
In questo, i nemici di Max furono pi crudeli che mai. Dandogli la possibilit di libert sulla parola - come se, per Max Meade, afflitto dalla notoriet come dalla lebbra, potesse esserci una possibilit di libert sulla parola! - i suoi nemici gli diedero la speranza. Nel dargli la speranza, gli tolsero la sua razionalit, la sua capacit di stoica rassegnazione. Nel dargli la speranza, gli diedero l'insonnia cronica, ulcere gastriche, attacchi cardiaci, mal di testa accecanti e attacchi maniacali, di paranoia e depressione. Lo privarono della salute mentale.
In questi quattordici anni in cui mio padre  stato rinchiuso nel carcere federale di massima sicurezza a Follette, Stato di Ne  York, dietro muri di pietra alti tre metri e mezzo sormontati da rotoli di filo spinato taglienti come rasoi che luccicano nel sole simili a denti in un sorriso, non ha avuto pace. In un fervore di attivit  perennemente occupato a stendere nuovi appelli, nuove mozioni, promemoria, lettere, editoriali per i giornali; come un attore che provi una sceneggiatura in continua revisione si prepara all'udienza per la libert sulla parola che luccica davanti a lui come un miraggio. Quattordici anni, ed  ormai uno squilibrato. Per uno condannato a morire in carcere, la speranza  il veleno pi insidioso.
Devi avere fede, Genna. Io ho fede! 
Follette  uno dei penitenziari pi vecchi dello Stato di Ne  York. E' situato venti chilometri a nord di  aterto n sulle desolate colline pedemontane a ovest delle Adirondack. Poco distante c' la base militare di Camp Drum i cui aerei assordanti volano bassi sopra la prigione. Quando Max inizi a scontare la sua condanna a Follette, gi a cinquantacinque anni era uno dei prigionieri pi vecchi della popolazione generale; adesso, a sessantotto,  il prigioniero pi vecchio nell'unit segregata.
Il pi vecchio, il pi infermo. Eppure il pi energico.
In capo a una settimana dalla sua carcerazione a Follette, Max fu picchiato selvaggiamente dai detenuti, uno dei quali gli perfor l'occhio sinistro con un pezzo di metallo acuminato, fu preso a calci, calpestato, lasciato sanguinante e indifeso durante un misterioso interregno di mezzogiorno quando non c'erano guardie in giro, perch nel carcere era risaputo, probabilmente l'informazione era trapelata, che quest'uomo bianco di mezza et che scontava una condanna all'ergastolo era stato l'avvocato difensore di contestatori della guerra, sovversivi che schernivano la bandiera americana e i veterani del Vietnam; figlio di una ricca famiglia di Philadelphia; un avvocato difensore criminale che aveva oltrepassato i limiti per aiutare e spalleggiare attentati dinamitardi culminati nell'assassinio della guardia di sicurezza nera allo stabilimento della Do  Chemical di Niagara Falls, nel 1970. L'occhio sinistro di Max dovette essere rimosso chirurgicamente. Nel pestaggio aveva riportato contusioni multiple, ossa incrinate e lacerazioni, denti rotti nelle mascelle, un timpano perforato e in seguito poteva camminare solo con un bastone, tuttavia si rifiut di identificare i suoi aggressori, anche il colore della pelle.
Era successo troppo in fretta, insistette Max.
Mi hanno lasciato vivere. Sono grato. 
Dopo il pestaggio, Max era stato messo in isolamento: pedofili e stupratori, assassini psicotici, uomini anziani incapaci di proteggersi, caucasici.
Mad Max! Certi giorni a Follette, dopo il viaggio in macchina di otto ore nella desolazione della parte settentrionale dello Stato di Ne  York, lo stress della coda per essere identificata e ammessa nell'area visitatori con la sua luce fredda, le pareti di blocchi di calcestruzzo intonacati, il pavimento di piastrelle appiccicose, i tavoli e i banconi dai ripiani di formica incrostati di sporco, eccolo l che mi sorride, una toppa di stoffa dove c'era il suo occhio sinistro.
Ha sessantotto anni e tremori in entrambe le mani, mezzo cieco, mezzo sordo, bargigli sul collo, tosse cronica, unghie spezzate e scolorite, denti rotti e postura da schiena rotta, zoppica appoggiandosi a un bastone eppure... Mad Max! La testa calva non ha pi bisogno di essere rasata,  solo una testa calva, che rivela troppo. Vene tremolano sul cuoio capelluto chiazzato da un brutto sfogo che Max sa bene di non dover grattare, anche se sembra incapace di resistere. Tuttavia,  sempre una testa da busto romano, che ronza di complotti. Max ha fotocopiato documenti da mostrarmi, ha scritto un'altra stesura del suo lungo appello alla corte federale, un editoriale per il Ne  York Times, una lettera personale a un giudice della Corte Suprema, notoriamente conservatore, che dal 1939 al 1941 era stato compagno d'universit di Max Meade nella residenza di Lo ell House, a Harvard. Max Meade non dimentica mai un nome, una faccia, un contatto!
Questo Max, il folle Mad Max, ha sempre dei compiti per me da sbrigare. Un sacco di fotocopie, buste da affrancare e spedire, una lista di telefonate da fare. Ricerche in biblioteca. Tutto ci che Max vuole darmi, deve essere visionato dagli addetti alla sicurezza, come ogni cosa che gli porto io, per lo pi materiale stampato, viene passata al setaccio. Una barriera di plexiglas ci separa, detenuti e visitatori non si scambiano neppure una stretta di mano. Non c' niente di confidenziale/riservato nelle nostre transazioni, eppure l'occhio di Mad Max si fissa gongolante su di me, una co-cospiratrice.
E' un gioco. Il sistema. La giustizia  il montepremi. Se padroneggi il gioco, hai una possibilit di vincere. 
E: Una pagliuzza nel vento, un'unica possibilit!...  tutto quello di cui abbiamo bisogno .
Per, un'altra volta: Non voglio morire qui dentro. Oddio! .
Fare visita a Max Meade a Follette non  affare da poco. Alla faccia dell'accessibilit, la struttura  a otto ore da qualsiasi posto.
Di solito cerco di fare il viaggio in un solo giorno, perch non mi piace stare in un motel della zona. Talvolta, sulla via del ritorno, mi capita di avere una o due passeggere, sorelle-visitatrici che vivono nel Sud dello Stato e sono venute in autobus.
La maggioranza dei carcerati di Follette  del Sud dello Stato. E' convinzione comune che parte della loro punizione, che ricade sulle famiglie, sia il loro esilio al Nord.
Nel corso degli anni, sono diventata l'unica visitatrice di Max Meade, almeno credo. Non volevo chiederglielo, perch Mad Max non mi avrebbe dato una risposta sincera e all'altro Max, quello che non vuole morire qui dentro, deve essere risparmiata la domanda.
I parenti di Max non gli hanno mai fatto visita a Follette. Li aveva ignorati quasi tutti, e adesso loro ignoravano lui. Veronica ha divorziato da lui pi o meno all'epoca della sua condanna, nel 1976. A lungo abbandonata da Max, adesso era il suo turno di abbandonarlo. Ma Veronica ha aspettato la fine del processo di Max prima di chiedere il divorzio: in questo modo i pubblici ministeri non potevano notificarle un ordine di comparizione per testimoniare contro il marito.
Rickie - Richard H. Meade - non ha mai fatto visita a Max, naturalmente. Rickie aveva avuto pochi contatti con suo padre dopo che aveva lasciato la casa di Chadds Ford per andare a vivere con dei parenti a Philadelphia, all'et di sedici anni.
Perch Rickie se n'era andato di casa, e Max non gli era andato dietro.
Un tempo, Max era al centro di un mondo di gente brillante, ma adesso quel mondo lo aveva abbandonato. Mad Max confidava nel suo ritorno: Il futuro ci vendicher, Genna! Noi non abbiamo mai sbagliato e un giorno otterremo giustizia . Nella veste dell'altro Max, le sue speranze non erano cos smodate.
... tua madre, Genna? Capita mai che lei... 
S, certo, Max. Ogni volta che parliamo.
Che sollievo, la sudicia barriera di plexiglas tra di noi. Se mio padre cercasse di stringermi la mano, non riuscirei a sopportarlo.
Strano essere chiamata Genna. Quando non sono pi Genna.
Strano sentire Max parlare di giustizia. Capire che non si  mai assunto la responsabilit per la morte del guardiano notturno, non pi di quanto se la siano assunta i suoi giovani compagni di lotta. Capire Si  dichiarato colpevole solo come stratagemma legale, ma non ha mai riconosciuto la colpa. E' uno dei giusti che non possono ammettere la colpa perch lui sa (lo sa!) di essere incapace di comportarsi in qualsiasi modo giustifichi la colpa.
Visitando un uomo condannato, anche un uomo solo sporadicamente consapevole di essere condannato, ti ritrovi sottilmente cambiata. Nell'AREA VISITATORI AUTORIZZATI gelido-clinica sotto luci fluorescenti come in un obitorio, diventi la persona che sta facendo visita a un uomo condannato nell'AREA VISITATORI AUTORIZZATI gelido-clinica sotto luci fluorescenti come in un obitorio.
Questa diventa la tua identit non appena metti piede nella prigione. Non appena presenti i documenti d'identit, passi attraverso il metal detector, vieni ammessa nell'AREA VISITATORI AUTORIZZATI dove interpreterai quel ruolo con tutta la forza cui puoi fare appello.
Padre, sono io quella che ti ha tradito. Se lo sapessi mi perdoneresti?
Si offre volontario per insegnare nel programma di alfabetizzazione del carcere.
Fornisce consulenze legali ad altri detenuti.
Col suo bastone, mezzo cieco / mezzo sordo riesce a dare una mano in infermeria.
Se solo Max fosse abbastanza forte, pensa che valido rappresentante sarebbe per i detenuti! In isolamento,  l'unico carcerato di cui le guardie possano fidarsi.
Queste sono verit che si possono ignorare. Si potrebbe dire che Max  un operatore astuto. Sta accumulando punti di buona condotta. Nel suo dossier ci saranno un certo numero di lettere di raccomandazione forti, positive da parte di guardie carcerarie, amministratori, il direttore stesso, per impressionare favorevolmente la commissione per il rilascio sulla parola nell'autunno del 1993.
Non ho mai visto la cella di mio padre. Ma so che  fatta di pareti di blocchi di calcestruzzo intonacati che racchiudono uno spazio aperto di pochi metri quadrati, un lettino stretto, lavandino e toilette di acciaio inossidabile. Nei muri di calcestruzzo non ci sono finestre. L'aria viziata riverbera i rumori di altri detenuti. Gli odori rancidi di altri detenuti e la puzza pervasiva di disinfettante. E io lo so, sembra che abbia visto tutto questo come se l'occhio buono di Max fosse il mio.
Genna. Come siamo cambiati, eh? 
Mi porto la mano a conca all'orecchio, sorridendo incerta per segnalare che non ho sentito bene.
Genna, io non morir qui dentro, vero? 
Questo non  Mad Max, ma l'altro. Mio padre dalla schiena rotta che mi sbircia attraverso il lurido pannello di plexiglas col suo unico occhio buono.
Il mio sorriso inizia a svanire. Mi sforzo di sentire, ma faccio fatica.
Questo posto rumoroso. Brulicante, ronzante. Estranei su ambo i lati che si parlano ad alta voce. Spesso non riesco davvero a sentire cosa sta cercando di dirmi Max, la sua voce  fievole, roca. Nel pestaggio, la sua gola  stata danneggiata di nuovo. La prigione non  un posto per un uomo anziano.
Genna? Sei proprio tu, mia figlia? 
La prima volta che feci visita a Max in questo posto, quando eravamo entrambi pi giovani, sentivo chiaramente ogni parola di Max e quelle parole mi facevano piangere. Piangevamo insieme. Un uomo calvo con la schiena rotta, orbo d'un occhio, e una giovane donna sconvolta. Piangevamo, esposti nella gelida luce fluorescente, sfiniti. Adesso non sono pi una giovane donna, e sono grata per questo. Non sono sconvolta. Ho imparato l'inutilit del pianto, soprattutto in un luogo pubblico e con la prospettiva del viaggio in macchina di otto ore che mi aspetta. Ho imparato invece a sorridere in modo convincente con la parte inferiore della faccia, la bocca incernierata.
Genna? Mi porti a casa oggi? 
Quattordici anni. E Minette  Swift  morta da quindici anni, sei mesi e undici giorni.
Da aprile sto componendo il mio testo senza titolo. Mi sveglio ogni mattina alle cinque per lavorare almeno due ore prima che mi tocchi cominciare a pensare al mio lavoro, alla mia vita pubblica. Che esperienza sfibrante  stata, questo testo! Perch ho voluto che fosse del tutto sincero, credo. Perch non ho voluto risparmiarmi. A differenza di Max Meade che pensa di non essere colpevole, io so di essere devastata dalla colpa come da un cancro, ma al pari di una persona sofferente sembra che non sempre io sappia dove risiede la mia sofferenza.
Penso a Ansel Trimmer che cerca di piantarsi un coltellino da verdure nella pancia, di pugnalarsi e torcersi le budella.
Autoeviscerazione: spargere le proprie budella.
Sono parole crude, non mi ero mai resa conto di quanto fossero perspicaci.
All'inizio avevo pensato di scrivere il mio testo senza titolo per farlo leggere a mio padre. A Max in uno stato lucido, non all'altro. Mentre i mesi passavano, e il testo diventava sempre pi lungo e complicato, giunsi a dubitare della sensatezza di consegnarlo a Max. Perch, involontariamente, mentre scrivevo il mio testo su Minette  Swift, stavo scrivendo un testo-ombra che aveva poco a che fare con lei. Avevo progettato di scrivere un'inchiesta sulla vita/morte di Minette  Swift, e nient'altro, ma come un'eclisse di sole il testo-ombra cominci a intromettersi. E sembrava che non riuscissi a impedirlo! Il testo-ombra  un'indagine su Max Meade e un ritratto della figlia che lo ha tradito.
Adesso, nel settembre del 1990, ho quasi finito il mio testo. Ma  ancora senza titolo. E' diventato pi lungo di quanto mi aspettassi, quasi trecento pagine scritte a mano, su diari rilegati in nero di circa settantacinque pagine ciascuno!
Ho scritto oltre la morte di Minette, e non era mia intenzione. C' stato una specie di spargimento delle mie budella. Penso a me stessa come a una donna matura, abituata all'emozione, eppure l'altra mattina mi sono svegliata agitata, ansiosa. Avevo avuto di nuovo l'incubo in cui mi trascinavo sul pavimento, facendo leva sulle braccia e sui gomiti, perch le gambe erano paralizzate, o erano state amputate o polverizzate al ginocchio. E poi di colpo mi sono resa conto, Questo  un sogno, ma un sogno che ricorda ci che una volta  stato reale, dimenticato per quindici anni, quando ero stata misteriosamente svegliata dall'influenza o dal dispiacere, vacillando mentre camminavo, la forza che defluiva dalle mie gambe ed ero stata costretta a strisciare perch era pi sicuro che cercare di camminare normalmente e cadere. E cos non ebbi altra scelta, quella mattina, se non scrivere oltre la morte di Minette: la visita di mio padre allo Schuyler, rimandata cos crudelmente, perch non aveva mai conosciuto Minette; la nostra cena sfiancante allo Schuylersville Inn quando la bionda assistente-amante di Max risucchiava tutto l'ossigeno nella stanza lasciandomi senza fiato; e la camminata come in sogno per tornare al campus, lo shock del campanile della cappella illuminato da una luce cos bella che sembrava galleggiare sopra le cime degli alberi. E com'era vivida la visione delle lancette dell'orologio sulle otto e mezzo che erano almeno quattro ore prima della morte di Minette  Swift cosicch, nel mio stato di confusione, avevo pensato Non  ancora successo, questa volta lo impedir.
N sapevo che avrei scritto di Dana Johnson nella mia stanza.
Perch avevo aperto gli occhi e lei era l: febbricitante come me, gli occhi ardenti, eccitata. A stringermi le mani nelle sue mani forti, senza lasciarle andare, a spronarmi a confidarmi con lei, sarebbe rimasto un segreto tra noi.
Di quella donna non mi ero fidata prima, perch me ne ero fidata allora!
Perch adesso mi sembra chiaro, ripensandoci, come donna di trentaquattro anni con una certa conoscenza di istituzioni quali lo Schuyler College, e molta di pi della natura umana di quanta ne avessi come ragazza di diciotto anni, che Dana Johnson sapeva di certo chi era la mia famiglia. Dovevano averle parlato delle mie origini, e di mio padre Max Meade. Doveva essere una di quelli che gli agenti dell'FBI avevano avvicinato: una di quelli che avevano reagito con freddezza agli approcci iniziali degli agenti, tuttavia, col dipanarsi degli eventi, scossa dalla morte di Minette  Swift, quando all'improvviso mi ero confidata con lei, rivelando informazioni di valore per le autorit, Dana Johnson aveva chiamato il numero che le avevano lasciato gli agenti, Dana Johnson si era comportata come avrebbe fatto la maggioranza degli americani in una situazione del genere, e chi pu dire che si sia comportata male? Ansel Trimmer e i suoi compagni di lotta erano responsabili della morte di un uomo innocente, ma chi avrebbe potuto sapere che anche Max Meade era coinvolto?
Ripensandoci, mi sembra chiaro. All'epoca, non lo sospettavo minimamente.
La mattina dopo chiamai mia madre. Ero malata, dissi. Stavo male da morire, ti prego vieni a portarmi a casa.
Non tornai pi allo Schuyler College. Non rividi n parlai mai pi con Dana Johnson. A meno di quattro settimane dalla fine del secondo semestre del mio primo anno, con una media di A nei miei corsi, lasciai il college per non tornare pi. Per gran parte dell'estate rimasi nella casa di Chadds Ford, malata, stanca, esausta, senza appetito, con una diagnosi di anemia, un ceppo di mononucleosi quasi altrettanto letale di un'epatite C. Ad agosto il mio peso si era ridotto a quarantadue chili, Veronica ignor le mie obiezioni e mi fece ricoverare all'ospedale della Pennsylvania University dove mi nutrirono per via endovenosa e mi fecero sopravvivere.
Quando fui dimessa, era un'altra stagione. Mio padre non si era ancora arreso ai suoi nemici ma i suoi avvocati lo stavano avvertendo, non hai scelta.
Sono diventata una ragazza robusta. Sareste sorpresi.
Dopo i vent'anni misi su peso. Regolarmente. Fianchi, cosce, spalle e seno. I miei polpacci sono muscolosi come quelli di un uomo. La mia pelle  ancora liscia e pallida come panna, chiazzata di lentiggini, ma la mia faccia si  ingrossata. I capelli si sono scuriti, li porto tagliati corti come una cuffia stretta. Mi piace la sensazione di indossare il mio corpo come un'armatura. Sapendo, quando entro nella vostra visione, che mi vedete come voglio essere vista, e non come desiderate vedermi.
All'inizio, in una specie di frenesia, mangiavo per riacquistare il peso perduto. Ero un animale che pativa la fame, sempre affamato. Ma continuai a mettere su peso finch, verso i venticinque anni, arrivai a pesare pi di settantadue chili.
Nessuno in famiglia ha fatto commenti sul mio peso. Negli occhi di Veronica vedo una fascinazione atterrita. Mi chiedo se mi invidi, in un certo senso. Che io abbia avuto il coraggio di fare una rivendicazione che lei non  mai stata abbastanza forte da fare.
Cosa pensa Max? A volte, attraverso la barriera di plexiglas lo vedo guardarmi, il suo unico occhio buono fisso su di me pieno di stupore. Lei? Mia figlia? La mia Generva? Consumato estimatore della bellezza femminile, adesso Max Meade  collegato al mondo solo da una donna decisamente non bella.
In questi viaggi nella parte settentrionale dello Stato di Ne  York dove  improbabile che qualcuno mi conosca indosso abiti ordinari: camicie di flanella, T-shirt, pullover, jeans, pantaloni sportivi. Porto giubbotti con la cerniera, berretti con visiera. Sono una donna non pi giovane ma ancora giovanile che potreste vedere nel parcheggio di uno shopping center o nel parcheggio visitatori del carcere maschile di Follette, una donna che nasconde il suo disagio sorridendo. L dove mi conoscono come Generva He ett-Meade, dottoressa He ett-Meade, mi vesto in modo pi convenzionale, ovviamente. Porto capi classici, di solito scuri, fatti su misura e moderatamente costosi, tipo quelli che un tempo avevo disprezzato, nei negozi di Pierpont Avenue per esempio. Indosso tailleur pantalone, mai vestiti o gonne. Con i capelli tagliati corti e il corpo tozzo ho abbandonato ogni pretesa di femminilit come ho abbandonato l'ipocrisia nella mia determinazione di condurre una vita puramente etica.
La mia malattia era una malattia morale, adesso lo so. Per poco non ne morii.
Dopo che mi fui ristabilita, dopo la pubblica umiliazione del mio padre idealista Maximilian Meade dichiaratosi colpevole nel tribunale federale dove per mesi aveva proclamato in modo cos incrollabile la propria innocenza, me ne andai in Europa. Viaggiavo da sola, avevo bisogno di stare dove nessuno conosceva il nome Meade. (Evitai la Germania, dove Max aveva dei sostenitori e contatti politici nei circoli radicali della sinistra.) Per qualche tempo vissi ad Amsterdam, e a Parigi, e a Londra dove seguii dei corsi all'University College. Nel 1978 ritornai negli Stati Uniti, ma non nella casa di Chadds Ford, che era stata venduta per pagare le spese legali di mio padre. A questo punto Veronica si era risposata (un uomo d'affari di  ilmington, un vedovo con figli grandi). Mi iscrissi alla Pennsylvania University e come studente senior del primo anno, ormai ufficialmente Generva He ett-Meade, conseguii una laurea in lettere accelerata nel 1981 e un dottorato nel 1986. La mia tesi di dottorato, che avrebbe causato un certo scalpore nei circoli accademici, era un'edizione annotata in sei volumi delle Opere di Generva Meade con un'introduzione di cento pagine e settanta cartelle di note a pi di pagina, bibliografia e indice.
Grazie ai miei legami familiari, avevo accesso ai materiali riservati nelle raccolte speciali dello Schuyler College, off-limits per gli altri storiografi. In seguito, sarei riuscita ad annullare la clausola restrittiva riguardo agli archivi di Generva Meade, in modo che anche altri vi potessero accedere.
Tuttavia, beneficiai di questa restrizione. Non sono fiera dei miei legami di famiglia n me ne vergogno, ma li riconosco.
Suppongo di aver lavorato sodo sull'edizione: quattro anni. E in tutto questo tempo, andavo avanti e indietro da Philadelphia allo Schuyler College ogni giorno perch non sopportavo di passare la notte a Schuylersville. (Dana Johnson non faceva pi parte del corpo docente dello Schuyler. Aveva dato le dimissioni oppure le era stato chiesto di andarsene alla fine di quel terribile semestre di primavera del 1975 ed era scomparsa non si sa dove.) Quando la corposa tesi fu finalmente completata, e pubblicata dalla University of Pennsylvania Press nel 1988, fu molto acclamata e vinse numerosi premi. All'et di trentadue anni, avevo ricevuto moltissime offerte di insegnamento e ricerca. La mia scelta, con grande delusione del mio dipartimento, fu inaspettata: non un'universit della Ivy League e nemmeno un prestigioso college di arti liberali (lo Schuyler mi aveva fatto un'offerta ancor prima che completassi il mio dottorato), ma il campus di Ne ark della Rutgers State University dove la popolazione studentesca  tutto fuorch un'lite, e include una vasta popolazione di minoranze.
Qui, sono la dottoressa He ett-Meade. Sebbene sia un nuovo membro del corpo docente, sono gi impegnata in comitati di livello universitario. Sono professore aggiunto nel programma di  omen's Studies e assistente del direttore dell'Affirmative Action. Sono una donna risoluta, non sempre una collega facile. I cattedratici del mio dipartimento, tutti uomini, per lo pi caucasici, mi considerano scomoda, ma mi rispettano. L'amministrazione vede in me un potenziale capo dipartimento, un preside di facolt: una che non ha paura di tagliare il budget, rescindere contratti e annullare interi programmi al fine di spostare i fondi e rivitalizzare una struttura universitaria moribonda.
In realt, non dipendo dal salario accademico. Al pari di mio fratello, ho ereditato investimenti dei miei nonni Meade, tenuti in affidamento fiduciario fino al mio ventunesimo compleanno. Do via la maggior parte degli interessi di questo investimento, approssimativamente centomila dollari l'anno, perch  denaro che non ho guadagnato. Ho incanalato in modo anonimo fondi per la famiglia della guardia di sicurezza nera che era rimasta uccisa a Niagara Falls, e alla chiesa del reverendo  Swift, la Temple Vale of the  orld Tabernacle of Jesus Christ. Se riuscissi a trovare un modo discreto, darei del denaro alla sorella di Minette, Je el che, l'ultima volta che ho avuto sue notizie, era iscritta a biochimica presso la George Mason University. Ma non conosco nessun modo che non susciterebbe sospetti.
Nei lunghi tragitti verso il Nord dello Stato di Ne  York, penso a cose del genere. La mia vita complicata e piena di impegni alla Rutgers Ne ark sembra allontanarsi, la dottoressa He ett-Meade e la sua autorit svaniscono. Odio la mia debolezza, la mia solitudine. In macchina, metto le cassette di Johnny Cash. At Folsom Prison e Love, God, Murder. (Se nel viaggio di ritorno ci sono con me dei passeggeri che tornano al Sud,  probabile che Jonny Cash sia anche un loro favorito.) Metto musica classica, inni gospel. In questi ultimi mesi, scrivendo il mio testo senza titolo, ho sentito spesso la presenza di Minette  Swift, ma  a Je el che devo appellarmi. Mi chiedo se avrei il coraggio di confidare a Je el che non sono riuscita a salvare sua sorella. Minette  Swift credeva ciecamente che Ges Cristo fosse il suo salvatore, invece il suo salvatore avrebbe dovuto essere semplicemente la sua compagna di stanza, una ragazza bianca di diciotto anni non abbastanza forte per il compito. Perch io avevo visto quelle candele accese pericolosamente vicino alle tende, ma non le avevo spostate n suggerito a Minette di spostarle perch temevo di incorrere nella sua ira. Ero stata codarda, per non risultare sgradita alla mia ex compagna di stanza. Cos debole, che avevo mentito per proteggere Minette da qualsiasi colpa e in quel modo tortuoso avevo provocato la sua morte.
Adesso sono un'adulta, e controllo il mio comportamento. Non far mai pi un simile errore.
Tra felicit e dovere, scelgo il dovere.
Ehi, ma certo. Lo apprezzerei molto. Tutta la strada da Yonkers su quel maledetto autobus, ho il sedere a pezzi. 
Ha una risata mesta. Si toglie gli occhiali da sole stile occhi di gatto con la montatura di plastica bianca e lenti grigio scure, per darmi una sbirciatina.
Si chiama Colombe, e ci siamo gi viste prima. Facendo la coda per i VISITATORI AUTORIZZATI. Mostrando i documenti d'identit alle guardie in uniforme che ci guardano male e sparpagliano il contenuto delle nostre borse per ispezionarlo, passando attraverso il metal detector difettoso nella gelida aria fluorescente della zona visite gi densa di fumo di sigarette.
Ci siamo gi viste il sabato pomeriggio a Follette, ma Colombe non potrebbe ricordarsi di me. Con i miei abiti stazzonati dopo il viaggio in macchina, felpe, pantaloni da fatica, berretti a visiera, potrei essere chiunque. Colombe non mi avrebbe prontamente identificata come una delle sue sorelle in questo posto.
E' risaputo che quando un uomo comincia a scontare la sua condanna in prigione, soprattutto una condanna lunga, dopo un anno o due solo le donne fanno il viaggio per andarlo a trovare. Madri, mogli. Soprattutto madri.
Le figlie adulte non sembrano rientrare nel quadro. Ma ci siamo.
Come la maggior parte delle donne giovani, Colombe  venuta a trovare suo marito. E' una nera/ispanica dalla pelle chiara con una faccia carina-scontrosa, sulla trentina, fianchi abbondanti in pantaloni di velluto viola e top abbinato che le tira sul seno. Porta luccicanti orecchini d'oro, anelli su molte delle dita, e intorno al collo una croce adorna di pietre di vetro. Nonostante sia venuta in autobus, porta dei sandali con i tacchi a spillo, senza calze. Ha le sopracciglia depilate in una linea sottile, le palpebre ombrettate d'argento. Nella coda all'esterno l'ho sentita parlare animatamente sia in inglese sia in spagnolo con altre donne che erano venute in autobus dalla zona di Ne  York / Yonkers. La sua risata era acuta e tremula, come un attacco di tosse. Di colpo, si stacc dalle altre, come se ne avesse abbastanza di loro. Mentre strascichiamo i piedi nella coda per essere identificate, prende un portacipria dalla borsa a tracolla, si guarda allo specchio aggrottando selvaggiamente la fronte e produce uno schiocco con le labbra scarlatte. Era stata una bella donna fino a qualche tempo fa, ma adesso la sua faccia  segnata sotto gli occhi e ha un pronunciato doppio mento. Il suo tratto pi vistoso sono le unghie lunghissime e curve, in tinta con la bocca scarlatta. Rimango sempre sbalordita di fronte a unghie del genere, e glielo dico.
E' il protocollo della prigione, non chiedere mai perch un detenuto  qui. N perch n per quanto, e nemmeno quando potr avere la libert sulla parola. Mi piace che nessuno, tantomeno questa donna, abbia la pi pallida idea di chi io sia figlia. Se mai avesse sentito il nome Maximilian Meade non avrebbe significato niente per lei. Il mio documento d'identit dice Generva He ett-Meade. Mostro alla guardia nerboruta con un paio di baffetti sottili e occhi sospettosi anche il mio tesserino da docente della Rutgers Ne ark e il mio passaporto. Tutto quello che sto portando per Max Meade nella mia sacca di tela. Sebbene sia passata attraverso questo punto di controllo almeno centoventi volte (!) la procedura mi riempie ancora d'ansia, e quando mi sento ansiosa voglio far ridere il nemico. Dico alla guardia che sta osservando accigliata la mia faccia in miniatura nelle sue mani e la mia faccia vera al di sopra di questa: Mi scusi! Ero pi giovane allora, agente. Nel 1976, quando  stata scattata questa foto .
La guardia ride. Una risata a denti stretti, ma  una risata. Un uomo pu rapportarsi a una donna come me con una risata, uno scherzo. Voglio neutralizzare il disprezzo sessuale nei suoi occhi.
E faccio capire, alla guardia e anche a Colombe che  proprio dietro di me agitata e impaziente, che non mi lascio spaventare da lui. Un tizio in uniforme con un distintivo, e una pistola sul fianco. Sul libro paga dello Stato.
Vedendo Colombe, la guardia si sporge appoggiandosi ai gomiti con un sorriso insolente. Guarda ostentatamente il suo corpo grassoccio fermando lo sguardo sui piedi nei sandali dai tacchi alti. Mmmm potrebbero essere armi improprie quelli, signora. Contrabbando. 
Colombe fa una risatina nervosa, non  sicura che sia uno scherzo. La guardia le fa segno di passare con gesto impaziente e so in anticipo che Colombe mi sussurrer all'orecchio, furente e affannata: Coglione .
Nella sala visite, io e Colombe ci ritroviamo sedute insieme ad aspettare che suo marito e mio padre vengano accompagnati dentro. Il sabato pomeriggio a Follette  sempre il momento pi indaffarato della settimana, e la tensione, l'emozione repressa sono palpabili. I detenuti possono diventare emotivi, violenti. Le ore di visita sono iniziate alle nove del mattino e finiranno alle quattro del pomeriggio. Adesso sono le 14,15 e io e Colombe potremo rimanere per quaranta minuti se rispetteremo tutte le regole. Il posto  un alveare di rumori che rimbalzano dalle pareti di blocchi di calcestruzzo, dal soffitto ridicolmente alto e dal pavimento di piastrelle appiccicose. (Perch il soffitto  cos alto? Mi fanno male gli occhi a guardare in su verso le file di tubi al neon. Alcuni dei tubi sono quasi abbaglianti, altri sfarfallano e ronzano come vespe moribonde. Altri ancora sono fulminati.)
Chi sei venuta a trovare? Il marito? 
La domanda di Colombe mi sorprende, perch credevo di averglielo gi detto. Forse l'ultima volta? Sei settimane fa, in agosto?
Mi sento ridere, sono lusingata. Colombe mi immagina sposata. Immagina che un uomo potrebbe amarmi. No, le dico, mio padre.
Padre. Ohhh. 
Come a dire: non me l'aspettavo. Il padre dev'essere un vecchio.
Sorrido a Colombe per rassicurarla, non me la prendo. Anche se forse non sono pi vecchia di Colombe, potrei persino essere pi giovane, mi comporto con lei come faccio con i miei studenti a Ne ark: sorriso incoraggiante, atteggiamento intelligente e affabile. Sono un'adulta, puoi fidarti di me.
Colombe ha bisogno di parlare,  nervosa, apprensiva. Spero che vedere suo marito per la prima volta non sar uno shock per me, perch spesso, in queste circostanze, quando vedo i detenuti che alcune delle donne sono venute a trovare, provo un'ondata di disperazione. Colombe mi sta mostrando delle istantanee che ha portato per il marito, foto di famiglia, due bambini piccoli, Chrissie e Felix. Sette e quattro anni. Quindi suo marito non deve essere rinchiuso a Follette da molto tempo. Forse prova ancora dei sentimenti per lui, e io so, posso ricordare, penso di poter ricordare, quanto possano far male i sentimenti.
Colombe mi chiede della mia famiglia.
Mi sento raccontarle che mia madre si  risposata, il mio patrigno  un uomo anziano al quale non sono molto legata. Non mi approva, penso. Lo metto a disagio.  Siccome sorrido a questa affermazione, Colombe sorride a sua volta. Mettere un uomo a disagio! Questa  bella.
Colombe mi chiede di fratelli, sorelle. Le domande essenziali che le donne si fanno a vicenda, come all'affannosa ricerca di un linguaggio comune, una sorta di Braille. Mi sento raccontarle che ho un fratello di cinque anni pi vecchio, un uomo d'affari di successo, ma non siamo molto uniti. Avevo una sorella, ma  morta quando aveva diciannove anni.
Ohhh. Che peccato! Mi dispiace. 
Poi per un po' non parliamo. La tensione dell'attesa pu essere altrettanto sfiancante della tensione della visita. Ancor prima che inizi, puoi essere cos affaticata da aver voglia di appoggiare la testa sull'appiccicoso ripiano di formica del bancone, chiudere gli occhi e dormire in mezzo alle voci alzate, alle risate folli che rimbalzano dal soffitto.
Colombe mi chiede nervosamente se sto bene, le dico che s, certo, sto bene, parlo a bassa voce, non sono come alcune delle altre visitatrici le cui voci stridono come unghie sfregate su una lavagna. Forse vorrei che Colombe stesse zitta, ma  chiaro che il silenzio la mette a disagio. Mi chiede cosa ho portato per mio padre e io glielo mostro, solo materiale stampato, fotocopie di pagine di testi di legge che Max mi ha chiesto, numeri recenti del Nation, la Ne  York Revie  of Books, il Journal of American Historical Studies che contiene un articolo di G. He ett-Meade sull'amicizia tra Victoria  oodhull e Generva Meade negli anni Ottanta dell'Ottocento. E una fotocopia del mio testo scritto a mano senza titolo.
Ho portato con me il manoscritto sebbene non abbia ancora deciso se lo lascer a mio padre. Alla nostra ultima visita, Max era in uno stato di prostrazione, triste ma razionale, non Mad Max. In questo stato Max potrebbe leggere il testo senza titolo.
Mad Max probabilmente lo distruggerebbe.
In entrambi i casi, mio padre finalmente saprebbe che sono stata io a tradirlo, prima che potessero farlo i suoi giovani compagni di lotta.
Colombe  molto colpita! Tutte quelle pagine, tutta quella scrittura a mano,  una specie di lettera? Un diario? Come si intitola?
Non ha titolo, Colombe.  Poi, me ne rendo conto: Lo sto portando a mio padre, perch gli trovi un titolo .
Ass? E di cosa parla? 
Delle nostre vite. 
Colombe scuote la testa come se di colpo mi vedesse molto diversa da lei, e me ne dispiace.
Nel viaggio di ritorno a Yonkers, saremo pi rilassate. Colombe potr parlarmi di Chrissie e Felix. Metteremo Johnny Cash. Canteremo con Johnny Cash. Non riesco mai ad ascoltare certe canzoni di Cash, per quanto sdolcinate, con versi prevedibili, senza che mi vengano le lacrime agli occhi.
Ho anche delle cassette di blues. Billie Holiday, Bessie Smith. Se saremo in vena. Se Colombe non sar troppo scossa dalla sua visita al marito.
Questo intermezzo, prima che chiamino i nostri nomi: vorrei quasi che non finisse. Ho paura della prima impressione che mi far mio padre, che sembrava cos invecchiato l'ultima volta che l'ho visto. Zoppicante sul suo bastone, il corpo rimpicciolito, la guardia al suo fianco abbastanza giovane da poter essere suo nipote. Ricordo che, quando io e Max ci parlavamo, o cercavamo di parlarci, lo sguardo della guardia di quando in quando si posava su di noi nella pi totale indifferenza, su di me, sulla mia faccia tesa, senza dar segno di vedermi, dimentico sia di me che di Max Meade. Solo se uno di noi avesse fatto una mossa improvvisa, tentato qualcosa di proibito, la nostra guardia e le altre appostate nella stanza cavernosa si sarebbero accorte di noi.
Questa volta la porta in fondo alla partizione si apre per far entrare i detenuti, e tra loro vedo mio padre. Sento il nome: Meade . Sollevo la mano per fargli segno, mi alzo per salutarlo, il mio povero padre condannato, l'ex Maximilian Meade nell'uniforme verde e stazzonata del carcere, che non ha nessun altro nel suo mondo rimpicciolito all'infuori di me, come, se devo essere sincera, io non ho nessun altro all'infuori di lui.
...
.
...
FINE.